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La Torre Centrale del Paine è la più alta delle tre iconiche guglie granitiche del massiccio delle Torres del Paine, in Patagonia cilena. Una cima di circa 2.800 metri celebre per le sue pareti verticali e tra i simboli naturali più riconoscibili del Sud America. Il contesto serve per capire dove si trovava Stefano Ragazzo, alpinista e guida alpina di Padova, quando una bufera gli ha tolto ogni certezza. Stava scalando la parte est quando, spiega al Corriere, “sono stato sbalzato dal portaledge, la tenda sospesa e ancorata alla roccia, mentre mi stavo preparando per la notte. Il vento, fortissimo e improvviso, ha sconquassato tutto: ero dentro il sacco a pelo e mi sono ritrovato nel vuoto, con tutti i tiranti aggrovigliati alle gambe. Una situazione bruttissima. Da paura. Ma dovevo venirne fuori, e in qualche modo mi sono raddrizzato, sono riuscito a calarmi con le corde su uno spuntone sottostante dove ho passare la notte. Insonne, continuando a parlare a voce alta per tenermi sveglio e cercare di scaldarmi, battendo i piedi contro la roccia, perché per il freddo non li stavo sentendo più…”.
Tende sospese e ancorate alla roccia, in mezzo a una bufera, su una parete di roccia difficilissima da affrontare. Ragazzo ha raggiunto la cima (“Ho dato fondo a tutto quello che avevo in corpo, ho pensato a Silvia (Loreggian, alpinista, ndr), la mia compagna”) e la mattina della salita sul tetto del mondo era “splendida, senza vento e senza neve, con il sole e una temperatura che non era mai sotto lo zero. Un premio. In 15 giorni di scalata le belle giornate sono state solo quattro”.
Stefano Ragazzo ha lasciato un lavoro di disegnatore al computer di semiconduttori a Padova ma quando gli si chiede se abbia rimpianti la risposta è decisa: “No, nessuno. Adesso sono al top, faccio scalate che in pochissimi riescono a fare; ho scelto la vita in montagna e l’arrampicata mi consente di fare esperienze uniche in ambienti unici. La montagna è la mia isola felice, una bolla dentro la quale mi sento protetto, la mia vita ha un senso a contatto col mondo alpino”.
Il pericolo, grande, vissuto sulla Torre Centrale del Paine ha fatto sì che i giornali parlassero di lui ma non è questa cosa importante: “(…) Io cerco sempre montagna poco frequentate; se volessi avere maggior visibilità e probabilmente successo, forse dovrei salire gli 8.000 attaccandomi alle corde fisse, ma fare così non mi interessa. La mia è una storia dal sapore pionieristico, faccio cose che facevano i primi alpinisti, cerco le loro stesse sensazioni. Per i social non ho tempo, banalizzano molto. Io faccio l’alpinista, non l’influencer. Mi devo allenare per non rischiare la vita. E essere contento e in pace con me stesso”.
L'articolo “Se rimpiango il mio lavoro di disegnatore di chip? No, ho scelto la vita in montagna e l’arrampicata. In Patagonia mi sono ritrovato nel vuoto, ho pensato alla mia compagna Silvia…”: parla Stefano Ragazzo proviene da Il Fatto Quotidiano.





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