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“Un soggetto che non si limita a svolgere ordinaria interlocuzione sindacale, ma pretende di incidere direttamente sulle scelte organizzative dell’impresa, rivendicando una sorta di prerogativa nella selezione del personale e reagendo con crescente pressione e finanche aggressività alla mancata considerazione dei nominativi segnalati”. Il profilo tracciato dal gip Claudia Colli è quello di Maurizio Chiarolla, sindacalista della Confsal-Fismic. È lui il principale indagato finito in carcere nell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria che ha aperto uno squarcio sulle dinamiche sindacali all’interno dell’ex stabilimento Omeca, oggi gestito dall’Hitachi che, in riva allo Stretto, costruisce i vagoni ferroviari per mezza Europa.
L’arresto ha scosso la politica reggina perché Chiarolla lo scorso maggio è stato candidato (non eletto) del centrosinistra alla presidenza della V circoscrizione Reggio Centro-Sud. L’indagine non riguarda l’attività politica di Chiarolla, ma quella sindacale e in particolare “le pressioni reiterate, anche attraverso l’evocazione strumentale dello sciopero, sugli amministratori o sui referenti delle aziende dell’indotto, con l’obiettivo di far assumere lavoratori vicini alla propria sigla”. Pressioni che, per gli investigatori della polizia, sono arrivate addirittura all’incendio delle auto di altri sindacalisti e dei manager delle aziende che lavorano in subappalto per l’Hitachi.
Su richiesta del procuratore Giuseppe Borrelli, infatti, il gip ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare eseguita dalla Squadra mobile che ha arrestato anche altri due soggetti: Salvatore Aricò e Roberto Puglia. Tutti e tre sono accusati di tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Chiarolla e gli altri indagati, – si legge nel capo di imputazione – “compivano atti idonei e diretti in modo non equivoco a costringere i sindacalisti concorrenti, Antonio Hanaman, rappresentante Cisl, e Gabriele Labate, rappresentante Uil, a desistere dall’intraprendere ogni iniziativa sindacale che potesse ostacolare l’assunzione, da parte delle società operanti all’interno dello stabilimento Hitachi Rail spa di Reggio Calabria, di lavoratori sponsorizzati da Maurizio Chiarolla, quale rappresentante del sindacato Confsal-Fismic”.
I metodi andavano oltre la dialettica aziendale e, perciò, nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 2025, le auto dei due sindacalisti sono state incendiate. Stando alla ricostruzione della Squadra mobile, il rogo sarebbe stato innescato da un quarto indagato per il quale il gip ha rigettato l’arresto. Un fatto che, secondo la Dda, risulta “aggravato dall’essere commesso utilizzando il metodo mafioso”. Le modalità, infatti, sono state “oggettivamente evocative dell’intimidazione mafiosa tipica del territorio in cui il reato è stato consumato e per finalità tipiche delle associazioni di stampo mafioso ossia acquisire il controllo ed il dominio su attività economiche, anche connesse all’esecuzione di commesse pubbliche”.
Per il gip non ci sono dubbi sul coinvolgimento di Chiarolla che è stato anche intercettato mentre ai suoi sodali diceva: “Andiamo ora con la tua macchina e vediamo le macchine?… A tipo passeggiata?”. Secondo il magistrato, per tutti gli indagati sussistono “i gravi indizi di colpevolezza” e, con riguardo all’ex candidato del centrosinistra “sussiste in misura particolarmente intensa il pericolo di reiterazione, emergendo il suo ruolo di promotore e diretto interessato al risultato estorsivo”.
L’inchiesta della Dda è partita da un’altra tentata estorsione per la quale Maurizio Chiarolla non è stato arrestato ma è comunque indagato. La vicenda inizia, infatti, il 30 giugno 2024 con l’incendio di un’altra auto, questa volta di Nunzio Blandini, manager della Miri Spa. Pure a quest’ultimo, secondo gli inquirenti, il sindacalista voleva imporre assunzioni di operai e voleva costringerlo a omettere licenziamenti di soggetti iscritti alla Confsal-Fismic. Per convincerlo nei giorni successivi all’incendio dell’auto, il manager aveva ricevuto una busta contenente una lettera minatoria con frasi del tipo: “Ti osserviamo”, “prossimo passaggio è la macchina di tuo figlio”, “toccherà la tua porta di casa con moglie e figlia dentro… farete la fine dei topi”, “non pensare di denunciare… i primi a pagare saranno la tua famiglia”.
“La condotta ricostruita – si legge nelle carte della Dda – si sostanzia in condotte minacciose, culminate negli incendi delle autovetture delle persone offese, poste in essere quale strumento di coercizione per costringere i sindacalisti concorrenti a desistere da iniziative sindacali ostative”. Gli imprenditori dovevano “assecondare le pretese di Maurizio Chiarolla e della sua area sindacale in materia di assunzioni, licenziamenti e gestione delle relazioni sindacali nello stabilimento Hitachi di Reggio Calabria”. Non si tratta di “una mera ritorsione personale, – è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare – bensì l’imposizione di una posizione dominante della sigla sindacale riconducibile a Chiarolla e, tramite essa, l’incidenza sulle assunzioni, sulle scelte di gestione del personale e, in definitiva, sull’assetto dell’appalto e delle commesse connesse allo stabilimento Hitachi”. Il colosso giapponese è completamente estraneo alle indagini della Direzione distrettuale antimafia. Ma all’interno dell’ex Omeca – riferisce una delle parti offese – circolano “voci di richieste di somme di oltre cinque mila euro a lavoratore per favorire assunzioni” nelle ditte che lavorano in subappalto. Questo, però, al momento non è oggetto dell’inchiesta.
L'articolo “Pressioni e auto incendiate per imporre assunzioni nell’indotto dell’Hitachi”: sindacalista arrestato a Reggio Calabria proviene da Il Fatto Quotidiano.







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