ARTICLE AD BOX
La Cina è responsabile di circa il 16% delle esportazioni mondiali e del 29% della produzione manifatturiera globale. Due aziende cinesi, Catl e Byd, producono oggi più della metà di tutte le batterie per veicoli elettrici vendute sulla Terra. La Cina lavora circa il 90% delle terre rare mondiali, pur estraendo solo il 60-70% circa del minerale grezzo. Tutti questi dati dimostrano che l’enorme surplus commerciale cinese non è semplicemente un residuo passivo del crollo immobiliare del paese, ma è piuttosto una dottrina politica deliberata volta a utilizzare il dominio delle esportazioni e la sovraccapacità della nazione come leva geopolitica, ad esempio creando colli di bottiglia tecnologici sotto il controllo cinese. Questa grande strategia economica ha lasciato Bruxelles priva di soluzioni, con i funzionari dell’Ue che si affannano ad attuare misure per mitigare il problema, senza tuttavia riuscirci.
La dottrina alla base di questa scelta politica è quella delle “nuove forze produttive di qualità” di Xi Jinping, incentrata sulla crescita attraverso la tecnologia avanzata, l’energia verde e l’innovazione di alta qualità, piuttosto che su investimenti gravati da debito in infrastrutture e settore immobiliare. Tuttavia, questa concentrazione sul dominio tecnologico non costringe strutturalmente la RPC a un surplus delle partite correnti. Lo dimostra l’esempio degli Stati Uniti, una nazione che è stata all’avanguardia dello sviluppo tecnologico per decenni pur registrando ampi squilibri commerciali. La tesi secondo cui l’ampio surplus delle partite correnti cinese è una scelta del governo, e non qualcosa di imposto dall’esterno, è ulteriormente rafforzata dal fatto che, nonostante le ripetute promesse del vice-premier cinese He Lifeng di rilanciare i consumi interni, il partito ha continuato a investire in solide politiche dal lato dell’offerta, come le infrastrutture tecnologiche.
Ciò sottolinea come la Cina veda sempre più i propri surplus commerciali come complementari al controllo delle catene di approvvigionamento globali e dei colli di bottiglia tecnologici, conferendole una leva geopolitica straordinaria e difficile da eguagliare. Il risultato di questa strategia è che, a partire dagli anni 2020, una crescita sostenuta delle esportazioni cinesi ha superato la crescita delle importazioni mondiali, con la Cina che ha ottenuto surplus commerciali massicci (125 miliardi di dollari a giugno, il secondo più alto nella storia cinese) mentre le altre potenze faticano a rispondere a questa dinamica.
La leva che Pechino ricava da questa strategia di sovrapproduzione è evidente nel settore dei minerali di terre rare. La RPC ha notoriamente sovrapprodotto terre rare per mantenerne bassi i prezzi, limitando al contempo le esportazioni durante le dispute con altre nazioni. Questa strategia a doppio binario funziona perché europei, australiani e americani eviteranno di investire in nuove raffinerie se i cinesi possono semplicemente abbassare artificialmente i prezzi e azzerare quasi del tutto l’investimento. Inoltre, i prezzi vengono mantenuti così bassi da rendere economicamente insensato avviare effettivamente la produzione di questi minerali in Europa e negli Stati Uniti, trasformando di fatto questi prezzi bassi in una forma di deterrenza con cui la RPC difende il proprio monopolio. Controllando l’offerta di questi minerali, la Cina può limitarne il flusso verso i vari paesi con cui è in disputa, dandosi così un’arma in più nei negoziati per estorcere concessioni. La Cina lo ha già fatto con gallio, germanio e magneti a base di terre rare in risposta ai controlli occidentali sulle esportazioni di chip, rallentando o bloccando le spedizioni di materiali specifici nei momenti di attrito.
L’Ue non fa eccezione alla difficoltà comune a diverse nazioni nel mondo nel correggere i propri squilibri delle partite correnti con la Cina. Il punto in cui l’Ue, e numerosi altri Paesi, sbagliano è che considerano il problema semplicemente da una prospettiva macroeconomica, ignorando l’aspetto geopolitico di questa strategia. A causa di questa visione offuscata, l’Ue (e gli Stati Uniti) hanno tentato di contrastare questa grande strategia cinese con semplici dazi e diritti anti-sovvenzione. Questa mentalità è emersa in tutta la sua evidenza quando il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, il 2 settembre 2026, in un discorso al Charlotte Economics Club nella Carolina del Nord, ha affermato che Byd, il costruttore cinese di veicoli elettrici, produce “la migliore auto da 70.000 dollari che si possa comprare con 35.000 dollari”. Bessent, come noi europei, continua a vedere il problema attraverso la lente della sovvenzione illegale, e quindi come una questione macroeconomica.
