Vi spiego come Bezos sta sfidando Musk sulla connettività satellitare. Parla Spagnulo

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L’acquisizione di Globalstar da parte di Amazon  (dal valore di 11,6 miliardi di dollari) riaccende la battaglia globale per il controllo delle frequenze e delle reti di comunicazione satellitare. Una guerra tra titani, Jeff Bezos ed Elon Musk, per accaparrarsi il monopolio delle frequenze di comunicazione satellitare. In questo Risiko spaziale, però, a rischiare sono anche gli operatori telefonici tradizionali. Nel frattempo, l’Europa affronta le conseguenze di scelte poco sagge, prese quando il Vecchio continente decise di non scommettere sulle tecnologie satellitari. Ne ha parlato con Airpress Marcello Spagnulo, esperto di spazio e industria aerospaziale, che ricorda anche una storia italiana dimenticata: venticinque anni fa, i satelliti Globalstar li costruivamo noi.

Partiamo dall’asset al centro dell’operazione. Cos’è Globalstar e perché vale la pena capirne le origini?

Globalstar nasce negli anni Novanta per fornire telefonia mobile via satellite. La cosa curiosa, e poco nota, è che i primi satelliti Globalstar furono costruiti a Roma, dall’allora Alenia Spazio (oggi Thales Alenia Space). Io lavoravo lì e ricordo che era stata realizzata una fabbrica appositamente dedicata che sfornava quattro satelliti al mese, uno a settimana, il che, venticinque anni fa, era una cosa straordinaria. Avevamo addirittura piani per arrivare a produrne molti di più per offrire connettività Internet. Globalstar e il suo concorrente Iridium (realizzato da Lockheed Martin e Motorola) fallirono però commercialmente, non tecnologicamente. I satelliti funzionavano benissimo e furono acquistati a prezzi stracciati rispetto agli investimenti miliardari sostenuti.

Come si arriva, da quella storia, all’acquisizione di Amazon?

Il punto di svolta è Elon Musk. Musk ha introdotto un nuovo paradigma: riempi l’orbita di satelliti e fai comunicare tutti, ovunque. Questo è Starlink. Ma un sistema satellitare non è scollegato dal resto, serve anche l’infrastruttura a terra. Musk stringe accordi con operatori terrestri, è attivo da anni all’Itu (l’Unione internazionale delle telecomunicazioni) per accaparrarsi frequenze nei vari Paesi, ed è riuscito ad acquisire EchoStar, un operatore che possiede sia satelliti sia frequenze per la telefonia mobile. Il tutto favorito dal fatto che alla Federal Communications Commission americana è arrivato un uomo di sue chiare simpatie, Brendan Carr. Il risultato è che adesso Musk sta costruendo una rete integrata. Bezos ha visto la minaccia e questa mossa ci fa capire che sta correndo ai ripari per evitare che Starlink raggiunga (e mantenga) un monopolio totale.

E qui entra in gioco Globalstar…

Esatto. I satelliti di Amazon per la costellazione Kuiper (o Amazon Leo) sono progettati per comunicazioni a larga banda, a decine di gigahertz. Ma le comunicazioni mobili funzionano a pochi gigahertz, su frequenze diverse. Con Globalstar, Bezos acquisisce un operatore che opera proprio in quelle frequenze satellitari vicine a quelle dei terminali mobili terrestri. È una mossa per colmare un vuoto nel suo sistema e avere il diritto di operare in quelle bande di frequenza.

Quindi non parliamo di una partita solo sui satelliti, ma anche sulle frequenze?

Sì, e questa è la vera posta in gioco. La ripartizione delle frequenze fu fatta negli anni Ottanta, quando nessuno immaginava né un Musk né la miniaturizzazione elettronica. Quella ripartizione seguì uno schema netto: da un lato le frequenze per i terminali terrestri e dall’altro quelle per i satelliti. Musk ha sfidato questo schema, sostenendo che quella divisione non aveva più senso. Nel momento in cui un attore di quella portata economica abbatte quella distinzione, l’intero equilibrio va in crisi. E l’unico che ha la forza per contrastarlo, al momento, è Bezos.

