Primo maggio, le storie delle false partite Iva (che gonfiano i dati sugli occupati). “Flessibilità? 10 ore al giorno in studio per 1000 euro al mese”. “In campagna elettorale sei sempre reperibile, ma la paga non cambia”

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È l’altra faccia del record di occupati che Giorgia Meloni rivendica a ogni pie’ sospinto – l’ha fatto anche durante la conferenza stampa post approvazione del nuovo “decreto Primo maggio” – come presunto risultato delle politiche del suo governo. A fronte dei 24,1 milioni di italiani che stando ai dati Istat risultano al lavoro – per un tasso di occupazione che resta comunque il più basso della Ue – il robusto aumento dei dipendenti permanenti è andato di pari passo con un’inedita crescita delle partite Iva. I lavoratori autonomi, che nel settembre 2022 erano scesi a 4,9 milioni contro i 5,5 di un decennio prima, sono in costante salita: a febbraio avevano toccato quota 5,28 milioni. Se il trend in parte si spiega con l’appeal della flat tax, secondo un’indagine dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche circa 500mila (dato 2024) possono essere definiti falsi autonomi: si tratta di partite Iva con un unico committente che decide tempi di lavoro, tariffe e strumenti. Indipendenti sulla carta, insomma, ma subordinati di fatto. Spesso giovani e con redditi bassissimi: basti dire che il 44% non supera i 15mila euro annui. Il rischio povertà insomma è altissimo. Anche perché senza busta paga da dipendente non ci sono ferie pagate, malattia, congedi, Tfr. Né la protezione contro i licenziamenti prevista per il lavoro subordinato. In occasione della festa dei lavoratori, ilfattoquotidiano.it ha raccolto alcune delle loro storie.

Architettura – “Ti dicono: fai un anno così. Ma non è mai davvero un anno”

“La sera spegniamo le luci noi, non i soci”. Andrea lavora come architetto in uno studio di Milano. “Dopo un anno di stage mi hanno detto che potevo restare solo aprendo la partita Iva. Da lì in poi sarei stato pagato a progetto. Solo che i progetti non sono mai davvero separati: lavori su tutto, come tutti gli altri”. La presenza è quotidiana, lo smart working non esiste. “Devi stare in studio. Tutti i giorni. Non è previsto lavorare da casa, non è previsto organizzarsi. È un lavoro d’ufficio, solo senza contratto”. Le giornate scorrono uguali, scandite dalle consegne. “Quando c’è una deadline si resta. Anche fino a tardi. Capita spesso che siamo noi a chiudere lo studio la sera, mentre sopra sai che è tutto un altro livello”. L’ingresso è quasi sempre accompagnato dalla stessa promessa. “Ti dicono: fai un anno così, poi vediamo. Intanto impari, entri nel giro. Solo che quell’anno non è mai davvero un anno”. Nel frattempo, il compenso regge su un equilibrio solo apparente. “Sto sui 1.900-2000 euro. Che è una cifra fissa: non cambia se in un mese segui due progetti o cinque, se lavori di più o di meno. Resta quella”. E anche quella cifra, in realtà, è gonfiata dal regime fiscale. “Sembra tanto, ma è perché sono ancora nei primi anni di forfetario, con l’aliquota al 5%. È una fase che finisce: dopo, quei soldi non bastano più”. La differenza con un lavoro davvero autonomo si vede nel quotidiano. “Non è che puoi prenderti altri lavori o organizzarti. Sei dentro allo studio, ai suoi tempi, ai suoi ritmi. Se serve, devi esserci. Se stai male più di un paio di giorni iniziano a farti pesare la cosa. Le ferie le fai solo nelle due settimane di chiusura dello studio ad agosto, mentre chi è assunto ha quattro settimane di ferie e i permessi”. E soprattutto, nel confronto con chi sta sopra. “A fine anno girano i numeri, si capisce che i progetti vanno bene. I dipendenti ricevono anche piccolo bonus. Però quella crescita non si trasforma mai in pagamenti aggiuntivi o assunzioni. Tu resti lì, fermo”. Il punto non è solo quanto guadagna, ma quanto resta sospeso. “Non sei dentro davvero, ma neanche fuori. Continui ad aspettare che arrivi questa stabilizzazione che slitta sempre un po’ più in là”. E quindi si resta. “Perché hai investito anni e finisci per pensare che sia normale. Poi capisci che è un sistema diffuso: in molti studi funziona così. O resti in attesa di una stabilizzazione che non arriva, o te ne vai all’estero”.

