Stabilità e decisioni vanno a braccetto. Procaccini spiega la mossa di Meloni sul nucleare

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“Qualunque governo ci sarà tra dieci anni, il Paese potrà godere dei benefici del nucleare: questa la ragione per cui Giorgia Meloni è una leader che guarda alla salvaguardia dell’Italia e non del proprio esecutivo”. Così a Formiche.net l’eurodeputato Nicola Procaccini, responsabile del dipartimento energia di Fratelli d’Italia e co-presidente del gruppo Ecr, spiega la ratio alla base della svolta energetica che potrà cambiare il corso delle cose alla voce energia, industria, difesa. “L’Italia deve aumentare l’autoproduzione di energia”.

procaccini

Il sì del Parlamento al nucleare in Italia quali vantaggi porta nell’immediato, a livello industriale e nei ragionamenti di prospettiva come geopolitica e difesa?

Nell’immediato c’è un indotto che deriva dalla ricerca che non si è esaurita nel corso degli anni. Dopodiché è chiaro che il grosso del ritorno il governo immagina di poterlo avere nel medio periodo, parliamo di dieci anni e quindi probabilmente non sarà neanche questo governo a prendersi il merito di avere una produzione energetica da fissione nucleare capace di abbattere il costo della bolletta energetica. Come ha detto il ministro Gilberto Pichetto Fratin, avere le prime centrali e i primi SMR e in funzione nell’arco di otto/nove anni rappresenta secondo me una scelta giusta per diversificare l’approvvigionamento energetico italiano nel medio periodo.

Nel breve periodo cosa cambierà?

L’Italia deve aumentare la produzione energetica: non sto parlando di importazione energetica perché noi rischiamo di considerare ancora la diatriba fra fossili e rinnovabili. Ci troviamo a un bivio tra produrre o importare energia. Fino ad oggi l’errore tragico italiano, direi anche in parte europeo, è stato quello di pensare all’energia più in termini di importazione che di autoproduzione. L’Italia deve aumentare l’autoproduzione di energia: può farlo e deve farlo tanto da fonti rinnovabili quanto da fonti fossili per tutto il tempo che sarà necessario, perché le fonti fossili sono necessarie al percorso di transizione energetica. Io ritengo fondamentale la traccia indicata da Giorgia Meloni dal palco di Bari, quando ha offerto un’indicazione preziosa della strategia del governo: ovvero non solo implementare la produzione energetica da fotovoltaico/idroelettrico, ma aumentare l’estrazione e la lavorazione degli idrocarburi dai giacimenti nazionali.

Cosa cambia rispetto al passato?

Si tratta di un altro errore tragico del passato a cui il governo italiano sta ponendo rimedio, cioè il fatto che sia stata sacrificata, sull’altare del green deal, l’estrazione e la raffinazione degli idrocarburi dai giacimenti nazionali. Porto ad esempio il gas: l’Italia nei primi anni 2000 era in grado di estrarre circa 22/23 miliardi di metri cubi di gas. Dopo vent’anni in cui abbiamo fatto la guerra al gas, inspiegabilmente perché anche in termini climalteranti ha un impatto molto minore di altre fonti fossili, siamo arrivati a 2 miliardi di metri cubi. Questo accadeva nel 2024. Quindi in 24 anni siamo passati da 23 a 2 soli miliardi di metri cubi.

Dopodiché?

Nel 2025 per la prima volta il trend risale a 3 miliardi di metri cubi. Questo è un ottimo segnale perché, ripeto, rappresenta il ritorno al realismo che è decisivo nella strategia energetica del governo. Potremmo fare molto di più e molto meglio perché i giacimenti italiani, da cui peraltro si approvvigionano anche altre nazioni europee come la Croazia, ci dicono che oggi siamo meno ingenui di quanto non siamo stati in passato. Stessa cosa vale per il petrolio e per la raffinazione dal momento che la crisi del prezzo del carburante, su cui spesso viene attaccato il governo, in realtà è il frutto dell’errore che ho appena denunciato: l’Italia e l’Europa hanno smesso di estrarre petrolio e soprattutto di raffinare petrolio per farlo diventare carburante. Carburante che è necessario e non sostituibile. Ma non è tutto, perché l’elettrico, presente nella catena del valore, ha seri problemi di dipendenza dalle materie prime critiche. Noi non abbiamo alternative se non il carburante rispetto al petrolio e al carburante fossile.

Nel medio periodo, invece?

Credo sarebbe un errore essere gli ultimi della vecchia generazione, per cui sarebbe una mossa lungimirante essere i primi della nuova generazione di fissione nucleare, con il vantaggio di avere anche una minore dipendenza in termini di materie prime: mi riferisco in particolare all’uranio arricchito. Per l’Italia e per l’Europa sarebbe un grosso vantaggio perché eviterebbe un’altra dipendenza, per esempio dalla Russia, in termini di importazione di uranio arricchito. Giorgia Meloni giustamente spesso cita il prossimo decennio, perché nel lungo periodo arriverà il cosiddetto game changer dell’energia, ovvero la fusione nucleare. Quella sposterà davvero gli equilibri in termini energetici più di qualunque altra tecnologia sia stata mai inventata.

Quale la chiave politica da mettere in risalto?

L’esecutivo Meloni sta investendo sul nucleare sapendo che, a maggior ragione con la fusione nucleare, il ritorno in termini politici ed economici, non sarà un ritorno di cui beneficerà questo governo, ma quello che arriverà fra vent’anni. Oggi il governo Meloni ha definito la propria strategia energetica come probabilmente mai stato fatto prima. Il motivo? Perché è stabile, duraturo e può prendere decisioni di lungo periodo, mentre invece prima con i governicchi che duravano una manciata di mesi ciò non era possibile. Per cui qualunque governo ci sarà tra dieci anni, il Paese potrà godere dei benefici del nucleare: questa la ragione per cui Giorgia Meloni è una leader che guarda alla salvaguardia dell’Italia e non del proprio esecutivo. Non mi sembra un risultato da poco.

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