ARTICLE AD BOX
Diamine, c’è un bel film al cinema. Evento più unico che raro. Lassù le vagonate di triliardi risucchiati da rancide odissee e patetiche oceanie. Quaggiù il bel film che s’intitola Tony – Diario di un giovane cuoco (“sic” per l’aggiuntina in italiano): una manciata di mesi estivi vissuti dal 19enne Anthony Bourdain, futuro acclamato chef, e autore di lettissimi contenuti letterari sulla cultura del cibo, quando ancora voleva fare lo scrittore ma che si ritrova con un occhio nero a lavare piatti e a inseguire una pepata fanciulletta che era a scuola con lui. Tratto, niente di più, e niente di meno, da due capitoletti di Kitchen Confidential (2000), il libercolo saggio autobiopic che rese celebre nel mondo Bourdain quasi più della preparazione di un suo pork chop sandwich, Tony prende le mosse all’inizio dell’estate del 1975. È là che il giovane Tony (Dominic Sessa, visto in The Holdovers) tutto riccio, curvo e sottile come una figurina di Pazienza (o Zerocalcare), spara una balla clamorosa ai genitori: sostiene di aver vinto una borsa di studio per sviluppare un romanzo senza però sapere ancora l’esito della selezione.
E nonostante le affermazioni precisine e pedanti di mamma (il bildungsroman, ça va sans dire, e non buildingroman, come afferma erroneamente Tony a tavola) il ragazzo in realtà viene rifiutato dalla commissione universitaria e scappa nottetempo, rubando qualche dollaro ai suoi, in direzione Provincetown (Massachusetts) dove si è trasferita Nancy (Emily Jones), una sua cotta del liceo, verso la quale ha gettato il guanto di sfida di una improbabile conquista sentimentale. È nel paesello turistico in riva al mare, presso Cape Cod, meta ambita dai presidenti democratici come JFK e Obama, che il ragazzetto prima scopre che Nancy ha un altro, poi si ubriaca in un locale, si fa cacciare a pugni e viene derubato. Finirà incosciente e stordito su un’amaca tra le sabbie dell’Atlantico, svegliato ogni giorno con una secchiata d’acqua gelata dallo “Chef” (Antonio Banderas): per pagarsi la permanenza a Cape Cod, e la conquista di Nancy, per Tony/Flaco c’è un posto da lavapiatti proprio nella cucina dello Chef da dove era stato cacciato. Solo che quel bugigattolo di cucina è una specie di inferno popolato più da commilitoni che da colleghi, dove cucinare è più un gesto di resistenza psicofisica che l’applicazione di studi e talento che, in fondo, Anthony non ha o non sa ancora di avere. Ma il bello, il riuscito, l’originale nel film diretto da Matt Johnson, è il non suggerire, alludere, sottolineare che siamo di fronte ad una vera e riconoscibile celebrità che si sta impratichendo.
Quindi a farsi bastare, e a far bastare allo spettatore, la spuria, curiosa storia in sé di questo ometto qualunque e filiforme che si taglia un dito, si ustiona una mano, pippa coca, ma che intanto cresce inconsapevolmente autonomo e libero. Tony è inoltre l’affresco dinamico, spigoloso, a suo modo stilisticamente ricercato (si può vivere di angolazioni inusuali nelle inquadrature e magari qualche controcampo non farlo nemmeno) di uno spazio oramai mitologico e socialmente idealizzato come la cucina. Johnson ritrae lavelli, forni e fornelli, in tutta la loro cruda, secca, inequivocabile sporcizia, sudore e brutalità. Come del resto c’è traccia evidente di un’idea di costruzione culturale del cibo ancestrale e selvaggia (lo Chef che si arma con un fucile per pescare, la sbobba terrificante servita ai dipendenti a fine serata) qui si come fossimo in un capitolo culinario pulp coreano o vietnamita di Kitchen Confidential.
Tony infine non è affatto cinema sentimentalmente conciliante, inguaribilmente romantico o stupidamente celebrativo. Merito, probabilmente, del “taglio” creativo e a suo modo politico, che oramai tutte le produzioni A24 hanno da quattro/cinque anni a questa parte. Insomma poté più la sciolta pecunia che l’ampollosa autorialità in sé. Un paio di righe, almeno, sulla direzione e le performance degli attori. Perché se Tony è un film di ottimo livello, molto, anzi tanto, va riconosciuto alle richieste e alle scelte calibrate di regia, come ai singoli che stanno con grazia dentro ai grembiuli di scena: Sessa splendido e incredibilmente misurato in questa sua silente catatonia che non trabocca mai in soluzioni facili da sfigato o vincente; Leo Woodall, il Sal maschio alfa del gruppo, apritore rapido di ostriche (e si capisce pure con gran facilità anche di altro); e quel Banderas, capobranco temerario, uomo d’ordine ultra cattolico, ma allo stesso tempo incredibilmente fragile. Distribuisce in Italia I Wonder.
L'articolo Tony, il (bel) film sulla cucina da incubo dove nacque il mito di Anthony Bourdain proviene da Il Fatto Quotidiano.




English (US) ·