Cultura – Al lavoro tutti i giorni dalle 9 alle 18. Poi fuori, senza tutele

La laurea in economia, i primi passi tra stage e contratti a termine, poi il tempo indeterminato nel settore del digital marketing e dell’e-commerce management. Un percorso lineare, fino alla fine del 2023. Quando arriva un’opportunità che la entusiasma, in una realtà nel settore culturale. “Mi hanno chiesto di iniziare a lavorare con loro aprendo la partita Iva e ingenuamente ho accettato, senza chiedere garanzie, immaginando che avrei potuto avviare anche altre collaborazioni”, racconta Elena (nome di fantasia). Ma l’incarico da “consulente esterna” si rivela un full time che la impegna dalle 9 alle 18 tutti i giorni, quando va bene: “È anche capitato che pretendessero disponibilità la sera o nel weekend”. Non resta spazio per altri incarichi. E il vantaggio della flessibilità di fatto non esiste: “Se una mattina non ero disponibile perché avevo una visita o un impegno personale lo dovevo comunicare prima”. Il compenso, a fronte di fatture mensili sempre uguali, è di 2.500 euro lordi: tolti contributi e tasse pagati in autonomia, restano 1.800-1.900 euro netti. Senza tutele, a partire dagli ammortizzatori. Elena se ne rende conto nel peggiore dei modi: “A un certo punto l’azienda mi ha comunicato di voler interrompere il rapporto e ho scoperto di non aver diritto alla Naspi o altre indennità”. Senza rete, l’unica strada possibile è rivolgersi a un legale per cercare di recuperare qualcosa. E rimettersi a cercare un posto da dipendente.

Politica – In campagna elettorale sempre reperibile. Per gli stessi soldi

“Mi chiamano collaboratore, ma sto lì tutti i giorni. Solo che non esisto”. Luca lavora nella comunicazione politica per un partito nazionale. Ha la partita Iva, viene pagato “a giornate”. Sulla carta. “Poi nella realtà sei sempre dentro. Eventi, riunioni, ospitate. Se serve parti, se serve resti. Non è che puoi dire ‘oggi lavoro solo 2 ore’. Devi esserci e basta”. La giornata non ha orari chiari, ma inizia sempre allo stesso modo. “Alle nove devi essere operativo. Chat, telefono, email, social. Come tutti gli altri. Solo che loro hanno un contratto, tu no”. Durante le campagne elettorali salta tutto. “Ti assegnano a un candidato e finisce lì. Sei suo. Giri con lui, gli gestisci tutto: comunicazione, social, organizzazione. Sei sempre reperibile. Sempre. Non stacchi mai”. Le ore si accumulano, i giorni si confondono. Il compenso no. “Il lavoro raddoppia, anche di più. I soldi restano quelli. 1800 euro al mese, più o meno. Non cambia niente. Al massimo a fine campagna, se il candidato vince, danno un piccolo bonus”. Formalmente è autonomo. Nei fatti, no. “Non posso prendermi altri clienti, non posso decidere quanto lavorare, non posso dire di no. L’unica cosa ‘autonoma’ è che se sto male o mi fermo, non prendo niente”. A tenerlo lì è una promessa che ritorna ciclicamente. “Ogni volta è ‘alla prossima legislatura regionale o nazionale vediamo, ti sistemiamo, entri nello staff’. Intanto passano gli anni e resti così”. E quindi resta. “Perché magari succede davvero. O perché intanto questo è il lavoro. Però lo sai che è una finzione: partita Iva solo quando conviene a loro”.

