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La morte di Ratko Mladic, il “boia di Srebrenica”, ha generato reazioni contrastanti in Serbia e soprattutto nella Repubblica Srpska, in Bosnia-Erzegovina. Da un lato una sorta di amnesia collettiva, con reazioni celebrative per la sua figura e la sua storia sui social e nelle piazze e sugli spalti dello stadio, ma anche nelle dichiarazioni di diversi esponenti politici, che lo hanno associato alla “lotta per la libertà del popolo serbo” e gli hanno riservato dei funerali con “tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto”. Anche nella comunità studentesca i gruppi nazionalisti serbi, tra cui molti studenti originari della Repubblica Srpska che studiano a Belgrado, hanno espresso cordoglio per la morte di Mladic: centinaia di scritte sui muri inneggiano al generale morto ieri in un ospedale penitenziario delle Nazioni Unite all’Aja, mentre sul ponte Branko è spuntato uno striscione con la sua foto in uniforme mentre fa il saluto militare e la scritta “Dalla tua lotta vive la nostra libertà”. Su X leggono diverse riletture delle sue azioni come una lotta per salvare i serbi dalla Jihad. “Non ho bisogno di essere orgoglioso di Mladic o delle sue azioni: voi idioti vi inventate sempre stronzate nella vostra testa e poi vi attribuite un ruolo da paladini della giustizia. Per le persone che ha salvato, lui era un eroe. Molti credono che senza di lui oggi non ci sarebbero più serbi in Bosnia”, si legge in un post. In un altro un utente lancia un messaggio antisemita, sostenendo che “una manciata di feccia con secondi fini, che agisce agli ordini dei propri padroni”, avrebbe “venduto la propria miserabile anima al diavolo in cambio di beni materiali”, descrivendo Mladić “come una fiaccola, che riunisce nella sua luce tutti i veri patrioti e i veri serbi e, grazie a Dio, siamo in tanti” e concludendo sostenendo che la Serbia sia occupata e “la lotta per la libertà e la sopravvivenza ci attende”.
Ma c’è anche chi non dimentica il lascito di Mladic, che nel 2017 fu condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità: il movimento di protesta studentesco serbo ha infatti rimosso striscioni e manifesti celebrativi e ha annunciato una campagna informativa dal 28 al 30 agosto. Gli attivisti hanno annunciato colloqui “porta a porta” e gazebo informativi in una ventina di comuni e città serbe, anche in vista delle possibili elezioni anticipate alle quali hanno intenzione di presentarsi. “La vittoria non avviene in una sola piazza, in un solo giorno, su un palco davanti a un microfono. Si compone pezzo per pezzo: ad Aleksinac vicino alla fontana, a Pirot in Piazza Rossa, a Osečina, a Vrčin, a Vršac, in ogni strada in cui entriamo”, si legge sul sito blokade.org. “Ogni luogo che raggiungeremo e ogni porta a cui busseremo, è parte della stessa vittoria che si costruisce a partire dalle piccole cose, con pazienza e perseveranza”.
L'articolo Ratko Mladic e l’amnesia collettiva. La Serbia si divide: chi ricorda i suoi crimini e chi lo definisce “un eroe che ha salvato il Paese dalla Jihad” proviene da Il Fatto Quotidiano.






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