Sulle terre rare gli Stati Uniti hanno un asso contro la Cina. Ed è il Brasile

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Ci sono tanti ring dove combattere. E il Brasile è uno di questi. Pochi mesi fa questo giornale ha raccontato come, nell’ambito della progressiva rottura del monopolio cinese sulle terre rare, la strategia degli Stati Uniti fosse quella di tessere una robusta tela di accordi con tutti quei Paesi ricchi di minerali critici ma fuori dall’orbita del Dragone. Nello scacchiere, rientra a piano titolo il Brasile. Sembrano, ora, essersene accorti anche dalle parti del Wall street journal.

“Le aziende occidentali stanno investendo ingenti somme nell’industria brasiliana delle terre rare, nella speranza che la nazione sudamericana possa contribuire ad allentare la presa della Cina sui minerali utilizzati nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche e nelle armi avanzate”, premette il quotidiano americano. “Le compagnie minerarie sono impegnate in una corsa contro il tempo per sfruttare i giacimenti in tutto il Brasile, che detiene le seconde riserve mondiali di terre rare dopo la Cina. Ma le loro ambizioni vanno oltre l’estrazione del minerale. Aziende e funzionari governativi affermano di voler costruire impianti di lavorazione in grado di separare le terre rare, produrre metalli e, in futuro, fabbricare magneti”.

Ora, la realizzazione di tale ambizione rappresenterebbe una sfida ben maggiore per la Cina. Pur detenendo circa la metà delle riserve mondiali di terre rare, Pechino controlla infatti oltre il 90% della lavorazione e della produzione di magneti, esercitando un’influenza dominante sulle catene di approvvigionamento globali. E il Paese verdeoro è ora in una posizione tale da poter svolgere un ruolo sempre più strategico nell’approvvigionamento di materie prime essenziali per le economie occidentali. Questa spinta ha trasformato il Brasile in un punto focale della lotta tra Washington e Pechino per i minerali critici. Gli Stati Uniti hanno setacciato il globo alla ricerca di terre rare, sostenendo progetti dall’Africa all’Australia nel tentativo di allentare la presa di Pechino sul settore. Ma è nella nazione carioca che gli Usa si giocano la loro indipendenza dal Dragone.

La prova è nel fatto che, come ricorda lo stesso Wsj, “sotto la presidenza Trump, gli Stati Uniti hanno sostenuto il settore minerario brasiliano con finanziamenti, accordi di acquisto e prezzi garantiti, pensati per impedire alla Cina di estromettere i concorrenti dal mercato inondandolo di prodotti. Le società minerarie australiane Viridis e Meteoric stanno sviluppando giacimenti limitrofi a Poços de Caldas, mentre la canadese Aclara sta realizzando un progetto nello stato di Goiás. Ad aprile, la società statunitense Rare Earth (partecipata al 10% dal governo americano, ndr), con il sostegno di finanziamenti governativi statunitensi, ha concordato un accordo per l’acquisizione di Serra Verde, l’unico produttore su larga scala al di fuori dell’Asia ad estrarre terre rare da giacimenti argillosi, per 2,8 miliardi di dollari”. Attenzione però, perché anche Pechino “continua a investire massicciamente nelle attività minerarie brasiliane”. Insomma, il Brasile è la nuova frontiera delle sfida tra Usa e Cina sulle terre rare.

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