Giustizia – Dieci ore al giorno in studio (per 1000 euro). E il bonus va solo ai capi

Faccio l’avvocata penalista, ma guadagno meno di un tirocinante di uno studio che si occupa di diritto amministrativo“. Giulia lavora in uno studio legale a Roma da due anni. È una partita Iva, formalmente autonoma. In pratica entra alle nove del mattino ed esce, quando va bene, alle otto di sera. “Gli orari non sono scritti da nessuna parte, però sono quelli. Se arrivi dopo o vai via prima, si nota e anzi si viene ripresi. E comunque il lavoro quello è: udienze, atti, studio. Non è che puoi gestirti il tempo”. Dieci ore al giorno, spesso di più. La presenza è continua, il ritmo quello di uno studio strutturato. Ma senza le tutele di chi ci lavora da dipendente. “La scusa è sempre la stessa: per essere iscritta all’ordine non puoi essere dipendente. E quindi partita Iva. Però poi devi stare qui tutti i giorni, con orari da ufficio. È una contraddizione continua”. I fascicoli vengono assegnati, le scadenze pure. Il margine di autonomia è minimo. “Non scelgo i casi, non scelgo i tempi. Devi esserci, punto. L’autonomia è solo sulla carta”. Il compenso resta basso, fisso, scollegato dal carico reale. “Prendo poco più di mille euro al mese. Uguale, sempre. Che lavori dieci ore o dodici, che vinci il caso o no non cambia”. E intorno c’è anche una narrazione che giustifica tutto. “Ti dicono che il penale, se vuoi farlo ‘per la gente per bene’ non paga. Che devi adattarti, che è passione. Poi però a fine anno vedi i bonus ai “capi” e ti chiedi dove sta questo sacrificio condiviso”. Clienti propri quasi impossibili, tempo inesistente. “Tutta la giornata è assorbita dallo studio. Se anche volessi costruirmi qualcosa di mio, non saprei quando farlo”. E quindi si resta, perché non ci sono alternative. “Perché se vuoi fare penale, spesso passa da qui. Però sai che non è davvero un lavoro autonomo. È dipendenza, solo senza diritti. E con mille euro al mese devi pure riuscire ad arrivare a fine mese, ma è impossibile senza farsi aiutare dai propri genitori”.

Teatro – Il direttore di scena a partita Iva

Javier Delle Monache, 42 anni, lavora come disegnatore luci e direttore di scena nei teatri. È un’attività intermittente per definizione e durante il Covid si è bloccata quasi del tutto. “Trovare qualcosa nel campo dello spettacolo dal vivo era impossibile. Così ho iniziato a collaborare con l’Accademia nazionale di arte drammatica Silvio D’Amico, che con gli studenti continuava a organizzare spettacoli pur se senza pubblico. Ma da quando è diventata un istituto universitario di alta formazione artistica (Afam) ed è passata sotto il controllo del ministero dell’Università, l’Accademia non può più fare contratti di lavoro dipendente e impone di aprire la partita Iva”. Nel gennaio 2021 Delle Monache esegue: “Quando si tratta di disegnare le luci, un incarico creativo su cui dopo la pandemia ho deciso di concentrarmi di più, quell’inquadramento è corretto”, spiega. Ma in quella realtà viene imposto, senza alternative, “anche quando si tratta di svolgere compiti tecnici, che siano da maestranza (elettricisti, macchinisti) o da direttore dell’allestimento”. Nel primo caso, “trovare tecnici con la partita Iva è complicato, per cui va a finire che a fare quei lavori vengono chiamate persone senza competenze specifiche”. Nel secondo, il suo, significa che chi “segue tutti i lavori, ha la chiave del teatro, lo apre al mattino e lo chiude la sera, non è un dipendente ma un autonomo. Avendo il regime forfettario, magari ora mi entrano più soldi. Ma a livello di welfare e tutele ci perdo”.

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