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Il mondo cambia, l’Intelligenza Artificiale riscrive perimetri ed equilibri dell’economia. E la Cina, no, non è più la stessa. C’è un po’ tutto questo nelle oltre novanta pagine che danno forma al report di Kkr, il fondo americano al quale Tim ha venduto, due anni fa, la propria rete, dedicato ai grandi cambiamenti globali e allo spostamento dei capitali, verso questo o quel settore. Uno dei punti più salienti del rapporto curato da Kkr riguarda proprio l’avanzata dell’Intelligenza Artificiale. La quale porta in dote un mix di gioie e dolori.
“Sebbene i guadagni di produttività derivanti dall’Intelligenza Artificiale si manifesteranno nei prossimi anni, il rovescio della medaglia è che l’intensificarsi della concorrenza strategica renderà probabilmente la crescita economica più concentrata in un numero minore di settori e, a volte, più estrema di qualsiasi cosa abbiamo visto dall’inizio della seconda rivoluzione industriale nel 1870”, ha messo in calce, Henry H. McVey, responsabile della macroeconomia globale e dell’allocazione degli asset di Kkr.
Più nel dettaglio, i settori della Difesa e dell’energia “sono quelli che con maggiore probabilità trarranno vantaggio dalle tendenze a lungo termine, a cominciare dalla stessa Intelligenza Artificiale. E nonostante l’aumento dei costi delle materie prime, si registra un’attenzione diffusa e crescente alla sicurezza e alla resilienza delle catene di approvvigionamento in tutti i Paesi e settori”. Il report dunque traccia una mappa chiara per i grandi investitori, indicando laddove si sposta il capitale. E segnando, in questo senso, il tramonto dell’era della finanza creativa e della leva monetaria facile, E dunque, “i settori chiave su cui puntare riflettono l’ossessione globale per la sicurezza. La spesa militare nel mondo ha toccato il record di 2.630 miliardi di dollari, aprendo spazi enormi alle aziende capaci di sviluppare droni, cybersicurezza e Intelligenza Artificiale”, è una delle conclusioni.
E poi c’è la Cina, con tutti i suoi acciacchi. Pechino oggi è qualcosa di molto diverso rispetto a dieci anni fa. Tanto per cominciare, rimane lontano anni luce l’obiettivo del governo cinese di raggiungere quel fantasioso 5% di Pil che ha dominato l’economia cinese fino a pochi anni fa. “Prevediamo una crescita del Pil reale del 4,6% nel 2026 e del 4,4% nel 2027. Il conflitto in Medio Oriente e l’aumento dei prezzi dell’energia riducono la nostra stima di crescita per il 2026 di circa 40 punti base, in gran parte compensati dalla forza delle esportazioni e dal sostegno delle politiche (sussidi, ndr)”.
Ma, soprattutto, qualcosa è cambiato per il Dragone. Forse per sempre. La Cina “è ora un’ economia con una crescita intorno al 4%, trainata dalla digitalizzazione, dalla transizione verde e dalla resilienza delle esportazioni, non dal vecchio modello basato su immobili, credito e reflazione delle famiglie. Questa economia è caratterizzata da un ciclo di investimenti guidato dall’offerta e dalle politiche, con i consumi ancora frenati dal settore immobiliare debole, da un mercato del lavoro fiacco e dalla cautela delle famiglie. Il motore della crescita cinese è cambiato. Il settore immobiliare, gli effetti ricchezza e il credito in generale non stanno più svolgendo il ruolo principale. Il nuovo motore, transizione verde, veicoli elettrici, batterie, energia solare, robotica, produzione avanzata e diversificazione delle esportazioni, è sempre più evidente”.

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