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“Una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz potrebbe trasformarsi in una catastrofe agroalimentare globale”. L’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura lancia l’allarme. “Ci troviamo in una crisi di approvvigionamento, non vogliamo che si trasformi in una catastrofe” ha dichiarato David Laborde, direttore della divisione di economia agroalimentare della Fao, in un podcast con Maximo Torero, capo economista dell’organizzazione. Hanno spiegato quanto sia urgente che le navi che trasportano prodotti agricoli essenziali inizino a passare attraverso lo Stretto il prima possibile per evitare un pericoloso aumento dell’inflazione dei prezzi alimentari entro la fine dell’anno. Già, perché oggi tra il 20 e il 45% delle esportazioni di input agroalimentari essenziali (che sono fertilizzanti, pesticidi, carburanti e spray chimici) dipende proprio da quel passaggio. Non aiutano le distorsioni del sistema agroalimentare, con comunità sempre più dipendenti dai mercati, Paesi sfruttati come granai che servono alle esportazioni e per maxi piantagioni che diventano mangime negli allevamenti intensivi (Leggi l’approfondimento), con enormi quantità di fertilizzante. Secondo la Fao, ora però il rischio è quello di innescare una serie di effetti a catena simili a quelli successivi alla pandemia di Covid-19. L’ennesima emergenza che può trasformarsi in una catastrofe per i Paesi più poveri.
Insicurezza alimentare per almeno 45 milioni di persone in più
Dichiarazioni molto pesanti, che seguono quelle rese nei giorni scorsi, in conferenza stampa, dalla direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale. “L’impatto della guerra in Medio Oriente ha generato insicurezza alimentare per altri 45 milioni di persone o più a causa delle interruzioni nei trasporti” ha spiegato Kristalina Georgieva. Il risultato è che oggi nel mondo soffrono la fame oltre 360 milioni di persone, con il problema che potrebbe peggiorare nel tempo a causa degli elevati prezzi dei fertilizzanti. “Il tempo stringe. L’ultima cosa che vogliamo è una riduzione dei raccolti, un aumento dei prezzi delle materie prime e un’inflazione alimentare per il prossimo anno” ha dichiarato Torero, sottolineando che ciò costringerebbe probabilmente i Paesi ad adottare politiche per ridurre i prezzi alimentari interni, innescando un aumento dei tassi di interesse e, di conseguenza, un potenziale rallentamento della crescita economica a livello globale. L’ultimo indice dei prezzi alimentari della Fao, relativo al mese di marzo, si è mostrato relativamente stabile grazie all’ampia disponibilità della maggior parte dei prodotti alimentari, in particolare dei cereali. Tuttavia, la pressione è in aumento ad aprile e si intensificherà a maggio, prevede la Fao. In relazione alla questione dello stretto di Hormuz è intervenuto anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guteress. “Tutte le parti coinvolte in questo conflitto devono rispettare la libertà di navigazione. L’interruzione delle forniture di fertilizzanti e beni correlati aggrava ulteriormente l’insicurezza alimentare per milioni di persone vulnerabili in tutto il mondo” ha detto. La Commissione europea sta consultando, nel frattempo, gli Stati membri per raccogliere i loro pareri su un quadro mirato e temporaneo per affrontare gli effetti della crisi su alcuni dei settori più esposti dell’economia, come agricoltura, pesca, trasporto su strada e marittimo a corto raggio all’interno dell’Ue.
Il nodo dei fertilizzanti
Priorità assoluta, dunque, è proprio quella dei fertilizzanti. Con le fabbriche chiuse e l’aumento vertiginoso dei prezzi del gas che fa crescere i costi di produzione in tutto il mondo, i prezzi dei fertilizzanti sono aumentati in generale ed è improbabile che scendano facilmente. Secondo Argus Media, il prezzo dell’urea proveniente dal Medio Oriente è aumentato del 70% nel giro di poche settimane. Come raccontato da ilfattoquotidiano.it, si tratta del concime chimico più diffuso al mondo, con il 46% di azoto, necessario per favorire la crescita delle foglie verdi, così come di ammoniaca e fosfati. In molte aree del mondo è l’urea a garantire raccolti abbondanti di grano e cereali e i Paesi del Golfo sono grandi esportatori di fertilizzanti azotati come l’urea. Da qui, specie da Qatar e Iran arriva il 45% della produzione mondiale di urea derivata dal gas naturale. Ad oggi, circa un terzo del commercio di urea è fermo. Hanno sospeso o ridotto la produzione gli impianti negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, Iran, Giordania e Qatar.
