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Osservando l’ennesima stagione scivolare sul crinale dello psicodramma – non tanto per la classifica, che potrebbe anche essere coerente col valore complessivo della squadra, quanto per il clima surreale che si è creato intorno ad essa – i Friedkin si staranno chiedendo dove hanno sbagliato questa volta. Avevano fatto le cose per bene, o così sembrava. Avevano preso un uomo di calcio, romanista, ascoltato e rispettato dalla piazza, come cinghia di trasmissione di una società che in passato era stata accusata di essere gestita da asettici manager stranieri o azzeccagarbugli senza scrupoli. Avevano ingaggiato uno dei migliori tecnici italiani sul mercato, l’uomo giusto per aprire un ciclo, spettacolare e magari vincente. Certo, si dirà, la cifra tecnica della rosa è rimasta quella che è, per colpa di un mercato non sempre azzeccato, ma guardandosi intorno non è che gli avversari abbiano fatto troppo meglio e comunque lo sforzo c’era stato (vedi anche l’arrivo di Malen a gennaio). Invece la Roma si ritrova con un garante, Claudio Ranieri, che piccona il suo mister prima delle partite, quel Gianpiero Gasperini che poi scoppia a piangere in conferenza stampa. E la piazza in subbuglio. Un’altra volta.
Ha dell’incredibile la vocazione all’autosabotaggio di questa squadra. La stagione per carità non è stata esaltante: l’eliminazione in Europa League contro il Bologna è un risultato sotto le aspettative, il quarto posto che garantisce la Champions sembra ormai compromesso (la Roma deve sperare in una sconfitta della Juve contro il Milan per tornare in gioco, ma la squadra non sembra esserci più con la testa). Lo sconforto è comprensibile, ma nulla può giustificare quanto sta accadendo dentro e intorno al club in queste settimane, il clima di disfattismo e repulisti totale in cui è precipitato l’ambiente e che rischia di compromettere anche il futuro, visto che la frattura fra le due figure tecniche pare insanabile e a giugno la Roma si ritroverà a ripartire, se non proprio da zero, comunque da un nuovo assetto, nell’anno del centenario.
Su questa prima (chissà se anche ultima) stagione di Gasperini in giallorosso si possono dire tante cose. Ci sono stati alti ma anche molti bassi, decisamente troppe sconfitte. Diverse scelte tecniche e di gestione non hanno convinto. Ci si potrebbe addirittura chiedere – come è stato fatto a livello internazionale – se in un calcio che evolve così rapidamente la sua proposta di gioco innovativa non sia già un po’ desueta, se l’uno contro uno a tutto campo che ha fatto le fortune dell’Atalanta non sia diventato facilmente decodificabile per gli avversari. Tutte valutazioni legittime. Il punto però è che Gasperini non è giudicabile dopo una sola stagione: non prendi un allenatore che in carriera ha lavorato solo per lunghi cicli e ha bisogno di entrare nella pelle dei suoi giocatori, per metterlo in discussione dopo qualche mese e scaricarlo addirittura prima della fine del campionato.
Il perché bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati, Ranieri e Gasp, ma in fondo anche questa non è una sorpresa. Sono finiti nel tritacarne giallorosso da cui tanti altri prima di loro sono usciti a pezzi. Di qui è passato un certo Luis Enrique, due Champions oggi in bacheca, che però a Roma veniva trattato da scemo del villaggio: celeberrimo, e beffardamente profetico, lo striscione esposto in curva “Vattene da Roma, si è liberato un posto al Barcellona”. Con le dovute proporzioni, anche i vari Rudi Garcia, Fonseca, Spalletti, persino De Rossi, erano brave persone e potenzialmente buoni allenatori, con cui si poteva costruire qualcosa.
Roma invece è un buco nero dove sparisce il pallone. Una piazza che si nutre di una passione anche tenera per certi aspetti, se non fosse così patologica, e che si traduce in un clima tossico, fatto di esaltazioni ingiustificate, pessimismo cosmico, vittimismo becero. Un ambiente semplicemente ingestibile, ed invivibile, che stavolta ha fatto sbroccare un amabile 74enne come Ranieri e trasformato uno degli ultimi villain della Serie A in una mammoletta dalla lacrimuccia facile. I Friedkin si rassegnino. A Roma forse è davvero impossibile fare calcio. Ma magari, almeno, gli faranno fare lo stadio. Che poi è sempre stato il loro vero obiettivo.
L'articolo Polveriera As Roma: una squadra eternamente votata all’autosabotaggio proviene da Il Fatto Quotidiano.




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