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Ci viene raccontato, con toni rassicuranti, che la nuova legge elettorale è stata concepita per blindare il bipolarismo: due coalizioni, due aspiranti premier e un verdetto netto consegnato agli elettori la stessa notte dello spoglio. Ma un’analisi degli incentivi prodotti dalla riforma e delle dinamiche politiche che attraversano i due schieramenti suggerisce uno scenario assai diverso. Il rischio, paradossalmente, è che una legge nata per consolidare il bipolarismo finisca per indebolirlo.
E per capire se questa eventualità sia concreta potrebbe non essere necessario attendere lo spoglio. Potrebbero bastare i primi sondaggi.
Per comprendere il possibile cortocircuito bisogna partire dalla genesi delle coalizioni italiane. Per anni sono state tenute insieme non soltanto da affinità programmatiche o da una visione politica condivisa, ma anche — e spesso soprattutto — da una necessità aritmetica. Prima i collegi uninominali del Rosatellum, poi i diversi meccanismi premiali hanno spinto forze politiche differenti a cercare un punto di equilibrio per massimizzare le possibilità di conquistare la maggioranza.
La nuova legge cambia radicalmente questo incentivo. I collegi uninominali vengono meno e il premio di maggioranza scatta al superamento della soglia del 42 per cento in entrambe le Camere. Sulla carta, è un meccanismo che dovrebbe favorire la concentrazione del consenso. Nella pratica, però, potrebbe produrre l’effetto opposto: se quella soglia viene percepita come difficilmente raggiungibile, per i partiti può diventare meno conveniente restare dentro coalizioni elettoralmente ingombranti e politicamente conflittuali.
È qui che entrano in gioco i due possibili fattori di scompaginamento degli attuali equilibri: Beppe Grillo e Roberto Vannacci.
A sinistra, la coabitazione tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle è legata anche alla prospettiva di raggiungere insieme la soglia necessaria a conquistare il premio. Ma proprio la difficoltà di arrivarci potrebbe trasformarsi nel principale incentivo alla separazione. Se la coalizione non apparisse in grado di raggiungere il 42 per cento, per Giuseppe Conte potrebbe diventare meno conveniente affrontare una lunga competizione interna con Elly Schlein e più conveniente recuperare autonomia, tornando a parlare direttamente a quella parte dell’elettorato grillino che potrebbe guardare altrove.
Il fattore di maggiore imprevedibilità, in questo scenario, è Beppe Grillo. Nei giorni scorsi ha suscitato attenzione il lungo pranzo all’Hotel Forum con Andrea Stroppa, considerato il principale interlocutore italiano di Elon Musk. Al di là del significato effettivo di quell’incontro — che non è possibile stabilire sulla base delle sole indiscrezioni — l’ipotesi di un nuovo soggetto politico riconducibile a Grillo riaprirebbe una partita che sembrava archiviata.
Un eventuale movimento capace di intercettare una parte dell’originario elettorato pentastellato, magari con il coinvolgimento di Alessandro Di Battista e con interlocuzioni nell’area politica vicina alla galassia Musk, avrebbe un effetto immediato sugli equilibri del cosiddetto campo largo. Non sarebbe necessario conquistare percentuali da Movimento 5 Stelle delle origini. Sarebbero sufficienti pochi punti sottratti alla coalizione per rendere ancora più difficile il raggiungimento della soglia e, di conseguenza, modificare gli incentivi che tengono insieme il campo progressista.
Dall’altra parte, un problema analogo riguarda il centrodestra. La presenza di Roberto Vannacci e di una formazione politica, anch’essa non distante dalle istanze ultrasovraniste che piacciono a Musk, collocata fuori dal perimetro della coalizione, potrebbe sottrarre una quota significativa di consenso al blocco oggi maggioritario. Se quella quota fosse sufficiente a impedire il superamento del 42 per cento, cambierebbe anche qui la convenienza delle alleanze.
È questo il paradosso della riforma. Il meccanismo pensato per concentrare il voto intorno a due grandi coalizioni potrebbe produrre, qualora la soglia risultasse difficile da raggiungere, un incentivo alla proliferazione di soggetti autonomi. Una sorta di “tana libera tutti” nella quale ogni forza politica potrebbe avere interesse a liberarsi dai vincoli della coalizione, soprattutto se il premio di maggioranza apparisse fuori portata.
Il punto, dunque, non è soltanto stabilire se il 42 per cento sia una soglia realisticamente raggiungibile. È capire cosa succede alle coalizioni quando i loro stessi protagonisti smettono di considerarla raggiungibile.
In quel momento, l’incentivo alla convergenza potrebbe trasformarsi nel suo contrario. E forze collocate ai margini dei due blocchi potrebbero diventare determinanti non necessariamente per conquistare il governo, ma semplicemente per impedire agli altri di conquistarlo attraverso il meccanismo premiale.
È una dinamica che renderebbe molto più fluida la geografia politica italiana e che potrebbe mettere in discussione il bipolarismo non dopo le elezioni, ma prima ancora che gli elettori siano chiamati alle urne.

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