Perché Meloni fa l’all-in sulla Legge elettorale (e occhio a Vannacci). Parla Panarari

2 hour_ago 2
ARTICLE AD BOX

Urne chiuse, campagna elettorale appena cominciata. Il fiore di maggio è l’antipasto del 2027. Le Comunali hanno lasciato sul terreno vincitori e sconfitti, ma soprattutto hanno riaperto una discussione che attraversa l’intero sistema politico: la tenuta della leadership di Giorgia Meloni, le difficoltà strutturali del centrosinistra, il ritorno del dibattito sulla legge elettorale e la crescente visibilità di Roberto Vannacci, protagonista di una destra-destra a forte gradazione populista che cerca nuovi spazi di rappresentanza. È un quadro nel quale i risultati amministrativi si intrecciano con le dinamiche nazionali, alimentando tensioni dentro le coalizioni e accelerando la corsa verso le Politiche. “Senza dubbio, siamo già in campagna elettorale e ne vedremo delle belle”, dice il politologo e sociologo di UniMore, Massimiliano Panarari nella sua intervista domenicale a Formiche.net.

Professor Panarari, il referendum e le successive letture politiche hanno generato interpretazioni molto divergenti. Che cosa ci dicono davvero quei risultati?

Il referendum sulla giustizia è stato interpretato con una sorta di strabismo cognitivo, soprattutto nel campo del centrosinistra. Molti hanno letto quel voto come una manifestazione diretta contro il governo Meloni, ma da questo non discende automaticamente un consenso a favore dell’alternativa rappresentata in particolare da Pd e Movimento 5 Stelle. Sono due fenomeni distinti. Nella polarizzazione referendaria, inoltre, hanno trovato spazio mondi giovanili e movimenti caratterizzati da una forte radicalità politica che hanno utilizzato il voto per esprimere dissenso, penso ad esempio alla questione palestinese, senza che ciò si traducesse in un endorsement per le opposizioni.

Le Comunali hanno invece ridimensionato alcune narrazioni costruite nelle settimane precedenti?

Le elezioni amministrative sono tradizionalmente influenzate da fattori territoriali e locali. Molte spiegazioni dei risultati si trovano nelle specificità dei singoli contesti. Se guardiamo il quadro generale, emerge una situazione di sostanziale parità tra i due schieramenti. Se Atene piange, Sparta non ride.

Un passo indietro. La presidente del Consiglio aveva evitato accuratamente di personalizzare il voto, al Referendum. 

È vero, ma la dinamica politica ha finito ugualmente per coinvolgerla. Meloni aveva cercato di non trasformare le il referendum in un giudizio sulla propria leadership, ma nelle ultime settimane prima del voto si è fatta trascinare dentro quella narrazione. La sconfitta ha avuto conseguenze anche sugli equilibri della coalizione, perché la sua proiezione positiva rappresentava il principale elemento di coesione tra gli alleati. Quando quella forza propulsiva si indebolisce, inevitabilmente aumentano le fibrillazioni.

Tornando alle amministrative, nel centrosinistra non sembrano mancare contraddizioni e malumori. Come leggerle?

Il voto amministrativo mostra una difficoltà profonda del campo largo, che oggi non può essere definito una vera coalizione. Le diverse componenti non sono ancora amalgamate. Inoltre il Movimento 5 Stelle ha ottenuto risultati molto deludenti. È un dato che dovrebbe indurre a una riflessione seria il Partito Democratico e i suoi alleati.

Anche perché alcune vittorie sembrano contraddire la linea politica rivendicata da Elly Schlein. O no?

Schlein aveva annunciato una sorta di rivoluzione politica a Venezia, ma quella rivoluzione si è rapidamente dissolta davanti alla realtà delle urne. Hanno vinto candidati con un forte radicamento territoriale. Nel Mezzogiorno si sono affermate figure che provengono da una tradizione politica che la segretaria del Pd aveva promesso di superare. Penso a Vincenzo De Luca, a Crisafulli e ad altri protagonisti della stagione dei cosiddetti cacicchi territoriali. In molti casi il successo è arrivato più grazie alla forza personale dei candidati, che hanno rinunciato al simbolo del Pd.

In parallelo cresce il protagonismo di Roberto Vannacci. Che fenomeno rappresenta?

Vannacci è l’ultima incarnazione di quello che possiamo definire l’imprenditore politico della paura. Dopo l’esaurimento della spinta del populismo tradizionale si aprono spazi per figure ancora più radicali. L’esperienza di governo della destra crea inevitabilmente una domanda politica alla sua destra. In questo senso Vannacci intercetta un elettorato che si richiama a sensibilità post-missine e che percepisce Fratelli d’Italia come meno identitario rispetto al passato.

Perché proprio adesso?

Perché governare obbliga Meloni a moderare linguaggi e posizioni. La presidente del Consiglio ha sfumato alcuni tratti della propria proposta politica per ragioni istituzionali e internazionali. Questo apre una finestra di opportunità comunicativa per chi sceglie invece una postura più radicale. Vannacci prova a occupare esattamente quello spazio.

Può diventare un problema sia per la Lega sia per Fratelli d’Italia?

Sì. Dopo la sua separazione dalla Lega nazional-populista, Vannacci può trasformarsi in una spina nel fianco non soltanto per il partito di Salvini ma anche per Fratelli d’Italia. La sua strategia appare chiara: costruire una campagna permanente molto aggressiva per attrarre voti da entrambe le forze del centrodestra.

Potrebbe addirittura puntare a restare all’opposizione anche in caso di vittoria del centrodestra nel 2027?

È uno scenario plausibile. Potrebbe tentare di replicare il modello che ha premiato Fratelli d’Italia negli anni passati: sostenere una linea di opposizione da destra, sfruttando tutti i vantaggi comunicativi che derivano dall’essere fuori dalla stanza dei bottoni.

Sul tavolo resta poi il dossier della legge elettorale. Quanto è centrale?

Molto più di quanto appaia. Finché il quadro politico resta in movimento è difficile fare previsioni definitive, ma oggi la legge elettorale rappresenta probabilmente la principale chance strategica per Meloni. La sua narrazione politica mostra un certo affaticamento, anche per effetto delle crisi internazionali. Molte delle trasformazioni promesse non si sono concretizzate e il governo ha scelto una navigazione prudente, quasi democristiana, evitando scosse che potessero destabilizzare il Paese.

Per questo la riforma diventa una priorità?

Esatto. In una fase più complessa rispetto al passato, la legge elettorale assume il valore di una vera polizza assicurativa. È un tema sul quale Meloni punta concretamente e che inevitabilmente incontra le perplessità degli alleati. Proprio per questo rischia di trasformarsi in uno dei principali fattori di tensione all’interno della maggioranza.

Siamo già entrati nella campagna elettorale per le Politiche del 2027?

Direi di sì. Le Comunali sono state l’antipasto. Da qui in avanti ogni appuntamento elettorale, ogni dibattito sulla legge elettorale, ogni tensione interna alle coalizioni sarà letto in funzione delle Politiche del 2027. La legislatura è ancora lunga, ma la competizione per il prossimo ciclo politico è già iniziata.

read-entire-article