Stretta sui minori: invece di più repressione o buonismo inconcludente, torniamo a parlare di scuola

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Le reazioni alla proposta del governo di modificare la disciplina dell’imputabilità dei minori sono, in molti casi, la dimostrazione di quanto il dibattito pubblico sia ormai prigioniero dei pregiudizi ideologici. Una parte della sinistra sembra temere, più di ogni altra cosa, di essere accusata di rincorrere le posizioni della destra. Così finisce per opporsi in modo quasi automatico, senza interrogarsi fino in fondo sul problema.

La destra fa la destra: privilegia la dimensione della responsabilità e della sanzione, lasciando sullo sfondo il tema del recupero e del riscatto. Ma rispondere che il governo vuole “punire tutti indiscriminatamente” significa semplificare il problema fino a svuotarlo di ogni contenuto. È una lettura ideologica che rivela non solo un certo analfabetismo politico, ma anche una profonda distanza dalla realtà delle nostre città.

Sarebbe stato molto più utile cogliere l’occasione per avanzare proposte alternative capaci di coniugare sicurezza, responsabilità e recupero. Perché è evidente che il carcere minorile non può rappresentare la risposta ordinaria. La detenzione, salvo casi eccezionali, non risolve il problema: spesso lo aggrava.

La clinica, tuttavia, ci insegna anche un’altra cosa: il fenomeno delle baby gang non è una semplice emergenza mediatica. È il sintomo di una trasformazione profonda del legame sociale. Si è abbassata la soglia del rispetto della legge, del limite e della responsabilità. La violenza è stata progressivamente sdoganata come modalità di affermazione personale, di appartenenza al gruppo e di esercizio del potere sull’altro. Non è un’impressione: è un dato che chi lavora quotidianamente con gli adolescenti incontra sempre più spesso. Chi non vede questo vive una realtà alterata, artefatta. Non scende in città alle 8 di sera. Forse nemmeno sa che esiste una sera.

La questione che il legislatore deve affrontare, senza cadere in spicce e brutali sirene repressive, ma nemmeno indugiando in filippiche auto accusatorie che mettono sempre e comunque la famiglia sul banco degli imputati, è il fatto che molti di costoro non hanno mai davvero introiettato il concetto di reato, limite e, dunque, della punizione che ne può conseguire. ‘Non credevo fosse un reato’ è la frase che molti appartenenti alla baby gang ripetono ad inquirenti attoniti quando sono colti in flagrante a spaccare vetrine o strappare il telefono ad un passante. Se lo sospettano, non pensano sia così davvero grave, dunque non si capacitano del fatto che la legge li debba perseguire. Da qua la manifesta strafottenza da molti ostentata.

La riflessione psicoanalitica sull’evaporazione del limite sociale, sulla sua dissoluzione, aiuta a comprendere ciò che oggi vediamo nelle strade. Quando il limite perde consistenza, cresce l’illusione che tutto sia possibile. La perversione, il sadismo, la sopraffazione e la violenza diventano modalità legittime di relazione con l’altro.

A cosa serve la legge? La legge serve a desiderare, delimitare, contenere. Senza un quadro contenitivo, c’è la pulsione pura. Serve innanzitutto a delimitare ciò che una comunità considera accettabile e ciò che non lo è. Serve a proteggere le vittime e a contenere chi considera la violenza e la sopraffazione l’unico linguaggio possibile.

Che fare, allora? Mettere tutti in carcere? Certamente no. E’ una gigantesca boiata. Evocare leggi che puniscano i quattordicenni? Esistono già: non è infatti vero che un ragazzo di quell’età possa godere di un’impunità illimitata. La legge stabilisce che: ‘Il minore che ha compiuto 14 anni è imputabile se possiede la maturità psichica e la capacità di comprendere il valore delle proprie azioni.’ E questo ci fa ricadere a piè pari nel vulnus precedentemente descritto: un quattordicenne che ritiene la sua legge della strada prevalente e superiore a quella che regola il legame sociale, tanto da ascrivere a regolamenti di conti quelli che sono reati anche gravi, di fatto vive nell’idea di poter violare una legge che non riconosce come tale.

È altrettanto miope è continuare a negare il problema, attribuendolo esclusivamente alle famiglie, alle difficoltà educative o a una generica “mancanza di ascolto” da parte degli adulti. È necessario che questi gruppi violenti incontrino la legge. Il punto nodale sta qua. Se io non vedo e riconosco altra legge che la mia, se la sola regola possibile è la violenza, perché dovrei ‘pentirmi’ quando i carabinieri mi fermano dopo aver distrutto le vetrine? In fondo non lo considero un reato.

È per questo che considero sbagliata sia la scorciatoia repressiva sia il buonismo inconcludente. La prima immagina che il carcere possa educare; il secondo finge che basti comprendere per risolvere. Nessuna delle due strade affronta davvero il nodo centrale. E forse è proprio qui che occorre tornare a parlare della scuola. Non soltanto come luogo nel quale si trasmettono conoscenze, ma come uno dei pochi spazi pubblici nei quali una società può ancora rendere intelligibili le proprie regole. La scuola dovrebbe tornare a insegnare che cosa significa vivere dentro una legge: quali sono i diritti, quali i doveri, dove finisce la libertà dell’uno e comincia quella dell’altro, che cosa significa commettere un reato e quali conseguenze può produrre.

Non si tratta di trasformare gli insegnanti in poliziotti, né di affidare alla scuola il compito di correggere ciò che famiglia e società non sono riuscite a trasmettere. Si tratta di restituire alla scuola una funzione che non è affatto secondaria: rendere comprensibile il patto sociale.

Prima ancora di chiedere a un ragazzo di rispettare la legge, dunque, dobbiamo assicurarci che sappia che cosa sia una legge. Che sappia distinguere una bravata da un reato, una provocazione da una violenza, una rissa da un’aggressione, la trasgressione da una condotta che produce una vittima. Che sappia, soprattutto, che ogni azione compiuta contro l’altro entra in uno spazio nel quale la comunità ha stabilito dei confini.

L'articolo Stretta sui minori: invece di più repressione o buonismo inconcludente, torniamo a parlare di scuola proviene da Il Fatto Quotidiano.

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