Tuttavia, uno studio del Rhodium Group mostra che solo il 5% del vantaggio di costo di Byd rispetto a Tesla deriva dalle sovvenzioni. Il resto deriva da anni di politica industriale deliberata, da un decennio di dura concorrenza interna tra decine di produttori cinesi di veicoli elettrici che ha imposto una disciplina di costo implacabile, dall’integrazione verticale – con Byd che produce da sé le proprie batterie e altri componenti invece di affidarsi a fornitori – dalle economie di scala derivanti da un mercato interno enorme, più grande dell’intera Ue, e dagli effetti della curva di apprendimento manifatturiero maturati nel corso degli anni. Nonostante tutto questo, la nostra lettura del problema resta macroeconomica e incentrata sulle sovvenzioni, come dimostra anche il fatto che Volkswagen sia passata dal suo tradizionale sostegno al libero scambio all’attuale appoggio ai dazi contro la Cina, per proteggere la propria quota di mercato in Europa. La nostra stessa ingenuità ci condanna a concentrarci esclusivamente sulla macroeconomia e su strumenti affini ai dazi per combattere questa minaccia, il che equivale a portare un coltello in una sparatoria.
Questi solidi vantaggi strutturali non possono essere semplicemente contrastati da un dazio, e anche se lo potessero, l’Ue viene comunque ostacolata nei suoi sforzi di farlo attraverso strumenti macroeconomici. Ad esempio, all’ultimo incontro dei ministri delle finanze del G20 negli Stati Uniti, la Cina ha posto il veto su un consenso relativo al testo del comunicato riguardante l’eliminazione delle “politiche non di mercato” volte a contenere i disavanzi delle partite correnti e gli squilibri commerciali nel mondo. L’influenza cinese e il suo potere di veto nelle sedi sovranazionali rendono difficile per l’Ue raggiungere un’azione istituzionale coordinata. Allo stesso tempo, l’Ue è impedita nell’agire anche all’interno delle proprie istituzioni. Ad esempio, in agosto le autorità cinesi hanno proibito alle entità nazionali di collaborare con gli investigatori dell’Ue in un’indagine su JD.com, colosso dell’e-commerce nella RPC. L’Ue è dunque impossibilitata a costruire il fascicolo probatorio di cui avrebbe bisogno per imporre misure e utilizzare qualsiasi strumento contro questa strategia cinese, tanto meno quelli corretti.
Per contrastare questo cavallo di Troia economico cinese, l’Europa deve rispondere con una propria grande strategia, concepita per eguagliare e contrastare la natura multiforme del suo equivalente cinese. Il punto fondamentale di questa nuova contro-strategia è dunque eguagliare la profondità della politica commerciale e industriale cinese, piuttosto che la sovvenzione, il cui impatto è comunque sopravvalutato. Come dimostra il caso di Byd, ciò che serve per competere è permettere alle aziende dell’Ue di crescere fino a una scala comparabile e di accedere a una profondità di capitali comparabile. La riforma principale che agevolerebbe questo obiettivo è l’Unione dei Mercati dei Capitali, che aiuterebbe le imprese dell’Ue a crescere in un unico mercato profondo anziché in 27 mercati nazionali frammentati.
Questa riforma gioverebbe sia alle aziende europee già affermate sia alle potenziali startup, producendo così anche l’effetto duplice di favorire l’innovazione tecnologica, facilitando il lancio di nuove iniziative e imprese, dal momento che i fondatori potrebbero facilmente raccogliere capitali e quotarsi in borsa in un unico mercato profondo (anziché trasferirsi negli Stati Uniti per farlo). Inoltre, le sovvenzioni già esistenti dell’Ue devono essere maggiormente coordinate, piuttosto che semplicemente più ingenti. Gli aiuti di Stato dovrebbero essere incanalati verso i settori strategici critici attraverso quadri di progetti congiunti sul modello degli Ipcei. Questo avviene già in parte per batterie e semiconduttori, ma l’attuazione del principio è discontinua e disomogenea. Un finanziamento coordinato porterebbe a un uso più efficiente delle risorse e quindi a risultati migliori in quei settori specifici.
