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Stavolta il conto lo paga chi ha fatto causa. La Corte d’appello di Venezia ha respinto l’impugnazione di Acqua Minerale San Benedetto contro Il Fatto Alimentare e ha confermato che quella testata non ha diffamato nessuno scrivendo, nel 2022, che uno spot con Elisabetta Canalis poteva suggerire che una bottiglietta d’acqua compensasse la colazione saltata. Quarta sconfitta per l’azienda in quattro anni, dopo due procedimenti d’urgenza e il primo grado. Altre due le aveva rimediate nella causa parallela contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che della stessa pubblicità si era occupato.
Una precisazione necessaria, perché l’omonimia inganna: Il Fatto Alimentare non ha alcun rapporto con il Fatto Quotidiano, né societario né redazionale. È un quotidiano online indipendente nato nel 2010, si occupa di etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole, e lo mandano avanti in tre. Della sua battaglia avevamo raccontato a settembre, quando l’appello doveva ancora essere discusso.
La notizia, per chi fa questo mestiere, sta nelle ultime pagine della sentenza. In primo grado il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro di spese legali, calcolandole sullo scaglione delle cause di valore indeterminabile. Roberto La Pira, che Il Fatto Alimentare lo dirige, aveva impugnato quel capo, e la Corte gli ha dato ragione: se un’azienda quantifica la propria domanda in “non meno di un milione e mezzo”, è su quel valore che vanno liquidate le spese a carico di chi perde. Vale il criterio del disputatum, non del decisum, come hanno stabilito quest’anno le Sezioni unite della Cassazione.
Risultato: 37.951 euro di compensi per il primo grado, quasi quattro volte quelli di prima, più 24.064 per l’appello, oltre al 15% di spese generali e agli accessori di legge. E il raddoppio del contributo unificato, la sanzione per chi impugna e perde. Chi chiede cifre fuori scala, quando perde, paga sulla scala che si è scelto.
Nel merito la Corte è netta. Lo spot – le fette di pane che si bruciano, l’uscita di casa con la sola bottiglietta, “ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi” – “aveva certamente generato delle criticità comunicative, percepite in quanto tali non solo dagli appellati”. Leggerci un messaggio “ambiguo o diseducativo” non significa inventare un fatto inesistente, scrivono i giudici, ma valutare il significato complessivo di una pubblicità. E la sospensione dello spot decisa poi dall’azienda, pur non essendo un’ammissione, va valorizzata come fatto “sintomatico della non eccentricità della lettura critica”. Quanto al linguaggio degli articoli: “pur netto, non eccede affatto in espressioni insultanti o gratuitamente offensive”.
Sul danno, il milione e mezzo si sgonfia. San Benedetto aveva messo nel conto 864.219,80 euro per rifare la campagna, più il cachet della testimonial, non quantificato per riservatezza. Per la Corte quei costi “non valgono a dimostrare che tali esborsi siano conseguenza immediata e diretta degli articoli contestati”, visto che il dibattito critico sullo spot correva sul web da agosto e la modifica è anteriore all’articolo del 4 ottobre. C’è di più: l’indice reputazionale prodotto dall’azienda per dimostrare il crollo scendeva già da settembre 2021, un anno prima che quegli articoli esistessero, e dipende – lo dice la stessa relazione – da molteplici fattori.
Tutto bene, dunque. Tranne il punto che riguarda chiunque scriva. Il Fatto Alimentare aveva chiesto di condannare l’azienda per lite temeraria, l’articolo 96 del codice di procedura civile. Negato, come in primo grado. La domanda e l’appello “sono risultati infondati”, scrive la Corte, ma non si può ritenere che l’iniziativa sia stata “connotata da mala fede, colpa grave o abuso dello strumento processuale”. E soprattutto: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.Tradotto: chiedere un milione e mezzo a una testata che ne fattura 150mila, perdere sei volte in quattro anni e insistere fino all’appello pesa sul conto delle spese, ma non è abuso del processo. La sproporzione conta come tariffa, non come comportamento.
Nel frattempo la legge che dovrebbe occuparsene è arrivata. Il decreto che recepisce la direttiva europea contro le querele bavaglio, approvato in ritardo e sotto procedura d’infrazione, è in vigore: ma vale per le sole cause civili con implicazioni transfrontaliere, e lascia fuori il penale e le controversie tutte italiane, che secondo Case Italia sono almeno nove su dieci. Questa, Venezia contro Milano, è una di quelle: non sarebbe cambiato nulla.
Restano quattro anni di carte, avvocati e notti in bianco per una redazione di tre persone, e una raccolta fondi fra i lettori che ha fruttato 23.656 euro. “Un giornalista può essere convinto di avere fatto correttamente il proprio mestiere”, scrive La Pira, “ma quando arriva una richiesta da 1,5 milioni rischia di sobbarcarsi spese legali inimmaginabili per poi arrivare a una sentenza che conferma il suo comportamento corretto”. Questa volta le spese le paga l’azienda. È una buona notizia, ed è anche la misura di quanto sia rara.
L'articolo Querele bavaglio, Il Fatto Alimentare vince in appello e stavolta incassa: ma per i giudici chiedere 1,5 milioni e perdere non è abuso proviene da Il Fatto Quotidiano.




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