È una partita ancora aperta, o Musk ha già vinto?

Musk ha un quasi-monopolio ed è avanti non solo in termini numerici ma anche tecnologici. I satelliti e i terminali Starlink sono davvero fantascientifici e funzionano in modo straordinariamente intelligente. Però nel mondo i monopoli assoluti raramente sopravvivono. C’è quasi sempre spazio per due o tre poli. Bezos ha la forza finanziaria e industriale per sfidarlo (si pensi ad Aws, ai data center e all’’infrastruttura globale complessiva di Amazon). Magari ci arriverà tra qualche anno, ma ci arriverà e si prenderà la sua fetta di mercato. Lo stesso ragionamento lo stanno facendo i cinesi sul fronte della navigazione satellitare, che con il Beidou (l’equivalente cinese del Gps, ndr.) stanno costruendo la propria autonomia in Asia. Lo scenario attualmente è questo: in America due tycoon dalla forza micidiale e in Cina lo Stato che finanzia lo sviluppo di soluzioni proprie per garantirsi l’indipendenza. Per gli altri, al momento, spazio non ce n’è.

E l’Europa?

C’è poco da dire, l’Europa in questo campo commerciale ha già perso. Ed è inevitabile, visto che parliamo di ventisette Paesi con ventisette strategie diverse. Inseguire questa partita è come montare su una bicicletta quando l’altro concorrente viaggia su un missile. L’unica ricetta realistica è trovare accordi con questi grandi attori e diventare fornitori altamente qualificati in segmenti critici. Finché hai un minimo di leverage  (vale a dire il diritto di dire “qui da me non trasmetti senza condizioni”) puoi negoziare. È quello che si fece con gli operatori telefonici negli anni Novanta, quando lo Stato chiedeva miliardi per le licenze e garanzie occupazionali. Oggi si può tentare qualcosa di simile. È un’azione difensiva, certo. Ma l’alternativa è sparire del tutto.

Macron ha annunciato che al summit spaziale di Parigi, a settembre, vorrà mettere al centro proprio la questione delle frequenze

Sì, e capisco il perché. La forza potenzialmente “ricattatoria” di Musk e Bezos deriva proprio dal fatto di essere pervasivi e se domani uno Stato dice “Starlink qui non funziona”, è probabile che la gente troverà altri modi, non proprio legali magari, per procurarsela. Quella pervasività è la loro leva. Questo spiega perché i francesi (e non solo loro) sono preoccupati. E giustamente, aggiungerei. Da Parigi hanno messo alla testa di Eutelsat l’ex ceo di Orange, Jean-François Fallacher, proprio perché sanno che il vero rischio non è solo per gli operatori satellitari, che già stanno franando sotto i colpi di SpaceX. Il prossimo contraccolpo arriverà agli operatori telefonici tradizionali. Quando l’utente avrà in mano uno smartphone targato Tesla e integrato con Starlink o con la rete Amazon, perché dovrebbe pagare Tim o Vodafone?

Eppure, da quello che racconta, pare che non siamo sempre stati così indietro

Sì, ed è una storia che brucia ancora. Venticinque anni fa l’Italia costruiva i satelliti Globalstar in una fabbrica a Roma che non aveva eguali al mondo. Volevamo arrivare a portare internet a tutta la popolazione mondiale, ben prima che ci pensasse Musk. Quel progetto fu però contrastato da chi diceva (e ce n’erano tanti) che il satellite non sarebbe mai servito a nulla. Quando oggi ci si chiede cosa può fare l’Europa, la risposta onesta è che ci si dovrebbe prima ricordare perché vent’anni fa vennero soppressi sul nascere dei progetti che l’avrebbero messa in gioco. C’è stata poca lucidità industriale e ancor meno lucidità politica. Eravamo arrivati prima degli altri, ma abbiamo scelto di fermarci.

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