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Difficile trovare un punto di vista così radicalmente femminile, e femminista, in un film. Figuriamoci tra i titoli del Concorso di Venezia 83, dominato dai registi maschi (venti contro una). Eppure la 49enne regista danese di origini egiziane May el-Toukhy, con Woman Unknown, mette in scena un incubo a cielo aperto, postbellico, plumbeo e ben poco aperto, che dà dei metri a parecchi colleghi presenti. In una Danimarca appena liberata dai nazisti vige la caccia ai collaborazionisti che, tra i tanti atti efferati, si materializza nel prendere con violenza le donne accusate di aver flirtato con i tedeschi, rasando loro con la forza i capelli in mezzo alla strada e, tra i passanti esaltati, denudandole per poi disegnare una svastica rossa sui loro corpi.
Marie (Mathilde Arcel) è una giovane compita e silente tata che sta per sposare Christian, ricco industriale vedovo, padrone dell’elegante casa in cui lavora e dove condivide le rigide faccende domestiche con altre cameriere. Marie dorme spesso con l’austero e algido Christian nel letto matrimoniale e, soprattutto, bada con cura alla figlia piccola che l’uomo ha avuto con la moglie morta.
Incuneandosi poi in un’atmosfera urbana cupa e tesissima, dove non si coglie uno sguardo rassicurante che uno, Marie cerca di farsi prescrivere clandestinamente un oppiaceo per alleviare un pesante e insistente dolore nella cavità vaginale. L’incontro casuale con uno sdentato e sporco ex compagno di classe su un tram e l’uccisione della vicina di casa, una giovane artista e madre single di un neonato, per mano dei partigiani dopo una delazione alla quale Marie ha contribuito, faranno emergere un segreto inconfessabile che la protagonista cela e che cerca di mantenere nascosto per non vedere saltare lo status della sua nuova vita più agiata.
Woman Unknown è formalmente un thriller giostrato sull’accumulo di costanti e insinuanti colpi di scena. Anche se, sottotraccia, è l’ambiguità morale della protagonista a imporsi con franchezza, assillando lo spettatore. Marie è chiaramente colpevole di qualcosa accaduto nel suo recente passato e in quello della nazione, ma chi, tra quelli che le stanno attorno, in un mondo totalmente maschile e ultramaschilista, non ha macchie e macchioline? Vendere prodotti commerciali ai nazisti per non lasciare senza stipendio gli operai è meno grave che avere una relazione sentimentale con un soldato nemico? Il dilemma etico non trova di certo risposta nel film di May el-Toukhy.
Perché a imporsi con frequenza insistente, visivamente nudo, ripetutamente antierotico, è il corpo della protagonista, sottoposto a durezza, brutalità e vilipendio di ogni genere: dalla sofferta visita ginecologica all’orrendo scambio salivare con l’ex compagno di classe, passando per i normali rapporti sessuali con il futuro marito, più subiti nel dolore fisico che consumati passivamente. Le parti intime, i seni e gli orifizi della protagonista sono usati, rifiutati, trattati con generica superficialità, come fossero oggetti, e non trovano requie o pace, nemmeno di fronte al supponente e consuetudinario atteggiamento dei liberatori, inquadrati in ruoli gerarchici superiori e vessatori rispetto alle donne. Insomma, c’è ancora domani, ma di certo non con il diritto di voto: facendo finta di non esistere, donna sconosciuta e invisibile tra migliaia di altre. Distribuisce per l’Italia Lucky Red.
L'articolo Woman Unknown, May el-Toukhy firma a Venezia un thriller postbellico radicalmente femminile e femminista proviene da Il Fatto Quotidiano.




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