Una nuova forma di filantropia è possibile. Ecco come

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In un articolo pubblicato sulla Stanford Social Innovation Review, Sarah Cone, la fondatrice di Social Impact Capital, evidenzia come la filantropia contemporanea, a differenza di quanto accaduto in passato, tenda a delegare ad organizzazioni terze attività di responsabilità piuttosto che impegnarsi direttamente nella costruzione di musei, università o biblioteche.

L’autrice sostiene che questa modalità riduca i potenziali benefici sociali, perché l’apporto reale non dovrebbe essere soltanto monetario, ma anche di condivisione delle proprie capacità manageriali, della visione, delle relazioni, e di tutte quelle condizioni che hanno determinato il successo di tali persone.

Nel suo articolo, Cone mostra una grande conoscenza del fenomeno filantropico, concentrando la propria attenzione sui grandi “donors”, comparando i protagonisti della prima “gilded age” con le nostre Elite contemporanee.

La stessa espressione “gilded age”, che in italiano viene tradotta come età dell’oro, merita forse un approfondimento: nella versione italianizzata, infatti, l’età dell’oro pare richiamare un mito ricorrente nella storia dell’umanità, che con una qualche analogia con l’eden cattolico, attribuisce ad un momento non meglio identificato della storia della nostra specie una condizione di benessere, da allora dismesso.

In realtà, la gilded age andrebbe piuttosto interpretata come un’età “laccata d’oro”, in cui il luccichio del metallo prezioso copriva, ma non risolveva, problematiche sociali ed economiche importanti, messe tuttavia in secondo piano dallo sfarzo e dalla ricchezza concentrata nelle mani di una piccola percentuale della popolazione mondiale.

Passando in rassegna i grandi interventi filantropici di oggi e di ieri, l’articolo pare evidenziare una tendenza conclamata, e vale la pena riportarne qualche notizia. Andrew Carnegie, tra il 1883 e il 1929 ha costruito 2.509 biblioteche pubbliche; John D. Rockefeller, nel 1890 ha fondato l’Università di Chicago, nel 1901, ha creato il Rockefeller Institute for Medical Research (ora Rockefeller University), il primo istituto di ricerca biomedica degli Stati Uniti, e nel 1913 ha creato la Rockefeller Foundation; Andrew Mellon ha fondato la National Gallery of Art nel 1937; Johns Hopkins ha lasciato in eredità quella che ai tempi fu il più consistente lascito filantropico della storia, per realizzare sia un Ospedale che un’Università.

A fronte di tali attitudini, le attuali tendenze sono ben diverse: Michael Bloomberg ha donato 1,8 miliardi di dollari all’Università Johns Hopkins; Kenneth Griffin ha donato centinaia di milioni all’Università di Harvard; Phil Knight ha donato 500 milioni di dollari all’Università di Stanford; David Geffen ha donato 100 milioni di dollari al Lincoln Center for the Performing Arts e 150 milioni di dollari al Museum of Modern Art; Stephen Schwarzman ha donato 150 milioni di dollari all’Università di Yale, 100 milioni di dollari alla New York Public Library e 350 milioni di dollari al Mit.

Questi esempi, chiaramente tutti riferiti al mercato statunitense, identificano in ogni caso una tendenza concreta, che si basa non solo su un’attitudine, e su dimensioni sociali ed economiche estremamente differenti, e che sono naturalmente collegate anche a riflessioni di natura culturale.

La prima gilded age, infatti, nasce in un contesto in cui era indiscussa l’idea di un progresso guidato da meritevoli, condizione che, nei fatti, legittimava tali persone ad avere una ricchezza notevolmente superiore al resto della collettività, che era una condizione più o meno inevitabile della struttura del mercato. È comprensibile dunque che in una società così fortemente aderente, almeno nelle sfere più elitarie, al mito della meritocrazia, alle persone ricche, che quindi erano quelle meritevoli, venissero attribuiti dei ruoli che non erano soltanto personalistici.

Come riassunto dallo stesso Carnegie nel suo Gospel of Wealth, i ricchi devono agire come amministratori fiduciari del proprio patrimonio reinvestendolo nella società.

Il legame tra questa visione del mondo e la responsabilità di dover fondare e guidare le istituzioni in grado di migliorare le condizioni sociali della collettività è evidente, così come è evidente la relazione tra la costituzione di istituzioni destinate a durare nel tempo e la visione “fisica” e di lungo periodo della società.  Era del resto un’epoca in cui i ricchi divenivano ricchi con le ferrovie, le infrastrutture, attraverso i monopoli industriali su materie prime fisiche.

Oggi lo scenario è molto mutato, sia in termini di interpretazione della ricchezza, sia in termini di visione temporale. In primo luogo la specializzazione del mercato: nell’epoca della prima gilded age, era evidente che “gli affari erano affari”.

