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Chiara Colosimo ostenta volontà enciclopediche in materia di rapporti tra mafia e politica, ma purtroppo rischia di essere l’ennesimo gioco di prestigio di una forza politica che non può fare i conti col proprio presente perché non li può fare con il proprio passato (recente). La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo alla Camera la scorsa settimana aveva auspicato che la Commissione parlamentare antimafia guidata dalla sodale Colosimo si occupasse delle infiltrazioni della mafia nella politica, come reazione allo scandalo “Delmastro/Caroccia” che ha travolto il suo partito e compromesso (almeno temporaneamente) la brillante ascesa di Andrea Delmastro Delle Vedove.
Recepito il messaggio la Colosimo si è messa al lavoro e dopo aver convocato per ieri (martedì) un Ufficio di Presidenza dedicato, ha rilasciato a Giuliano Foschini di Repubblica una lunga intervista che ruota attorno ad un concetto: “Non è una novità che la commissione si occupi di questi temi. La novità è che oggi si chiede un quadro complessivo, non il singolo caso. E a questa richiesta bisogna rispondere in modo corale, aprendo una indagine a 360 gradi su tutto ciò che negli ultimi anni ha riguardato le infiltrazioni nelle Istituzioni”.
Insomma: mal comune, mezzo gaudio.
Ma è credibile questa spinta verso una indagine a 360 gradi su tutto ciò che è successo negli ultimi anni rispetto alle infiltrazioni della mafia nella politica? No, per niente. Perché se davvero Meloni/Colosimo&C. avessero a cuore questo tipo di approccio, avrebbero trattato in maniera diametralmente opposta la strage di Via D’Amelio del 19 Luglio 1992 nella quale morirono Paolo Borsellino e tutti tranne uno dei suoi agenti di scorta.
Non si contano infatti gli appelli rivolti alla Colosimo in questi tre anni affinché desistesse dall’intento di “estrarre” la strage di Via D’Amelio dal suo contesto, affinché non la spacciasse come un evento slegato dalla complessiva strategia terroristico-mafiosa che ha insanguinato l’Italia dall’inizio del 1992, con l’assassinio di Salvo Lima il 12 Marzo (Falcone dirà: “Adesso può succedere di tutto”), fino al fallito attentato all’Olimpico di Roma del Gennaio del 1994. Niente da fare. Eppure se si cercassero davvero origini, fenomenologia ed effetti dei legami tra politica a mafia almeno nella storia recente italiana, senza spingersi all’omicidio Notarbartolo o a Portella della Ginestra, ma volendo limitare il campo di indagine agli ultimi quarant’anni, non si potrebbe evitare di considerare quel periodo (’92-’94) nel quale in maniera tragica ed altrettanto plastica destini mafiosi e politici si sono intrecciati, spezzati, riannodati, producendo conseguenze che riguardano anche il presente che stiamo vivendo.
Non lo hanno voluto fare precisamente per la ragione che la Colosimo in un altro passo della intervista tratteggia, con poco celati intenti polemici verso le opposizioni, quando dice: “Se devo fare una analisi, vedo che tutti troppo spesso si occupano dei casi che riguardano gli altri e non dei propri. E questo non fa bene alle Istituzioni (…) E’ su questo che casca l’antimafia: sul fatto che la fai solo quando non ti riguarda. L’antimafia o la fai sempre oppure non la fai!”. Sante parole! Contraddette però radicalmente proprio dall’operato della presidente Colosimo sulla strage di Via D’Amelio, che ha avuto una cura maniacale nell’evitare di considerare, soltanto a titolo di esempio (!), la figura di Gaspare Spatuzza, del quale pure il Procuratore di Caltanissetta De Luca nella sua seconda audizione fiume aveva detto ogni bene, ricordando che è un collaboratore di giustizia universalmente ritenuto credibile, così come quella di Giuseppe Graviano e di suo fratello Filippo (avranno presto qualche permesso premio anche loro?), su, su, fino al mitico gelataio di Omegna, Salvatore Baiardo ed alla sua stupefacente profezia della cattura di Messina Denaro ai microfoni di Massimo Giletti nel novembre del 2022.
Un filo nero di segreti e rosso di sangue che ha molto a che fare con la ristrutturazione del potere in Italia all’indomani del crollo del Muro di Berlino, col trionfo delle forze “atlantiste” e col regolamento di conti al suo interno cominciato con il disvelamento dell’esistenza di Gladio fatta da Giulio Andreotti in persona, rispondendo alla Camera ad una interrogazione di Luciano Violante nell’autunno del 1990.
Infine, un consiglio di stile giacchè la sostanza è inemendabile, smettetela di parlare di “mafia che infiltra la politica” spacciando per buona una rappresentazione falsa e depistante per la quale la politica sarebbe un corpo sano, al più ingenuo o imprudente, che viene aggredito da un agente esterno, ostile ed infettivo (la mafia). Le mafie non infiltrano la politica, le mafie incontrano la politica sul comune interesse delle convenienze spudorate ed è la politica a proteggerle. Ha ragione anche su questo Papa Leone: una democrazia senza morale diventa una tirannia. Ed i mafiosi di tirannia se ne intendono eccome.
L'articolo Un’indagine a 360 gradi su mafia e politica? Sante parole, Colosimo, se non facesse l’opposto proviene da Il Fatto Quotidiano.






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