Accordo Iran-Usa, Travaglio a La7: “Teheran è il vero vincitore, gli Usa hanno perso, Israele è il più sconfitto e l’Occidente ne esce umiliato”

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Dai 14 punti dell’accordo tra Usa e Iran, il vincitore mi pare chiaro: è l’Iran. Il convitato di pietra che ha vinto è la Cina e tutto il sistema di alleanze del Sud del mondo. L’Occidente è invece umiliato“. È questa, secondo Marco Travaglio, la chiave politica per leggere la fase aperta dalla riapertura dello stretto di Hormuz e dall’accordo che ha chiuso l’ultima escalation intorno all’Iran. A Otto e mezzo , su La7, il direttore del Fatto Quotidiano risponde alla domanda di Lilli Gruber su chi sia il vero vincitore tra Iran, Donald Trump e Benjamin Netanyahu, rovesciando la lettura più rassicurante del cessate il fuoco e sostenendo che il premier israeliano sia il grande sconfitto, mentre Trump avrebbe perso la guerra ma sarebbe riuscito a intestarsi la pace.

Travaglio osserva: “A occhio il più sconfitto di tutti è Netanyahu perché ha perso sia la guerra sia la pace, mentre Trump ha perso la guerra ma ha vinto la pace e quindi ha potuto raccontare di avere vinto anche la guerra. Trump ogni volta che fa guerre perde voti e perde credibilità perché era stato eletto per non fare guerre – spiega – Netanyahu ogni volta che scoppia una pace, perde prestigio, perde voti e perde terreno perché Netanyahu è a piede libero solo in quanto riesce a fare una guerra dopo l’altra senza fermarsi mai. Se le guerre si fermano, si ferma anche Netanyahu“.
Il direttore del Fatto contesta l’idea che la guerra sia semplicemente finita, perché quel conflitto prima non esisteva ed è stata avviato da Trump e Netanyahu mentre era già in corso una trattativa. Il riferimento è al negoziato in Oman, che Travaglio ricorda come un percorso diplomatico descritto dal ministro degli Esteri omanita alla Cnn come persino più avanzato rispetto all’accordo sul nucleare raggiunto ai tempi di Barack Obama e poi stracciato da Trump. In questa prospettiva, il sollievo per la riapertura dello stretto di Hormuz rischia di nascondere un paradosso: Hormuz, sottolinea Travaglio, era aperto anche prima, ma ora l’Iran avrebbe scoperto di poterlo chiudere quando vuole e di poter trasformare quella leva in uno strumento di pressione economica e politica.

A rafforzare la posizione iraniana, spiega Travaglio, ci sarebbero anche gli altri elementi dell’intesa: lo sblocco degli asset congelati, il ritiro delle sanzioni, le risorse per la ricostruzione e soprattutto la sopravvivenza del regime, che era stata messa in discussione da una narrazione occidentale costruita attorno all’idea del “regime change”.
La guerra, ricorda il direttore del Fatto, era stata presentata anche come un intervento per “salvare le donne iraniane” e “i ragazzi iraniani”, ma nell’accordo sarebbe scritto che gli Stati Uniti e i loro alleati si asterranno da qualsiasi interferenza, comprese quelle attività di destabilizzazione, da sempre specialità dei servizi americani e israeliani.

Anche la rinuncia iraniana all’atomica, per il direttore del Fatto, va letta dentro questo quadro e non come una prova automatica di vittoria occidentale. “Saranno anche parole”, osserva, ma parole erano anche quelle attribuite a Teheran sulla rinuncia al nucleare militare, ammesso che l’Iran fosse davvero arrivato vicino a dotarsene, questione che Travaglio definisce controversa e, in alcuni passaggi, persino smentita. In cambio, Teheran otterrebbe però risultati concreti. “L’Iran riavrà gli asset che sono stati congelati – puntualizza – vengono ritirate le sanzioni. Ricordo che l’Iran è sotto sanzioni dalla rivoluzione islamica di Khomeini, cioè dal 1979″.
E conclude: “A me pare che sia talmente evidente che è stato un disastro. Che naturalmente pagano tutti, perché i costi di questa guerra si sono spalmati su tutto il mondo a cominciare dai paesi più poveri e dall’Europa che è debolissima. Successi per gli Stati Uniti e per l’Occidente? Io ne vedo nemmeno mezzo“.

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