Oggi, diventa molto più difficile credere che una donna o un uomo di 35 anni, divenuti immediatamente ricchi per avere lanciato un’idea che ha avuto successo in ambito internazionale nel settore tech, possano sviluppare con la medesima competenza una scuola, un ospedale o un’Università.

Parallelamente, il nostro concetto di tempo risulta essere molto differente rispetto allo scorso secolo: anche a fronte dei grandi cambiamenti che si sono susseguiti nel corso dei decenni, diviene sempre più diffusa l’idea che ogni epoca debba creare i propri strumenti per risolvere i problemi più rilevanti del proprio tempo.

C’è poi una dimensione che spesso non viene considerata: le istituzioni che durano, tendono a crescere, e crescendo, aumentano anche la propria esigenza di “finanziamenti”. La presenza di grandi istituzioni filantropiche, quindi, richiede che tali organizzazioni vengano finanziate, e in modo crescente; allo stesso modo, la specializzazione e la struttura del mercato consente di affermare che tali istituzioni filantropiche riescono a generare un valore pubblico aggiunto per dollaro donato tendenzialmente maggiore a quello generabile attraverso la creazione di una nuova istituzione; infine, consentono di riflettere uno status sociale estremamente più chiaro, e di essere parte di un gruppo ristretto di persone che la creazione di un nuovo ospedale privato potrebbe non garantire.

È naturale che tale scenario vari in modo considerevole da Paese a Paese, e che, pur all’interno dello stesso Paese siano presenti importanti differenze. Così come è naturale che in un momento in cui la filantropia diviene sempre più centrale, così come diviene sempre più accentrata la concentrazione di ricchezza privata, il tema ritorni ad essere sempre più discusso a livello internazionale.

Dibattito in cui non mancano condizioni critiche sull’attuale morfologia della filantropia, come è proprio il caso di Cone, che ritiene sia importante ritornare all’uomo fondatore affinché possa con le proprie capacità generare valore aggiunto e creare forme di filantropia che siano da un lato coerenti con il nostro tempo, e che dall’altro sfuggano al modello di filantropia istituzionalizzata che oggi è invece rappresentato dalle organizzazioni generate dalla prima gilded age.

In tali critiche c’è sicuramente una condizione realistica, e vale a dire l’esigenza di generare forme di filantropia che siano più coerenti con le esigenze contemporanee e che al contempo presentino modalità di intervento meno rigide, più innovative, e più vicine alle esigenze specifiche.

Ciò che tali posizioni, però, tendono nella maggior parte dei casi a sottovalutare, è la capacità delle organizzazioni di promuovere una visione che superi il dualismo esistente, tra la filantropia meramente monetaria e la filantropia protagonistica del secolo scorso.

Tale dualismo, infatti, è riscontrabile quando si pone al centro della riflessione “il ricco”, mentre diviene molto meno evidente quando si ribalta la prospettiva e ci si concentra sulle “organizzazioni”.

Nell’attuale scenario, è naturale che una persona che ha disponibilità economiche ingenti sostenga cause sociali attraverso organizzazioni terze. Ed è in qualche modo naturale che le organizzazioni esistenti creino una peculiare forma di competizione per raggiungere le donazioni più ingenti, al fine di sostenere il proprio operato e la propria crescita. Puntando il focus sulle organizzazioni, quindi, la dicotomia scompare: un uomo ricco, che non ha le competenze per creare ospedali, sviluppare università, istituire scuole biblioteche, o qualunque altro edificio pubblico, si trova così a dover scegliere semplicemente a quale organizzazione che si occupa di queste attività poter fornire il proprio sostegno monetario.

Una forma di filantropia innovativa sarebbe tuttavia possibile, con l’istituzione di organizzazioni che si pongano “al servizio” dei donatori, supportando tali persone nella costruzione di istituzioni e organizzazioni che, da un lato abbiano il compito di divenire quanto più sostenibili sotto il profilo economico e dall’altro siano volte al perseguimento di quegli obiettivi sociali che tali donatori sentono più vicini alla propria sensibilità.

Sostenere chi percepisce la propria responsabilità all’interno della collettività, e supportare tali individui nello sviluppo di azioni coerenti con le proprie visioni del mondo, potrebbe essere un nuovo modo di intendere il rapporto tra società civile e filantropia: un rapporto più equo, in cui chi ha competenze le mette a disposizione di chi ha risorse economiche, per la creazione condivisa di un percorso.

La creazione di un modello di questo tipo potrebbe davvero affermare un equilibrio che, ad oggi, pare essere assente sulla scena internazionale come nel nostro Paese e che proprio nel nostro Paese potrebbe generare un considerevole valore pubblico.

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