Rifiuti elettronici, 62 milioni di tonnellate l’anno di spazzatura dei Paesi ricchi finiscono in Asia. Il business illegale dei container

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Lo sviluppo tecnologico ha permesso alle apparecchiature elettroniche, come computer e telefoni cellulari, di diffondersi su vasta scala in buona parte del mondo e di trasformarsi in un oggetto del desiderio per centinaia di milioni di persone. La necessità individuale di acquistare, con una frequenza accelerata rispetto al passato, nuovi modelli di smartphone e prodotti tecnologici ha provocato un enorme crescita dei rifiuti elettronici in tutto il mondo ed una marcata difficoltà nel riciclo degli stessi. Nel 2022, come evidenziato dalla United Nations International Telecommunication Union e dal suo settore di ricerca denominato UNITAR, il mondo ha generato una cifra record di 62 milioni di tonnellate metriche di rifiuti elettronici che, nel 2030, dovrebbero raggiungere gli 82 milioni di tonnellate metriche l’anno. Gli apparecchi elettronici contengono al loro interno sostanze tossiche e metalli, come rame, piombo e mercurio, che richiedono procedure di smaltimento complesse e costose per evitare danni ambientali. Negli Stati Uniti, in Giappone ed in parte dell’Europa c’è chi, pur di risparmiare sui costi in patria, invia questi rifiuti in Asia Sud-Orientale, dove vengono smaltiti con poca attenzione per ambiente e salute.

La Basel Action Network (BAN), un’organizzazione ambientalista basata a Seattle, aveva reso noto nell’ottobre 2025 che circa 2mila container, contenenti 33mila tonnellate metriche di componenti elettroniche usate, lasciavano i porti americani ogni mese per dirigersi verso Paesi in via di sviluppo come Indonesia, Malesia, Thailandia e Filippine. Molti container di rifiuti elettronici raggiungono nazioni che aderiscono alla Convenzione di Basilea, un trattato internazionale che vieta il commercio di rifiuti pericolosi tra i contraenti e le nazioni che non ne fanno parte, come gli Stati Uniti. Il rapporto della BAN ha identificato almeno dieci aziende americane esportatrici di prodotti di scarto elettronici verso Medio Oriente ed Asia, un continente già sovraccarico di rifiuti elettronici dato che ne produce quasi la metà di quelli generati ogni anno nel mondo. Molti rifiuti generati in Asia vengono smaltiti nelle discariche, dove si accumulano e diffondono i materiali tossici nell’ambiente circostante.

La BAN ha realizzato, come riportato dall’Abc, due inchieste investigative sui rifiuti elettronici prodotti in Australia ed in entrambe sono emersi dati che evidenziano come questi prodotti di scarto abbiano raggiunto diverse nazioni asiatiche. Nell’inchiesta che ha avuto inizio nel febbraio 2025 la BAN ha installato 35 rilevatori GPS su altrettanti monitor LCD, depositati in siti australiani destinati al riciclo dei prodotti elettronici. A quasi un anno di distanza sono emersi i primi dati e sette monitor sono stati localizzati in Asia Sud-Orientale , nelle Filippine, in Indonesia e Malesia, evidenziando, secondo quanto riferito dalla BAN e riportato dalla Abc, un probabile export “illegale” mentre 28 monitor si trovavano ancora in Australia ma erano “in movimento”. Le esportazioni di questo tipo di rifiuti verso Malesia ed Indonesia sono illegali mentre quelle dirette nelle Filippine necessitano di un permesso che non è mai stato concesso.

La BAN ha inoltre segnalato alle autorità indonesiane migliaia di container che potrebbero contenere rifiuti elettronici o plastici provenienti dagli Stati Uniti e che hanno raggiunto la nazione asiatica grazie a certificazioni false che li identificano come altri tipi di prodotti. L’organizzazione ambientalista ha implementato un metodo di tracciamento che identifica i container giudicati ad alto rischio per la possibile presenza di rifiuti tossici. Le autorità indonesiani, dopo le campagne di pressione portate avanti dalla BAN e da altre associazioni, hanno deciso di ri-esportare alla nazione di origine centinaia di container con materiali pericolosi provenienti dagli Stati Uniti ma queste azioni, seppur meritorie, contribuiscono in minima parte a ridurre la minaccia proveniente dai prodotti di scarto elettronici su larga scala.

La Malesia, che riceve ingenti quantità di prodotti di scarto industriali e tecnologici da tutto il mondo, ha varato una legge, entrata in vigore nell’aprile 2026, che vieta l’importazione di ogni tipo di rifiuto elettronico. L’obiettivo del provvedimento è quello di porre fine alle azioni illecite di chi importa materiali tossici nel Paese tramite documentazioni false ma applicare la norma è complesso perché ogni anno milioni di container transitano dai porti malesi ed è impossibile controllarli tutti. Un’altra minaccia è costituita dallo smaltimento da parte di operatori illegali interessati all’estrazione delle componenti utili presenti nei dispositivi tecnologici. Tutto il materiale di scarto viene, invece, bruciato nelle fornaci.

Chi vive vicino a questi siti di smaltimento riporta la presenza di fumi chimici tossici che invadono le case e che sono destinati a provocare danni alla salute. La scelta di Kuala Lumpur rappresenta una presa di posizione significativa che potrebbe comunque spingere una parte del flusso di rifiuti a dirigersi verso lidi meno controllati come India, Pakistan, Indonesia, Emirati Arabi e Filippine. Il problema non viene risolto ma semplicemente spostato ed a rimetterci saranno gli abitanti di altre nazioni in via di sviluppo. Una soluzione globale richiederebbe, invece, un coordinamento tra tutti i Paesi , l’implementazione di leggi efficaci da parte delle nazioni occidentali nei confronti di chi esporta illecitamente questi rifiuti ed una riduzione nella produzione dei prodotti elettronici, puntando sul riutilizzo dei dispositivi funzionanti ma giudicati fuori moda. Le ricadute negative della gestione dei rifiuti elettronici riguardano, per il momento, solo in piccola parte le nazioni economicamente avanzate mentre tutto il peso ricade su chi ha poca voce in capitolo sull’andamento e la gestione dell’economia mondiale.

L'articolo Rifiuti elettronici, 62 milioni di tonnellate l’anno di spazzatura dei Paesi ricchi finiscono in Asia. Il business illegale dei container proviene da Il Fatto Quotidiano.

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