“Un mondo fatto per due, come le confezioni dello yogurt”: Coez si spoglia del pop in teatro e canta a Roma per un pubblico che è cresciuto con lui

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Domenica 1 novembre 2026, terza e ultima data romana all’Auditorium della Conciliazione per Silvano Albanese, in arte Coez: classe 1983. Sul palco ci sono sei musicisti disposti a semicerchio, una poltrona, un tavolino con sopra un abat-jour verde.

Dal registrare sui tetti all’esibirsi nei teatri, From the Rooftop nasce con un’identità ben chiara: riportare la musica e le sue sfumature a una dimensione più intima, acustica ed essenziale. Una selezione accurata di brani (appartenenti sia al repertorio dell’artista, che cover di grandi classici) spogliati della loro veste più pop per poterne recuperare la più nuda e scarna potenzialità.

Un bisogno di riduzione e semplicità che assomiglia a quella stessa cifra essenziale che è propria anche della scrittura di Coez, che da quasi dieci anni ci fa sentire “una scuola di danza nello stomaco” al posto delle già note farfalle, e che ci ricorda quanto, in fondo, questo sia “un mondo fatto per due, come le confezioni dello yogurt“. Una dichiarazione di intenti che si palesa fin dalla prima traccia in scaletta, quando le note di Faccio un casino trasformano uno dei brani più noti dell’artista in un pezzo più sofisticato e confidenziale. “Amami o faccio un casino”: un inno generazionale che dieci anni fa abbiamo imparato a cantare a squarciagola, e che adesso che siam cresciuti forse riusciamo solo a sussurrare.

L’ambientazione è minimale e curata nei dettagli, per fare accomodare chiunque tra le pieghe di questi anni di musica fatti di grandi palchi, e che ora si vuole riappropriare della sacralità del teatro. In questa cornice, gli arrangiamenti si fanno eleganti e quasi solo accarezzati dalle chitarre acustiche, dalla tastiera e dalle sfumature degli archi. È una sottrazione che moltiplica i linguaggi e le sfumature, anche se – forse unico tasto dolente – si è sentita la mancanza di “Ci vuole una laurea”, traccia dell’album presentata la scorsa primavera nella colonna sonora di “Due spicci”, la serie Netflix animata da Zerocalcare.

Eppure Coez non appare – in questa nuova formula di live – un caso isolato. Anche per altri artisti è evidentemente cambiato il senso dell’esibizione dal vivo: è il caso anche di Marco Mengoni, che dopo decine di date negli stadi e all’estero, ha annunciato poche settimane fa il suo Allo sbagliato, un anti-tour nella sua stessa dichiarazione: vietato l’utilizzo dei cellulari durante le serate-evento dell’artista di Ronciglione, che sarà al Teatro Principe di Milano per ben 26 date, dal 5 novembre al 19 dicembre.

Forse si è esaurita quella fomo dei festival da centinaia di migliaia di biglietti, la pressione dei grandi numeri: non si arriva sul palco in elicottero ma in punta di piedi, per onorare il testo musicato, per stringere le mani al pubblico, per quella sospensione di pochi secondi di un sipario che si apre e la sensazione rara di condividere uno spazio protetto, come fossimo su una terrazza (o un rooftop?) a guardare il Sole tramontare sui tetti di Roma.

Un’atmosfera che trova il suo culmine più poetico nel finale, affidato a Il mio canto libero di Lucio Battisti. Una scelta che suona come una promessa, una dolce ninnananna: perché alla fine forse siamo tutti in cerca del nostro. E noi, per un paio d’ore, lo abbiamo trovato lì insieme a lui.

L'articolo “Un mondo fatto per due, come le confezioni dello yogurt”: Coez si spoglia del pop in teatro e canta a Roma per un pubblico che è cresciuto con lui proviene da Il Fatto Quotidiano.

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