Scoperta la fat memory, la “memoria” del grasso che ostacola il dimagrimento. Lo studio

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Perché, una volta perso peso, è così difficile mantenerlo? Una possibile risposta arriva dal tessuto adiposo e, più precisamente, dalle cellule immunitarie che vi abitano. Uno studio condotto da un gruppo di ricerca giapponese guidato dalla Showa University di Tokyo ha individuato un meccanismo molecolare attraverso il quale l’obesità sembra lasciare una sorta di “memoria” nelle cellule del grasso, capace di mantenere attiva l’infiammazione anche dopo il dimagrimento. Una sorta di fat memory.

I risultati, pubblicati su Science Translational Medicine, sono stati ottenuti attraverso esperimenti condotti sui topi e l’analisi di campioni di tessuto umano. E indicano un possibile nuovo bersaglio per intervenire sui meccanismi biologici che rendono così difficile perdere peso e, soprattutto, non recuperarlo.

Il protagonista della ricerca è il macrofago, una cellula del sistema immunitario. In condizioni di obesità, queste cellule si accumulano nel tessuto adiposo bianco e contribuiscono alla risposta infiammatoria. Il problema, secondo lo studio, è che l’effetto dell’obesità non scompare completamente quando il peso diminuisce: i macrofagi conservano alterazioni che possono continuare ad alimentare l’infiammazione.

La proteina che cambia comportamento

Alla base del fenomeno ci sarebbe una proteina chiamata CWC22, coinvolta nello splicing alternativo. Si tratta del processo attraverso il quale una cellula può selezionare e assemblare in modi diversi le informazioni contenute nello stesso gene, ottenendo proteine differenti. L’obesità, secondo i ricercatori, altera il funzionamento di questo meccanismo nei macrofagi. La conseguenza è una modifica del loro comportamento: le cellule diventano meno efficienti nello smaltire il grasso accumulato e nel rimuovere cellule morenti e detriti molecolari.

È un cambiamento che non sembra essere immediatamente reversibile con la sola perdita di peso. Negli esperimenti sui topi, infatti, il passaggio a una dieta povera di grassi ha portato alla riduzione del peso, ma non ha cancellato tutte le modificazioni presenti nei macrofagi. Il dato più significativo riguarda l’attività genetica delle cellule: il 52% dei geni alterati nei macrofagi dall’obesità è rimasto modificato anche dopo il ritorno a una condizione di peso ridotto.

È proprio questa persistenza a suggerire l’esistenza di una sorta di memoria cellulare dell’obesità. Il tessuto adiposo, in altre parole, potrebbe non tornare immediatamente allo stato precedente dopo il dimagrimento, ma conservare tracce molecolari del periodo in cui era sottoposto all’eccesso di grasso e all’infiammazione.

La conferma nei campioni umani

I ricercatori hanno poi verificato se il fenomeno osservato negli animali fosse presente anche nell’uomo. Sono stati analizzati i macrofagi del tessuto adiposo di 38 persone. Il confronto ha evidenziato una differenza nella localizzazione della proteina CWC22. Negli individui normopeso la proteina rimane nel nucleo delle cellule, dove può svolgere la propria funzione. Nei pazienti obesi, invece, CWC22 risulta quasi completamente assente dal nucleo dei macrofagi.

Il dato rafforza l’ipotesi che l’alterazione della proteina possa essere collegata ai cambiamenti persistenti provocati dall’obesità nelle cellule immunitarie del tessuto adiposo. Non significa, però, che sia stata individuata una spiegazione unica della difficoltà a mantenere il peso perso. L’obesità è una condizione complessa, influenzata da fattori metabolici, ormonali, genetici, comportamentali e ambientali. La ricerca aggiunge piuttosto un nuovo tassello alla comprensione dei meccanismi biologici che possono favorire il recupero del peso.

Una possibile nuova frontiera terapeutica

La scoperta apre soprattutto una prospettiva per il futuro. Se l’alterazione dello splicing contribuisce a mantenere i macrofagi in uno stato pro-infiammatorio anche dopo la perdita di peso, intervenire proprio su questo processo potrebbe consentire di modificare selettivamente il comportamento delle cellule. L’obiettivo, in prospettiva, sarebbe correggere la “memoria” cellulare lasciata dall’obesità senza interferire con le funzioni fondamentali dei macrofagi, che svolgono un ruolo essenziale nella difesa immunitaria e nella rimozione dei detriti cellulari.

Si tratta al momento di una possibile strategia terapeutica, non di un trattamento già disponibile. Lo studio fornisce infatti indicazioni su un meccanismo molecolare e su un potenziale bersaglio, ma saranno necessarie ulteriori ricerche per stabilire se e come sia possibile intervenire sull’uomo in modo efficace e sicuro. La prospettiva più interessante è però quella di cambiare il modo in cui viene interpretata la difficoltà a mantenere il peso dopo un dimagrimento. Non soltanto una questione di volontà o di comportamento alimentare, ma anche il risultato di cambiamenti biologici profondi che possono persistere nel tempo. E proprio quella “memoria” custodita nelle cellule del tessuto adiposo potrebbe diventare, in futuro, uno dei bersagli della ricerca contro l’obesità.

L'articolo Scoperta la fat memory, la “memoria” del grasso che ostacola il dimagrimento. Lo studio proviene da Il Fatto Quotidiano.

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