The Age of Golden Powers. I due no europei agli investimenti cinesi visti da Picotti

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A metà ottobre è stata pubblicata la Sesta relazione annuale sul controllo degli investimenti esteri diretti nell’Unione europea, relativa all’anno 2025. Il documento conferma le principali tendenze in materia, a partire dal fatto che ormai tutti gli Stati membri dispongono di un meccanismo di screening. Le richieste totali di autorizzazione gestite dai singoli Paesi sono state 4.773, rispetto alle 3.136 del 2024, con il 62% dei casi ritenuto non ammissibile o non suscettibile di controllo formale, mentre il 38% dei casi è stato sottoposto a tale controllo: di questi, e qui troviamo i dati più interessanti, l’87% è stato autorizzato senza condizioni, nel 9% sono state poste delle condizioni, nel 3% vi è stato un ritiro dell’operazione, e nell’ 1% vi è stato il veto.

Il veto rimane dunque un’ipotesi di ultima istanza, mentre le condizioni si prestano ad essere la manifestazione più strutturale dei poteri speciali. L’aumento quantitativo è comunque riscontrabile (più notifiche, più interventi) e molto spesso la mera esistenza dei meccanismi di screening impone di rinunciare alla radice a determinate operazioni, o durante l’istruttoria, così come a impostarle sin da subito in un certo modo.

In ogni caso, i veti non mancano, e quando arrivano sono piuttosto indicativi. Interpretano quella che si può definire come The Age of Golden Powers: ossia una presenza sempre più marcata di poteri speciali di vario tipo, sia potenziali che attuali, in capo agli Stati, in grado di plasmare i mercati per ragioni di sicurezza nazionale in senso allargato.

E proprio negli ultimi mesi si sono registrati due importanti veti europei a investimenti cinesi. Uno in Belgio e uno in Germania. Elicotteri e logistica. Quali elementi emergono?

Il 4 agosto 2026 il Belgian Interfederal Screening Committee ha posto il suo primo veto dall’introduzione della normativa sugli investimenti esteri nel 2023 (vedasi Anne Bonnet e Vincent Mussche, The First Belgian FDI Prohibition: Lessons from the NHV / GD Helicopter Finance Case, in Celis Institute, 14 ottobre 2026).

La società target, NHV, fornisce servizi tramite elicotteri nelle piattaforme offshore del settore energetico, con clienti anche in ambito militare sul fronte dei servizi manutentivi. L’acquirente, GD Helicopter Finance Case, era una società incorporata in Irlanda, ma controllata in ultima istanza da un cittadino cinese, fondatore e presidente di Chinese helicopter group GDAT. Sul veto il governo si è limitato ad una dichiarazione in cui afferma che vi erano rischi per la sicurezza nazionale non mitigabili in altro modo. Dietro le righe, troviamo alcuni elementi rilevanti: nel gioco delle linee invisibili e delle geografie giuridiche, non conta tanto l’incorporazione in Irlanda, quanto l’ultimate beneficial owner, che è cinese. Il veto è dunque a tutti gli effetti un veto nei confronti di un investimento cinese. L’asset protetto? Una società belga, sebbene controllata dal fondo francese Ardian, strategica sia in relazione al settore energetico, che a quello militare in virtù di alcuni servizi manutentivi, a riprova della profonda ibridazione tra settori in questa fase storica, guidata anche e soprattutto dalla sempre maggiore profondità tecnologica (know-how, versatilità, duplici utilizzi).

Il 7 ottobre 2026 Berlino ha bloccato l’acquisizione dell’80% della società di logistica Zippel, basata ad Amburgo, da parte del gruppo statale cinese Cosco. Perché vietare l’acquisizione di una realtà relativamente piccola (70 milioni di fatturato circa), attiva nella logistica, ossia nel gestire la movimentazione delle merci dal porto all’entroterra?

Le dichiarazioni governative parlano di rischi di “jeopardization” della supply chain tedesca ed europea, anche in relazione alle linee Nato. Insomma, massima precauzione per la logistica degli approvvigionamenti in tempi di latente crisi.

Per la Germania non è, come per il Belgio, il primo veto. Anzi, dopo lo spartiacque simbolico di Kuka 2016, ossia il gioiello della robotica tedesco acquisito dalla cinese Midea senza che vi fossero all’epoca strumenti giuridici per bloccare l’investimento, Berlino ha posto in totale otto veti verso investimenti cinesi. Allo stesso tempo va detto che solo tre anni fa Cosco entrava nel terminal Tollerort del porto di Amburgo, sebbene non con la partecipazione iniziale prevista del 35%, bensì con una ridotta al 24.9%.

Elicotteri e know-how, con utilità sia per la specifica dimensione energetica offshore, che per le dotazioni militari; trasporti e logistica, ossia linee di approvvigionamento che, se nell’ordinario trasportano beni di consumo, in tempi di crisi possono diventare snodi centrali per le operazioni militari. In entrambi i casi il controllo cinese è visto come un rischio. Sullo sfondo: la sempre maggiore militarizzazione dell’esistente.

Casi che ci dicono molto sulle tendenze in atto e che peraltro vanno a inserirsi nella più grande partita commerciale tra Pechino e Bruxelles, tra strategie cinesi in Ue (export, FDI, greenfield) e relative contromisure (dazi, FDI screening, condizioni di politica industriale).

E un punto di equilibrio sempre più difficile da individuare.

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