Le previsioni sull’aumento dei prezzi
“A differenza del petrolio, il settore dei fertilizzanti non dispone di riserve strategiche coordinate a livello internazionale, il che rende più difficile gestire le interruzioni delle forniture” spiega la Fao. E molti contratti precedenti alla guerra, che regolavano i prezzi, sono stati sospesi poiché i produttori hanno invocato la “forza maggiore”. La Fao prevede che i prezzi globali dei fertilizzanti possano aumentare in media del 15-20% nella prima metà del 2026. “Una loro diminuzione significativa richiederebbe probabilmente da 4 a 8 settimane dopo la riapertura, man mano che la produzione aumenta e le spedizioni vengono riprogrammate” afferma Torero, ritenendo “improbabile che i prezzi tornino ai livelli di febbraio 2026 prima del terzo trimestre del 2026, se non addirittura entro la fine dell’anno”. La verità è che se anche con il traffico marittimo nel Golfo in lenta ripresa, il ritorno a una produzione alimentare normale sarà comunque lungo e complesso, proprio dato l’impatto della guerra sulle forniture di fertilizzanti.
Una scelta difficile e i raccolti non più recuperabili
“Se lo Stretto di Hormuz si riaprisse immediatamente, cioè non solo un cessate il fuoco ma anche la ripresa del movimento delle navi, l’impatto sarebbe significativamente positivo ma incompleto e disomogeneo” ha sottolineato Torero. Gli agricoltori, quindi, dovranno decidere se modificare le colture per adattarsi alla disponibilità di fertilizzanti o se piantare meno e destinare più terreni e risorse ai biocarburanti (trend già in atto in molti Paesi del mondo, ndr) a fronte dei prezzi del petrolio più elevati, riducendo però l’offerta globale di prodotti alimentari. Ma c’è differenza tra i Paesi. L’emisfero nord è già nella stagione delle coltivazioni, il che significa che quei raccolti non potranno essere recuperati. Come spiega Torero, “è troppo tardi” in India, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka, Sudan, Kenya, Somalia, Turchia e Giordania, tutti Paesi fortemente dipendenti dai fertilizzanti del Golfo. Tutti Paesi con problemi di insicurezza alimentare. Potrebbero ancora essere salvi i secondi raccolti in Asia, se i fertilizzanti arriveranno entro 4-6 settimane. Se la situazione di stallo nello Stretto di Hormuz non si risolverà rapidamente, per la Fao si dovrà agire, ad esempio, chiedendo alle istituzioni multilaterali di fornire finanziamenti ai paesi che rischiano di perdere l’accesso ai fertilizzanti di base, dato che le semine sono già iniziate. Secondo Torero, potrebbero essere utilizzati i meccanismi di compensazione della bilancia dei pagamenti del Fondo Monetario Internazionale e la ‘Finestra per gli shock alimentari’, in modo da consentire ai paesi che necessitano di fertilizzanti oggi di ottenerli rapidamente, senza innescare una competizione distorta sui sussidi. La Fao ha quindi elaborato una priorità per i paesi basata sul calendario delle colture, in base a quando e in quali quantità necessitano di fertilizzanti. In queste ore prendono posizione proprio il Fondo monetario internazionale, l’Agenzia internazionale dell’Energia e la Banca mondiale: “L’impatto della guerra è sostanziale, globale e fortemente asimmetrico, colpendo in modo sproporzionato i paesi importatori di energia, in particolare quelli a basso reddito”.
L'articolo “Rischio catastrofe alimentare globale se continua la crisi nello stretto di Hormuz”. L’allarme della Fao che teme effetti simili al post Covid proviene da Il Fatto Quotidiano.





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