“Per un F-35 servono oltre 400 chili di terre rare”: l’estratto esclusivo dal nuovo libro di Gianluca Schinaia sul potere delle materie prime

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Gli Stati Uniti progettano e producono i sistemi d’arma più avanzati del pianeta, ma per costruirli e farli funzionare dipendono dalle forniture dei loro principali avversari geopolitici: Pechino e Mosca. È questo il paradosso contemporaneo che sta ridisegnando il concetto stesso di supremazia globale, spostando il baricentro del potere dagli arsenali militari alle miniere e alle catene di approvvigionamento. Questa debolezza strutturale è uno dei temi centrali de L’Età delle matrici – Terre rare, materie prime e dinamiche di potere (Codice Edizioni), il nuovo saggio di Gianluca Schinaia. L’autore, giornalista pluripremiato e head of sustainability di FpS Lab, vanta una lunga esperienza nell’analisi delle tematiche di sostenibilità per testate come Wired, Il Fatto Quotidiano, Avvenire, L’Espresso e Il Sole 24 Ore. Dopo la pubblicazione di Lavori in corso (Newton Compton, 2010) e la partecipazione al volume scientifico internazionale Interdisciplinary Approaches to Climate Change for Sustainable Growth (Springer, 2022), Schinaia torna in libreria per esplorare come i materiali fisici stiano mutando la storia umana, tracciando il legame profondo tra crisi geopolitiche e consumo di risorse.

Nel capitolo intitolato “Le scintille delle matrici”, di cui proponiamo un estratto in esclusiva, l’indagine si concentra sull’industria della difesa statunitense. I dati evidenziano una vulnerabilità logistica senza precedenti. La costruzione di un singolo caccia F-35, il fiore all’occhiello dell’aviazione a stelle e strisce, richiede infatti oltre 400 chili di terre rare, necessarie per alimentare i sistemi di puntamento, i radar e la tecnologia stealth. Numeri che lievitano a quattro tonnellate quando si tratta di assemblare i sottomarini d’attacco nucleare di classe Virginia.

Tuttavia, il mercato globale di questi elementi è saldamente nelle mani della Cina. La Russia, dal canto suo, controlla forniture cruciali come l’antimonio (indispensabile per la fabbricazione delle munizioni americane) e buona parte del titanio di grado aeronautico. Questo monopolio incrociato ha generato situazioni limite, come quella verificatasi nel 2012, quando il Pentagono fu costretto ad aggirare una propria legge nazionale in vigore dal 1973 pur di acquistare magneti cinesi essenziali per completare l’assemblaggio di oltre cento F-35. Di seguito, l’estratto in esclusiva che illustra i retroscena di un mondo in cui la guerra tecnologica, dai bombardieri ai droni, si basa sui materiali forniti dai propri rivali.

Estratto da pagine 50 a 53 del libro

“L’Età delle matrici” di Gianluca Schinaia (Codice Edizioni)
(Capitolo “Le scintille delle matrici” – Paragrafo “L’esercito degli uomini di latta”)

ARMI SCARICHE: Perché le munizioni degli USA dipendono dalla Cina
Pechino (e in parte Mosca) hanno in mano la fornitura di munizioni agli Stati Uniti, che si
basa sul controllo di alcune terre rare e materie prime strategiche
«L’ebrezza del volo è un’espressione che riassume bene la follia del sogno di toccare il cielo
anche a costo dell’irrimediabile schianto a terra. Segna la nostra natura dicotomica di esseri
umani, unici animali dotati di razionalità capaci di sognare il cielo anche, se necessario, per
poterlo trasformare in inferno. Così come sembra essere stato un italiano, Leonardo da
Vinci, il primo inventore a progettare in modo scientifico e ingegneristico delle macchine
volanti, siamo stati sicuramente noi italiani nel 1911, in occasione della guerra italo-turca
contro l’impero ottomano, i primi a pensare di usare degli aeroplani in un conflitto

