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“Finestra” francese per il cavo sottomarino Grecia-Cipro, l’interconnessione elettrica Great Sea Interconnector (GSI) che si affida a Parigi per superare l’ostacolo principale, ovvero le reazioni turche. La partita è molto più ampia dell’Egeo, perché investe le relazioni dei Paesi coinvolti con i principali partner internazionali (Israele, Stati Uniti, Turchia) oltre che gli equilibri mediterranei, visto che la Turchia ha reagito inviando delle navi e gli Usa sono fortemente interessati ad investirvi. Per cui l’ingresso di Meridiam nel cavo sottomarino è una specie di “voto di fiducia” a conclusione di mesi di negoziati tra Atene e Parigi, volti a migliorare le condizioni che potrebbero consentire la realizzazione dell’interconnessione.
Il progetto Great Sea Interconnector
C’è anche un pezzo di Ue all’interno del progetto, dal momento che la Banca europea per gli investimenti detiene una partecipazione in Meridiam dal 2015 e finanzia i suoi progetti, insieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, alla Banca mondiale e ad altre istituzioni finanziarie pubbliche. Entrando nel dettaglio dell’operazione, ecco che il 66% del progetto passa ai francesi, mentre in precedenza il 75% apparteneva ai greci. Al momento le indagini sottomarine per l’interconnessione elettrica si sono bloccate nelle acque internazionali a sud di Kasos dopo l’intervento di Ankara e non sono mai potute ripartire.
Il progetto, lungo 1.208 chilometri, collegherà Cipro, Grecia e Israele, con una capacità di 1.000 megawatt, una profondità che si avvicina ai 3.000 metri nella sezione Creta-Cipro, un finanziamento europeo di 657 milioni di euro e un costo totale stimato di circa 1,9 miliardi di euro. Non solo un cavo, ma l’allineamento geopolitico tra tre Paesi di chiara matrice occidentale. Non solo Cipro verrà agganciata alla rete europea, ma Israele avrebbe così un canale marittimo di riserva verso l’Europa: ecco la ragione delle numerose avversità che il progetto ha trovato sulla propria strada.
Il tema della sicurezza energetica
Quando si affrontano progetti simili nel Mediterraneo, non ci si può limitare ad inquadrarli singolarmente, ma è necessario ampliarne costi e benefici su larga scala, immaginando un ventaglio di reazioni da Gibilterra ai Dardanelli: è quello che sta accadendo per il GSI. Si uniscono le forze in un progetto europeo di interesse comune, ha dichiarato il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis dopo la cerimonia della firma, aggiungendo che “il GSI fa uscire Cipro dall’isolamento energetico e rafforza la sicurezza energetica del Mediterraneo orientale e la resilienza dell’Europa nel settore energetico”. Sicurezza energetica significa essenzialmente equilibrio, con i due principali players macro regionali (e non solo) coinvolti.
Come è noto, Israele fa parte del cosiddetto triumvirato del gas assieme a Cipro e Grecia, un’alleanza strategica nata sull’energia ma che si è presto allargata anche alla difesa. Gli interessi di Tel Aviv, Nicosia e Atene collimano su più fronti: dall’americanismo certificato (ma solo dopo l’avvio dei due governi conservatori guidati da Mitsotakis), alle nuove tecnologia di difesa aerea e sottomarina, passando per gli F-35 e per la costruzione della nuova base som a Cipro. Di contro, il governo di Ankara ritiene che la questione non tocchi semplicemente l’esclusione dal contesto dato dalla relazione trilaterale in questione Cipro-Grecia-Israele, ma il carattere sottomarino (critico, secondo i turchi) del corridoio stesso. La parte più controversa è il tratto Creta-Cipro.
Scenari
Che cosa potrà succedere sul “cantiere” sottomarino del GSI? Esiste il rischio che gli oppositori di questa infrastruttura possano azionare alcune leve di contrasto ai lavori? Interessanti e opportune sono in questo senso le parole del commissario europeo per l’energia Dan Jorgensen secondo cui la Commissione europea fornirà un “forte sostegno politico e tecnico ” per l’interconnettore, compresi “eventi dedicati e discussioni di alto livello, nonché un maggiore impegno su questioni geopolitiche”. Ecco il nodo: quale sarà la reazione di Bruxelles in caso di intervento (diretto o indiretto) di Ankara?

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