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Volkswagen ha trovato il modo di salvare parte dei posti di lavoro che verranno tagliati dallo stabilimento di Osnabrück, convertendo le linee produttive dalle automobili ai sistemi di difesa. La società israeliana Aurelius Capital e la Bassa Sassonia, secondo maggiore azionista del gruppo, hanno firmato una dichiarazione d’intenti per rilevare l’impianto e riconvertirlo, con un primo progetto che vedrà come partner Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda dietro l’Iron Dome e gli altri sistemi di difesa aerea israeliani. Secondo i sindacati, l’operazione potrebbe salvare circa 1.400 dei 1.800 posti di lavoro del sito, che terminerà la produzione automobilistica entro il 2027. È il primo caso concreto di riconversione industriale di un colosso dell’automotive europeo, ma non sarà l’ultimo. Volkswagen ha già indicato la spesa militare come possibile assorbitore dell’eccesso di capacità che interessa il gruppo, e casi simili sono allo studio anche di Rheinmetall e Continental. Intanto, però, questo sviluppo riguarda da vicino anche l’Italia, la quale potrebbe trovarsi, giocoforza, obbligata a fare valutazioni simili.
Perché l’automotive si converte alla difesa?
L’automotive tedesco (e quindi europeo) sta attraversando una crisi strutturale, da cui difficilmente si riprenderà. La concorrenza cinese sull’elettrico appare ormai incontrastabile, i costi di produzione volano e l’abbassamento del potere d’acquisto contribuisce a ridurre ulteriormente la domanda interna. Volkswagen ha annunciato che fino a quattro dei suoi stabilimenti tedeschi rischiano la chiusura e che metà dei tagli occupazionali del gruppo interesserà il personale impiegato in Germania. Secondo i dati diffusi dalla Vda, l’associazione dei costruttori tedeschi, nel 2025 il settore contava circa 726.000 occupati diretti, 47.000 in meno rispetto al 2024 e 107.000 in meno rispetto al 2019. Per i prossimi anni, la stessa Vda stima una perdita complessiva fino a 225.000 posti di lavoro entro il 2035. Di fronte a questa vera e propria emorragia, la riconversione bellica appare come l’unica strada percorribile in tempi celeri. Va anche detto che l’industria automotive è tra quelle che più facilmente si prestano a questa trasformazione, come si è visto in più occasioni nel corso del Novecento. D’altronde, gli edifici ci sono, le competenze manifatturiere anche, e la domanda di sistemi di difesa in Europa è forse l’unica la cui crescita nei prossimi anni è pressoché garantita.
Perché riguarda anche l’Italia
A questo punto la domanda si sposta, inevitabilmente, sull’Italia. Perché l’industria della componentistica del nord, in particolare quella piemontese ed emiliana, è legata a doppio filo con quella tedesca. Per decenni, una parte consistente del tessuto industriale nazionale ha prosperato proprio grazie al suo ruolo di fornitore per l’automotive tedesco, legame che ad oggi rimane strettissimo. Secondo i dati Anfia, la filiera produttiva dell’automotive italiano conta circa 272.000 addetti diretti e indiretti, pari al 7,1% degli occupati dell’intero settore manifatturiero nazionale. Se si allarga lo sguardo all’indotto, ai servizi e alla distribuzione, il numero sale a circa 1,2 milioni di lavoratori. Di conseguenza, cosa succederà alla filiera italiana se una parte consistente del comparto in Germania dovesse riconvertirsi a uso bellico? La componentistica italiana si rivolgerà ad altri produttori automobilistici (quali?) oppure si adeguerà alla nuova domanda d’Oltralpe? Forse, più che se, la domanda è quando. Tant’è che l’automotive, va ricordato, è in crisi in tutto il continente.
“Burro o posti di lavoro?”
La domanda sulla riconversione del comparto automotive non è retorica e i numeri in ballo sul piano occupazionale restituiscono l’importanza della questione. Secondo l’European Automobile Manufacturers’ Association, l’intero settore automotive dà lavoro a 13,6 milioni di persone in Europa, l’8,1% dell’intera occupazione manifatturiera dell’Unione. Certo, neanche la riconversione totale garantirebbe il mantenimento di tutti i posti di lavoro che l’automotive europeo è riuscito a creare in decenni di dominio dei mercati, questo va detto. Tuttavia il centro della questione è un altro, ovvero che la Germania sembra aver preso la sua decisione. Una decisione sostenuta da uno scenario geopolitico in rapido deterioramento che sta portando Berlino a valutare scelte impensabili fino a pochi anni fa, inclusa la reintroduzione della leva militare. E questa scelta, inevitabilmente, finirà per ripercuotersi anche sul tessuto industriale italiano. Il punto non è se, ma quando l’Italia dovrà porsi una domanda analoga a quella della Germania. Il tempo stringe e, in un Paese in cui l’idea stessa di riconversione tocca la sensibilità di un’opinione pubblica per cui “difesa” e “occupazione” raramente vengono pronunciate nella stessa frase, la discussione non sarà facile né rapida. Ma continuare rimandarla non renderà i numeri meno reali, né i posti di lavoro più sicuri.

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