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Sono molteplici le ragioni per le quali credo sia una buona cosa andare a vedere l’Odissea di Nolan con un figlio.
Ulisse è un eroe imperfetto. È debole, mancante, contraddittorio. Il suo arrancare mette in mostra la fragilità umana, le sue debolezze, le scorciatoie morali delle quali non può, e talvolta non vuole, fare a meno. Odisseo rappresenta quasi l’antitesi dell’uniforme e cupa ondata di machismo, di certezze assolute e di incapacità di dubitare che attraversa il nostro tempo e una parte delle persone che lo abitano. È innamorato di Penelope, ma sa che l’amore non può coincidere completamente con l’ideale. Perché, come insegna Lacan, quando ci si allontana troppo dall’ideale, l’amore non segue più. E bisogna riguadagnarselo. E infatti Odisseo prova vergogna nel tornare davanti alla donna che ha amato. Per questo teme, e non si svela se non alla fine. Perché?
Perché è stato violento. Vendicativo. Perché si è lasciato andare a una brutalità rozza e ha dimenticato alcuni degli assi portanti dell’essere umano: l’equilibrio con le forze del mondo che non vanno mai travalicate, il ricordo verso coloro che, anche a causa sua, sono morti. Per questo prova vergogna nel mostrarsi a Penelope. Si, vergogna, il sentimento grande assente nel nostro tempo. È un messaggio dissonante in un tempo violento, paranoico, spesso incapace di interrogarsi sulla propria colpa.
Odisseo e i suoi hanno messo Troia a ferro e fuoco. E lui sa di aver peccato di hybris, di aver infranto un equilibrio che non avrebbe dovuto spezzare. Va per mare, ma sa che gli Dei si sono irati perché ha superato limiti che non doveva oltrepassare. Le esecuzioni. Il fuoco che divora Troia. Le donne violentate e fatte a pezzi. Gli uomini morti. Egli sa di esserne, almeno in parte, responsabile. E questa consapevolezza pesa su di lui come un macigno.
Viviamo in tempi tracotanti, segnati dall’eccesso e dallo stravolgimento dei limiti naturali. Tempi in cui l’ipertrofia dell’Io conduce a vantarsi di violare la legge, le consuetudini e, in modo sempre più ostentato, a cercare di raccogliere intorno a sé emuli di questa stessa tendenza: andare oltre, infrangere il limite, fare della trasgressione non più un’eccezione, ma un valore da esibire. Quando va alle bocche dell’Ade centinaia e centinaia di uomini morti anche a causa sua, del suo ideale, del suo ego smisurato, gli chiedono conto. Lo accusano di essere fuggito, di aver dimenticato le responsabilità di un condottiero. La colpa lo corrode e Odisseo paga. Paga con il tormento, con l’impossibilità di dimenticare, con una forma di esilio che sembra non terminare nemmeno quando questo geograficamente finisce.
“È sempre difficile tornare a casa” dice. Non si riesce mai veramente a tornare a casa dopo un esilio interiore.
Una parte di sé resta — e resterà — esiliata. Fuori dalle mura. Tagliata via. Corrotta e strappata. Ed è forse proprio questo uno degli insegnamenti più importanti da trasmettere a un figlio. In un tempo popolato da uomini e donne che si dichiarano continuamente innocenti, senza dubbi, senza scrupoli, pronti a gettare nel fuoco delle proprie convinzioni individui che li seguono, Odisseo riporta sulla scena qualcosa che oggi sembra essere diventato quasi intollerabile: il senso di colpa. La vergogna. Il pentimento. L’espiazione. Il debito.
Il film di Nolan è poi un omaggio alla donna. Madre, regina, argine allo squallore debosciato dei Proci. Penelope non è soltanto la donna che aspetta. Incarna una funzione materna capace di porre un limite alla perversione. Quando Ulisse è assente, è la sua parola a renderlo presente nel registro simbolico. “Tuo padre tornerà” non è una semplice speranza: è l’atto con cui lo preserva e impedisce che Telemaco precipiti nell’illusione dell’onnipotenza.
“Io sarò re.”
“No. Tuo padre è il re. Tu, un giorno, ne raccoglierai l’eredità.”
E lo bastona pesantemente.
Con queste parole Penelope introduce il figlio nella legge della successione, sottraendolo alla fantasia del potere assoluto. Il desiderio viene così ordinato dal limite. È proprio questa fedeltà al simbolico che salva Telemaco: non dall’assenza del padre, ma dalla catastrofe ben più grave della sua cancellazione.
Se il figlio non incontra un limite, e qua è la clinica a guidarci, ma il potere e le redini familiari nelle sue mani, vivrà un pericoloso senso di illimitato, un potere assoluto e mortifero, per la famiglia e, nel tempo, per lui. Senza la forza di Penelope che ne rintuzza le fantasia di trono, sarebbe diventato proprio come quella teppaglia burina e alcolizzata dei Proci, squallidi e tracotanti ometti in cerca di un posto al fianco della bellissima madre.
Penelope usa, non a caso, il concetto di “disperso in guerra”. È la stessa parola che ancora ancora oggi si legge sulle lapidi di tanti ragazzi mandati a morire in Russia: disperso. Una parola terribile, ma anche una parola che lascia aperto uno spiraglio. La dicitura ‘disperso’ ha forse permesso ai figli, alle mogli, alle madri, a chi restava, di non sprofondare completamente nel buio del lutto. Perché il disperso non è morto, almeno non ancora. Non c’è un corpo, non c’è una tomba, non c’è quella certezza definitiva che chiude ogni possibilità. Il disperso abita un luogo sospeso tra la vita e la morte. E proprio per questo consente di mantenere intatta, per quanto dolorosa e irragionevole, l’idea di un ritorno.
Un ritorno impossibile, forse. Ma almeno pensabile.
Penelope vive precisamente dentro questo spazio psichico: non nega la possibilità della morte di Odisseo, ma non può nemmeno trasformarla in certezza. Finché Odisseo è ‘disperso’, qualcosa può ancora tornare. Ed è forse questa una delle funzioni più profonde dell’attesa: tenere aperto un posto per chi non sappiamo ancora se dobbiamo piangere o aspettare. Odisseo può tornare a Itaca, ma non può tornare quello che era. Perché chi ha attraversato l’Ade, chi ha incontrato i propri morti e soprattutto chi ha riconosciuto la propria responsabilità nella loro morte, non torna mai davvero indenne.
Ed è forse proprio questo che vale la pena mostrare a un figlio: non l’eroe che vince, ma l’uomo che torna e scopre di dover rispondere di ciò che ha fatto.
L'articolo Perché è buona cosa vedere l’Odissea di Nolan con un figlio proviene da Il Fatto Quotidiano.




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