ARTICLE AD BOX
Nel 1968 un amico regalò a Franco Rossi, il regista dell’Odissea, una parodia porno del testo omerico. Ne ho ricavato un agile, libero riassunto. Vinta la prova con l’arco, Ulisse si accinge all’ecatombe.
PornOdissea. Col prensile cazzone tese Ulisse dell’arco lunato il nervo e l’amaro strale in Antinoo diresse. Alle labbra l’ubertosa poppa d’un’ancella già stava appressando il prence, né pensier di morte nel cor gli si volgea. Al gargarozzo il trovò col dardo Ulisse, e sì colpillo che dall’altra banda del collo delicato uscì la punta. Urlò come una scema la ragazza. Da una parte piegò quello, e dalla man caddegli la tetta: tosto una grossa vena di sangue mandò fuor dal naso; percosse colle piante, e da sé il desco respinse; sparse le vivande a terra; ed i pani imbrattavansi, e le carni.
Tumulto nella sala fer i Proci, e dai lor seggi alzaro, turbati raggirandosi; né s’avvedean, folli, che posto ne’ confin di Morte avean già il piede. Alzò la voce Ulisse: “Or, qual de’ due vi piacerà, scegliete: combattere o fuggir, se pur v’ha fuga per un solo di voi, ciò ch’io non credo”. Ciascun de’ Proci il cor dentro mancarsi sentì, e piegarsi le ginocchia sotto. Ed Eurimaco ad essi: EURIMACO: “Amici, indarno sperate che Ulisse non ci atterri tutti. Afferriam le spade; e, delle mense scudo facendo a noi alle letali frecce, piombiamgli sopra tutti in un groppo!” Disse, e l’acuto di temprato rame brando strinse, su lui con terribili grida correndo.
In quella Ulisse, vuotato l’arco col cazzo, al tronco il colse, e nel fegato gl’infisse la saetta acerba. Una terza freccia via fece volar ad Agelao l’uccello. Quindi toccò a Euriade, Elato, Euridamante, Pisandro, Demoptolemo, Anfimedone, Leocrito, Eurinomo, Mirko, Ctesippo: tutti stramazzò il cazzo famoso, tutti del pavimento morsero la polve. Tanta era la gioia, e l’ira, dell’eroe che sulle salme infin eiaculò Ulisse: uno spettacolo non per le famiglie. Convocò quindi Euriclea onde savuar delle ancelle traditrici.
Gli rispose la nutrice: EURICLEA: “Figlio mio, delle 50 fantesche solo 6 han rispettato questa casa. Fornicavano ognor le altre, facendomi pernacchie”. ULISSE: “Le 44 gatte adducimi, Euriclea. Giammai si dica che chi recò infamia nella reggia nulla conseguenza n’ebbe!” In fila per sei col resto di due le inginocchiò il rege, e a ingozzar il suo pisello le costrinse: sì grosso era che moriron soffocate. Compiuto fu così ciò che gli dei avean stabilito si compisse. La buona vecchia gongolando ascese alle superne stanze, onde nunziar ch’era il marito in casa alla padrona.
D’acqua azzurra, acqua chiara cospargean frattanto il generoso Ulisse le fedeli ancelle, e del biondo licor l’unser, e il cinsero di tunica e di clamide; ma la coccia d’alta beltade gl’illustrò Atena. Ei da’ lavacri uscì pari ad un Nume. Scese le scale la regina con la mente in due pensier divisa: se di lontano interrogarlo o tosto avvicinarlo onde succhiargli le pudenda rubiconde. Varcata, entrando, la marmorea soglia, dinanzi al foco, che su lei raggiava, contra lui s’assise; ed ei con gli occhi a terra, poggiato a una colonna, sedea, le parole attendendo della preclara donna di cui giungeangli gli sguardi indagatori. Tacita stette lei e attonita gran tempo.
La rampognò pertanto il figlio: TELEMACO: “Madre crudele, perché non gli ti getti fra le braccia? Una pietra per cuore a te sta in petto?” Gli rispose saggiamente la regina: PENELOPE: “Tra le braccia di uno sconosciuto? Ieri costui era un mendicante. Di riconoscerlo credetti, ma lui mi disse: ‘Scureggia di Corpolò sono’. Io vedevo davanti a me l’uom che per vent’anni ho atteso, e lui mentiva. Come se fiducia in me non avesse. Come se tradirlo avessi potuto. Perché?” E a Ulisse: “Cosa volevi? La prova che non son cambiata? L’hai avuta. Ma adesso sono io che voglio una prova”. Alla moglie di rincontro disse l’eroe, sorgendo: ULISSE: “Fammi preparare un letto, regina, sono molto stanco. Ti prego: il mio letto”.
PENELOPE: “Ancelle, il letto d’Ulisse preparate. E qui traetelo”. ULISSE: “Non si può spostar quel letto, mogliettina”. E al figlio: “Io stesso lo scavai in un bell’ulivo che a tua madre è sempre stato caro fin da fanciulla. Proprio lei volle che fra i suoi rami io lo costruissi. Attorno edificai la camera e la reggia”. Questo fu il colpo che ogni dubbio le disperse. Al galoppo ver lui si scapicolla, in lagrime sciogliendosi; e al collo ambe le braccia gittagli intorno; e occhi, naso e bocca gli kissa.
Come ai naufraghi appar grata la terra, se Poseidon gli fracassò la nave, che i vasti flutti combatteron e i venti, tanto che pochi dal canuto mar scamparono nuotando, e con le membra di schiuma e sal tutte incrostate, e lieti, su la terra montano, vinto il periglio; così Penelope esultava, il consorte mirando tutt’intenta; né staccar potea la mano candida dal cazzo contundente. (23. Fine)
L'articolo PornOdissea – Così Ulisse termina vittorioso il suo peregrinare proviene da Il Fatto Quotidiano.




English (US) ·