militare. Da quel momento, le macchine volanti sono state protagoniste assolute di quasi
ogni guerra combattuta sulla Terra. Nel 2003, esattamente un secolo dopo il volo dei Wright,
è stata avviata la produzione dei componenti per il prototipo della cellula dell’aeromobile
F-35, modello che avrebbe testato il primo volo pubblico tre anni dopo. Non un velivolo
qualsiasi, ma un salto tecnologico eccezionale per il periodo in cui è stato progettato dal
colosso della difesa americano Lockheed Martin, visto che univa capacità stealth (difficoltà
di tracciamento e individuazione, una sorta di semi-invisibilità al nemico), sensori, software e
molte altre applicazioni considerate davvero avanguardistiche alla fine del secolo scorso,
soprattutto se concentrate in un unico sistema. (…) Da cosa è composto un velivolo militare
così straordinario? Da materiali preziosissimi, una vera e propria macedonia di elementi
critici e strategici per la difesa. Come il berillio, che tiene insieme i bulloni; il gallio, che
amplifica il radar; l’europio, che serve per i visori notturni; il tantalio, che è invece
essenziale per i condensatori utili nel puntamento laser, mentre leghe e rivestimenti sono
fatti di ittrio, gadolinio e disprosio. (…) ogni F-35 contiene circa una ventina di materie
prime critiche e tra queste circa 417 chili di terre rare. Infatti, da solo il comparto militare
americano assorbe circa il 5 per cento del consumo statunitense di elementi delle
terre rare, impiegate dagli occhiali per la visione notturna dei soldati alle apparecchiature di
comunicazione e ai sistemi di propulsione dei sottomarini nucleari.
Tornando all’F-35, velivolo dell’eccellenza bellica Made in USA, nel 2012 sorse un grosso
problema. Due aziende subappaltatrici di Lockheed Martin espressero grosse
preoccupazioni all’amministrazione americana perché i magneti in terre rare presenti nei
carrelli di atterraggio, nei sistemi informatici e in alcuni radar di 115 F-35 già assemblati e
pronti non provenivano dagli USA ma da un’azienda cinese, la ChengDu Magnetic Material
Science and Technology Co. Non era solo fonte di imbarazzo per il Pentagono, dato il ruolo
da antagonista crescente che stava sviluppando la Cina, ma era addirittura illegale secondo
le leggi americane. Infatti nel 1973 gli Stati Uniti avevano votato una legge che vietava
l’acquisto da fornitori stranieri di metalli utili come componenti di tecnologie di
armamento: era perfettamente logico, una filiera così sensibile doveva rimanere di presidio
nazionale e il divieto intendeva di fatto incentivare lo sviluppo di supply-chains totalmente
americane. Quando quarant’anni dopo emerse il problema appena descritto, il Pentagono si
trovò con le mani legate e decise di derogare alla legge del 1973: questo divieto non si
sarebbe applicato ad alcuni magneti di terre rare fabbricate dal gruppo cinese ChengDu
Magnetic Material Science and Technology Co. Un esonero reiterato per un decennio:
solo a partire dal 2023 è tornato di fatto a esercitarsi il bando anche sui magneti della
discordia negli F-35.
A questo punto, un dubbio vi avrà già sfiorato: questo problema toccava altri prodotti di
punta dell’arsenale americano, oltre che gli F-35? Certamente sì. Se guardiamo a un altro
vettore strategico bellico statunitense, i sottomarini d’attacco nucleari di classe Virginia,
la quantità di terre rare presenti raggiunge le 4 tonnellate: si tratta dei sottomarini più
avanzati al mondo per silenziosità, sensoristica e capacità belliche. Alcuni tra questi si sono
visti recentemente in azione negli scontri marittimi con l’Iran. E quando parliamo di terre
rare, è Pechino che ne controlla il mercato mondiale. Se pensiamo a un’altra materia
prima chiamata antimonio, indispensabile per la fabbricazione delle munizioni americane, a
dominare il mercato è la Russia. E Mosca controlla anche quasi la metà del mercato globale
del titanio di qualità utile per l’industria aeronautica. Russia e Cina, i due grandi avversari
degli USA – il primo del passato recente, il secondo nel presente e prossimo futuro – oggi

tra loro alleati per interesse, in una partnership fragile ma compiuta, gestiscono anche il giro
globale di materie critiche come il gallio, indispensabile per la produzione di sistemi di
visione notturna, e il tungsteno, basilare per fabbricare proiettili, granate e fucili da caccia.
Altre materie prime di cui in particolare la Cina controlla le filiere planetarie sono presenti nei
missili SM-3 Block IIA, in alcuni caccia F-16 e nei bombardieri a lungo raggio Rockwell B-
1 Lancer. Questi ultimi ancora una volta sono velivoli militari, tutti dipendenti in qualche
modo da materie prime cinesi. E in maniera simile capita anche alle nuove macchine
volanti che hanno conquistato il centro dei teatri di guerra (…)».
Non si tratta di un blockbuster fantascientifico: l’attacco dei droni oggi è cronaca bellica,
in onda ogni giorno su tutti i tg. E anche queste macchine sono fatte di materie prime e
terre rare. Così oggi l’America è ancora la prima nazione al mondo per produzione ed
esportazione d’armi: il paradosso è che i materiali per costruirle e le munizioni
indispensabili per farle funzionare arrivano direttamente dai suoi avversari più temibili
nello scacchiere geopolitico contemporaneo.

L'articolo “Per un F-35 servono oltre 400 chili di terre rare”: l’estratto esclusivo dal nuovo libro di Gianluca Schinaia sul potere delle materie prime proviene da Il Fatto Quotidiano.

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