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Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, alcuni governi europei stanno lavorando per rafforzare il pilastro continentale della Nato e garantire continuità operativa anche in uno scenario di minore coinvolgimento americano. È un passaggio che sta accelerando il dibattito sulla capacità dell’Europa di assumere maggiori responsabilità dentro l’Alleanza, senza mettere in discussione il legame transatlantico. Airpress ne ha parlato con Giangiacomo Calovini, membro dell’Assemblea parlamentare della Nato e deputato di Fratelli d’Italia, per capire a che punto sia questa spinta verso una Nato più europea, quali effetti possa avere sui rapporti con Washington e quale ruolo possa giocare l’Italia in questo quadro.
Calovini, nelle scorse settimane Donald Trump ha evocato l’ipotesi di una possibile uscita degli Stati Uniti dalla Nato. È uno scenario davvero realistico?
Siamo abituati alle dichiarazioni di Donald Trump, che spesso vengono poi corrette o ridimensionate. Il nostro auspicio è che non vi sia in alcun modo un’uscita degli Stati Uniti dalla Nato, perché oggi più che mai crediamo nel valore dell’Alleanza, soprattutto in una fase internazionale così complessa e segnata da tensioni geopolitiche ricorrenti. Peraltro, anche nel confronto con i congressman americani, questa possibilità non emerge come un’ipotesi concreta. E questo anche perché un passo del genere non converrebbe né all’Europa né agli stessi Stati Uniti.
Si parla sempre più spesso di una Nato “più europea” come riportato dal WSJ. Quanto sta incidendo già oggi questa mobilitazione e a cosa può portare in concreto?
Credo che il punto vada letto su due piani. Il primo è quello della consapevolezza. L’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni in Medio Oriente hanno reso evidente anche all’opinione pubblica che la difesa non può più essere considerata un tema secondario. È una priorità. Investire nella Nato significa investire nella sicurezza collettiva, non semplicemente nelle armi. Il secondo piano riguarda l’impegno economico e industriale. Tutti i Paesi dell’Alleanza stanno progressivamente aumentando gli sforzi, anche con le difficoltà del momento. La direzione è quella giusta, anche se servirà tempo, perché si tratta di un percorso necessario per la sicurezza dei cittadini dei Paesi Nato, Italia compresa.
Se il ruolo americano dovesse ridimensionarsi, l’Europa sarebbe pronta, sul piano militare, industriale e politico, a sostenere un peso maggiore dentro l’Alleanza?
Probabilmente non ancora del tutto. La mia impressione, maturata anche confrontandomi con rappresentanti militari, è che serva ancora tempo per colmare il gap rispetto agli Stati Uniti. Detto questo, lo sforzo è in atto e la direzione intrapresa è corretta. Inoltre, ci sono segnali incoraggianti anche sul fronte industriale. Aziende italiane come Leonardo e Fincantieri, insieme ad altre realtà private, stanno ottenendo risultati importanti e contribuiscono a rafforzare il posizionamento dell’Italia come attore credibile e riconosciuto nel settore della difesa.
Una Nato più europea renderebbe il rapporto transatlantico più equilibrato e solido, oppure rischierebbe di aprire nuove frizioni con Washington?
Io credo che lo rafforzerebbe. In pochi mesi siamo passati dalle dichiarazioni di Emmanuel Macron sulla Nato “cerebralmente morta” a un contesto in cui tutti riconoscono la necessità di investire nell’Alleanza e di renderla più robusta. Gli eventi esterni hanno accelerato questa presa di coscienza. Per questo ritengo che un rafforzamento della componente europea non indebolisca il legame transatlantico, ma anzi contribuisca a renderlo più solido. E questo vale non solo per il rapporto tra Europa e Stati Uniti, ma anche per il ruolo del Canada, che continua a credere fortemente sia nella Nato sia nella cooperazione con il continente europeo. Al di là della dialettica di Trump, nel medio-lungo periodo le due sponde dell’Atlantico continueranno a lavorare sempre più insieme.
In questo scenario, come si può valorizzare il ruolo dell’Assemblea parlamentare della Nato e quale contributo può offrire, anche rispetto a una possibile “europeizzazione” dell’Alleanza?
L’Assemblea parlamentare può dare un contributo importante, e l’esperienza italiana lo dimostra. In questi anni ho visto crescere in modo significativo il lavoro della delegazione italiana, che si distingue per maturità e capacità di muoversi nell’interesse nazionale, al di là delle appartenenze di partito. La mia elezione alla presidenza del Gruppo speciale Mediterraneo, avvenuta all’unanimità, è anche il segno del riconoscimento del lavoro che l’Italia sta facendo. In particolare, stiamo insistendo affinché accanto al fronte Est si continui a guardare con grande attenzione anche al Mediterraneo, al Nord Africa e al Medio Oriente, perché la sicurezza dell’Alleanza passa anche da lì. È un indirizzo concreto che rafforza il contributo italiano dentro la Nato e che troverà ulteriore conferma anche nel prossimo evento di Roma per i trent’anni del Gruppo speciale Mediterraneo, al quale parteciperanno oltre cento parlamentari dei Paesi membri.

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