Si fa presto a dire “Antonin le fou”: l’opera di Artaud è una delle più spietate profezie sull’Occidente

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Più che l’oblio, o il calo d’attenzione, è l’interesse sbagliato a mettere a rischio la memoria e l’opera di Antonin Artaud, una delle figure simbolo del Novecento teatrale, nella sua assoluta radicalità di vita e arte. Mi riferisco a un interesse morboso, scandalistico per gli aspetti più oscuri e drammatici della sua biografia, a cominciare dai nove anni di internamenti manicomiali, fra 1937 e 1946, e per quegli scritti che più risentono dei suoi problemi mentali e permettono di avallare con facilità il cliché del folle, sia pure geniale, in cui a quanto pare è ancora oggi conveniente rinchiuderlo.

Si tratta di un’operazione che può essere portata a compimento senza troppi sforzi, estraendo dai testi più controversi invettive misogine, dichiarazioni antisemite, elogi del Nazismo e di Hitler, critiche delle democrazie. A quel punto il gioco è fatto e “Antonin le fou” è servito ancora una volta.

Come se non esistesse un’opera sterminata, con al suo interno alcuni autentici capolavori, a testimoniare che Artaud non fu soltanto la sua follia ma uno scrittore e poeta di enorme talento e rara visionarietà, che ha lasciato un segno indelebile non solo nel teatro ma in tutta l’arte e la filosofia contemporanee.

In fondo, il vero scandalo di Artaud sta nell’aver smentito la nota sentenza foucaultiana sulla follia come “assenza d’opera”. Vera, forse, per Nietzsche, Dino Campana e altri, non lo è affatto nel suo caso. Vista la mole di testi (e di disegni) prodotta dal ’43 al ’48, nell’ultima struttura psichiatrica a Rodez e poi a Parigi, nella clinica “aperta” di Ivry, dal ’46. Testi liquidati spesso frettolosamente come deliri e che invece, tra “critica” e “clinica” per dirla con Deleuze, rappresentano una delle più spietate e lungimiranti testimonianze sulla crisi dell’Occidente e dei suoi cosiddetti valori.

E’ recente la riedizione italiana di uno dei suoi scritti più oscuri e controversi, in effetti l’ultimo da lui composto prima di sprofondare nella crisi che lo avrebbe visto rinchiuso al ritorno dal misterioso viaggio in Irlanda, nel settembre del ’37. Sto parlando di Les nouvelles révélations de l’être, uscito il 28 luglio ’37 in una esile plaquette anonima, firmata “il rivelato”. Il breve testo inizia così: “Dirò dunque ciò che ho visto e ciò che è./ E per dirlo, siccome gli Astrologi non sanno più leggere, mi baserò sui Tarocchi”.

Si tratta di un lavoro dal tono dichiaramente profetico-apocalittico, dominato dall’immagine ricorrente di una distruzione radicale mediante il fuoco. Un fuoco che solo due anni dopo avrebbe in effetti cominciato a devastare il mondo intero, con l’inizio della Seconda guerra mondiale.

Tuttavia, il motivo del fuoco non appartiene soltanto a questo testo. Esso è in realtà uno dei leit-motiv di tutti gli scritti di Artaud negli anni cruciali ’35-’37, caratterizzati dal “fiasco” dello spettacolo I Cenci, la chiusura della sua opera più nota sul teatro (Le théâtre et son double), il lungo soggiorno in Messico nel ’36, culminato con la controversa spedizione presso gli Indiani della Sierra Tarahumara, e la crisi in cui precipita dopo il rientro a Parigi nell’autunno di quell’anno.

Al fuoco fa riferimento del resto quella che resta una delle immagini in assoluto più note e citate del nostro. Mi riferisco alla chiusa della prefazione a Il Teatro e il suo doppio, dove egli evoca “des suppliciés que l’on brûle et qui font des signes sur leurs bûchers”. Suppliziati che fanno segni, o cenni, sui loro roghi: un’immagine che sarebbe diventata presto un emblema della condizione dell’artista nella società contemporanea (così, ad esempio, l’assunse il Living Theatre).

Per molto tempo si è pensato che essa fosse emersa in Artaud dal ricordo della scena finale del film di Dreyer su Giovanna D’Arco, girata il 30 ottobre ’27, a cui egli aveva preso parte come attore. La scoperta che tutto il brano finale della prefazione fu aggiunto quando egli corresse le bozze del libro, nell’aprile ’37, ha aperto il campo ad altre ipotesi, e in particolare ha fatto pensare all’influenza dei fuochi ben più recenti alla cui luce gli stregoni Tarahumara celebrano i riti notturni del peyotl, ai quali Artaud era stato ammesso.

Ma c’è di più. Tutti gli scritti messicani e anche quelli preparatorii, risalenti all’autunno ’35, sono percorsi dall’immagine del fuoco, con la sua azione ambivalente (benefica-malefica, rigenerante-distruttrice). In particolare è impossibile non accostare al testo in questione l’articolo La Danse du Peyotl, che uscì sulla Nouvelle Revue Française il 1 agosto ’37 ed è dunque coevo di Le nuove rivelazioni dell’essere, con cui condivide gli annunci apocalittici. Ecco la chiusa: “Ero pronto a tutte le bruciature, e aspettavo la primizia della bruciatura, in previsione di una combustione presto generalizzata”.

Al di là del delirio, Le nuove rivelazioni dell’essere resta un testo di rara chiaroveggenza, che risuona in modo singolare con i nostri tempi, nei quali nuovi apprendisti stregoni (come Peter Thiel), dotati di immenso potere, ammantano di millenarismo apocalittico, parlando di Armageddon e Anticristo, l’eterna battaglia del capitalismo (oggi in versione tecnonazista) contro la democrazia e la libertà.

L'articolo Si fa presto a dire “Antonin le fou”: l’opera di Artaud è una delle più spietate profezie sull’Occidente proviene da Il Fatto Quotidiano.

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