Anche quest’ultimo aspetto è importante per creare nell’economia dell’Ue una resilienza ai colli di bottiglia, che contrasti la leva geopolitica della RPC, come il suo meccanismo di manipolazione dei prezzi e delle esportazioni delle terre rare. Per rafforzare ulteriormente questi sforzi, l’Ue dovrebbe considerare seriamente di attivare lo Strumento Anti-Coercizione (che tra l’altro richiede solo la maggioranza e non l’unanimità, aggirando in parte le divisioni dell’Ue sul tema), cosa che non ha mai fatto finora, per agire contro le pratiche commerciali sleali cinesi. Inoltre, e probabilmente in modo ancora più rilevante, l’Ue dovrebbe concentrarsi anche sul Critical Raw Materials Act, che ha aperto la strada a investimenti importanti nel settore. Questi vanno monitorati e proseguiti, per raggiungere gli obiettivi 2030 del 10% del totale dei minerali estratti nell’Ue, del 40% lavorato nel continente, del 25% riciclato nell’Unione e di un massimo del 65% delle importazioni provenienti da un singolo Paese.
Questi obiettivi mitigherebbero già notevolmente gli effetti del monopolio cinese su questi minerali, ma potrebbero essere necessarie ulteriori misure per ridurre ancora la dipendenza e rafforzare la nostra autonomia strategica. Un altro strumento a disposizione dell’Ue per contrastare questi colli di bottiglia è la G7 Critical Minerals Alliance, istituita nel giugno 2026. All’interno di questo gruppo, il Giappone ha spinto con forza per un tetto minimo coordinato sui prezzi delle terre rare, che di fatto scardinerebbe il monopolio cinese sulla produzione a basso costo, il quale soffoca qualsiasi tentativo di investimento interno nei paesi rivali. Se questa politica potesse essere coordinata in modo adeguato e completo, si tratterebbe di una proposta capace di ridurre drasticamente il potere che la Cina trae dal proprio monopolio, e persino di smantellarlo del tutto, rafforzando al contempo notevolmente gli investimenti dell’UE e degli Stati Uniti nel settore. L’Ue dovrebbe studiare attentamente questa proposta, il cui potenziale è troppo grande per essere ignorato. Inoltre, la collaborazione con il resto del G7 è essenziale per esercitare quanta più pressione possibile sulla RPC. Gli Stati Uniti, il Giappone e molte altre nazioni affrontano problemi simili con la Cina, e un fronte unito potrebbe dunque essere tenuto insieme da questo interesse comune.
Per contrastare il rifiuto cinese di collaborare con le indagini dell’Ue, l’Unione deve colmare la propria lacuna giurisdizionale in materia di applicazione delle norme. Attualmente, l’inferenza sfavorevole, come previsto dall’articolo 16 del Regolamento sulle sovvenzioni estere, già consente alla Commissione di procedere senza piena cooperazione, ma questo strumento punisce solo l’azienda europea presa nel mezzo, e non lo Stato che ordina l’ostruzionismo. L’ostruzionismo a livello statale deve essere reso costoso per lo Stato stesso. Sebbene le opzioni in tal senso siano molte e meritino uno studio più approfondito, una possibilità sarebbe far sì che ostruzionismi ripetuti facciano scattare automaticamente lo Strumento Anti-Coercizione, in modo da sanzionare direttamente lo Stato e non un semplice intermediario.
Infine, l’Ue deve anche contrastare la dottrina di fondo su cui poggia la strategia cinese, ossia l’enfasi posta da Xi Jinping sulle nuove forze produttive. Per farlo, l’Ue deve intraprendere uno sforzo deliberato, coordinato e finanziato dallo Stato per conquistare la leadership nelle tecnologie di frontiera nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori e nella manifattura di nuova generazione. L’Ue non può limitarsi a giocare in difesa contro le iniziative cinesi, altrimenti resterà in uno stato di reattività costante. L’Europa deve avere il coraggio di innovare e creare. Deve essere in grado di condurre una politica estera efficiente, favorendo la collaborazione quando è vantaggiosa, ma anche facendo valere i propri vantaggi e la propria influenza quando ciò può migliorare la nostra posizione nei confronti della Cina (o di altre grandi potenze come la Russia e gli Stati Uniti).
La nostra strategia non deve quindi essere soltanto difensiva, ma anche offensiva. Per quanto riguarda tecnologie come l’intelligenza artificiale, dove esiste un divario enorme tra il nostro attuale livello di investimenti e sviluppo rispetto a Cina e Stati Uniti, l’Ue deve semplicemente fare di più, e deve trovare la volontà politica di intraprendere progetti ampi e di lungo periodo per trasformare la nostra spinta verso l’autonomia strategica da retorica a realtà. Al momento, l’Europa si trova relegata in una posizione di debolezza sia economica sia geopolitica. L’Europa deve ora trovare la volontà e il coraggio di superare questa situazione attraverso sforzi coordinati e di lungo periodo, piuttosto che con soluzioni politicamente comode che non si traducono in un reale progresso.

22 minute_ago
1



English (US) ·