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Gioco propositivo contro gioco speculativo. Una dicotomia che decenni dopo sarebbe esplosa fino a diventare stucchevole ma che trent’anni fa di fatto non esisteva. La pay per view cominciava ad affacciarsi timidamente nel mondo pallonaro: l’estero era lontanissimo e dunque il binomio di cui sopra si traduceva in un casareccissimo “Zeman contro il resto del mondo”. Nel resto del mondo, in quello giochista giusto per non schiodarsi dall’odioso termine coniato ai giorni nostri o giù di lì, c’era Jean Claude Suaudeau, con il suo “Jeau a la nantaise”, lo stile di gioco del Nantes di metà degi anni ’90 Si scontrarono, i due modelli, nelle semifinali di Champions League di trent’anni fa: da un lato Marcello Lippi, con una Juve tosta, fisica, muscolare (e fortissima), dall’altro il Nantes veloce, aggressivo e offensivo di Suaudeau.
Inutile nasconderlo: uno scontro impari. L’acciaio della Juve di Marcello Lippi, una macchina perfetta con un mix di ingranaggi precisi, potenti, scintillanti: da Peruzzi tra i pali alla difesa con Ciro Ferrara, Porrini e Vierchowod, dalla precisione di Paulo Sousa alla classe di Jugovic alla grinta di Conte e Deschamps a centrocampo, e poi Lombardo e Di Livio sulle fasce, Vialli, Del Piero, Ravanelli, Padovano in attacco e ancora e ancora e ancora. La seta del Nantes, plasmata da quel Suaudeau che era una bandiera del club francese: campione da calciatore, richiamato da allenatore tante e tante volte, costruendo nel 1994 un capolavoro nonostante le difficoltà finanziarie: dalle giovanili plasma Ouedec, Loko, Pedros, Makelelè, Karembeu e poi costruisce campioni come N’Doram, Cauet. E li fa giocare bene: “Il pallone andrà sempre più veloce di qualsiasi giocatore” dice Suaudeau, e dunque la squadra invece di fare dieci passaggi ne fa tre “ma non passaggi qualsiasi”. E senza passaggi qualsiasi il Nantes vince il campionato del 1994 – 95, dopo undici anni di digiuno.
Una situazione molto simile a quella della Juventus di Lippi: lì la vittoria mancava da nove anni ad opera del Trap. La famiglia Agnelli per rompere il dominio del Milan aveva puntato su un emergente come Lippi che aveva portato il Napoli in Europa l’anno prima, avendo ragione: il toscano aveva riportato a Torino lo Scudetto. Diverso il cammino in Champions: la Juve aveva praticamente dominato il suo girone, con la stella di Alex Del Piero che aveva cominciato a brillare e poi ribaltando il Real Madrid ai quarti aveva lanciato una chuara candidatura per la vittoria finale.
Balbettante il cammino del Nantes: seconda dietro al Panathinaikos ai gironi, fortunata nel sorteggio che gli aveva opposto lo Spartak Mosca ai quarti. Il verdetto del campo, in quella primavera del 1996, ebbe il sapore metallico dell’inevitabilità. All’andata, nel freddo cemento del Delle Alpi, la Juventus non si limitò a giocare: occupò militarmente ogni zolla. Se il Nantes di Suaudeau era un’orchestra che cercava l’armonia del tocco, la Juve di Lippi era un’onda d’urto. Vialli e Jugovic misero la firma su un 2-0 che parve una sentenza definitiva, un urto gravitazionale che la seta francese non poteva assorbire. I “canarini” sembrarono smarriti, come artisti costretti a dipingere durante un terremoto, incapaci di trovare quel ritmo sincopato che li aveva resi l’oggetto misterioso e bellissimo del calcio europeo.
Eppure, il calcio sa essere romantico anche quando è crudele. Il ritorno a La Beaujoire fu l’ultimo ballo di un’utopia. Sotto il cielo di Francia, il Nantes decise di cadere restando fedele a se stesso. Nonostante il vantaggio immediato di Vialli avesse trasformato la qualificazione in un miraggio, la squadra di Suaudeau non smise di tessere la sua tela di passaggi invisibili. Capron, N’Doram e Renou ribaltarono la partita in un 3-2 elettrizzante che non servì per la finale di Roma, ma servì a ricordare al mondo che si poteva far soffrire la squadra più forte del pianeta senza rinnegare un’idea.
Per novanta minuti, il “Jeu à la nantaise” non fu solo uno schema, ma un atto di resistenza estetica. La Juventus volò giustamente verso la gloria, alzando al cielo la coppa in quella notte romana che avrebbe segnato l’apice del ciclo lippiano. Il Nantes, invece, si dissolse lentamente: i suoi gioielli vennero venduti, la crisi finanziaria tornò a bussare e quel gioco armonioso divenne un ricordo sbiadito, custodito gelosamente da chi c’era. E se la Juve di Lippi ha scritto la storia, il Nantes di Suaudeau ha scritto una poesia che, trent’anni dopo, da quelle parti, si continua a recitare a memoria.
L'articolo Ti ricordi… Jean Claude Suaudeau, allenatore del Nantes che con il suo “Jeau a la nantaise” mise paura alla Juve proviene da Il Fatto Quotidiano.





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