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1968. Lima Site 44, 60 chilometri a nord di Vientiane, Laos: un elicottero si alza in volo. Sulla coda campeggia il marchio di Air America, ma c’è la CIA dietro l’operazione. Obiettivo: trasportare le truppe etniche Hmong, reclutate dagli americani contro le forze comuniste nel quadro della guerra del Vietnam. Sessant’anni dopo, Lima Site 44 ha un altro nome: si chiama Ban Keun. Stavolta sulla pista non ci sono più le bandiere a stelle e strisce, bensì quelle rosse a cinque stelle della Repubblica popolare cinese. Quello che resta invariato è la centralità della penisola indocinese nella competizione geopolitica tra grandi potenze.
Il Ministero della Difesa di Pechino ha annunciato l’apertura in Laos di un nuovo Centro Congiunto di Supporto e Addestramento presso l’aeroporto di Ban Keun. La struttura – affiancata da un’Accademia dell’Aeronautica dell’Amicizia Cina-Laos – è solo il terzo avamposto militare cinese all’estero, dopo il centro congiunto di supporto e addestramento inaugurato nell’aprile 2025 a Ream, in Cambogia, e la base logistica aperta nel 2017 a Gibuti, nel Corno d’Africa, la prima e unica base permanente gestita da Pechino in un altro Paese. O almeno è stato così finora.
Le immagini satellitari di Ban Keun, ottenute da Reuters, mostrano nel punto in cui fino a un anno fa si estendevano campi coltivati quelli che a occhi esperti paiono essere otto aerei d’attacco leggeri K-8 e oltre una ventina di veicoli di supporto su una pista ancora in costruzione. Per il momento le funzioni del nuovo centro sono all’apparenza modeste: “Aiutare il Laos a rafforzare l’addestramento dei suoi piloti nel reciproco rispetto e parità di trattamento tra i due Paesi e in conformità alle leggi nazionali e al diritto internazionale”, sostiene Pechino. Ma, secondo gli analisti, la conformazione della pista si presta a possibili estensioni per permettere l’atterraggio di velivoli più grandi. E non è da escludere in futuro lo svolgimento di attività militari più complesse del semplice addestramento. Soprattutto se verranno aggiunti sistemi di difesa antiaerea e strutture per lo stoccaggio di munizioni e carburante.
Perché proprio il Laos? Pechino e il paese del Sud-est asiatico vantano rapporti ideologici e militari di lunga data. Suggellati durante la Guerra Fredda, negli ultimi anni sono stati rafforzati dal ruolo crescente della Cina nell’economia locale. Le forniture militari – di cui proprio gli aerei contano per il 24,5% del totale – costituiscono una parte del partenariato tra Pechino e Vientiane, ancora relativamente piccola ma in crescita. Come suggerisce il popolare analista Junwu Ciweimian, il centro congiunto di Ban Keun pone le premesse affinché “le future dotazioni dell’aeronautica laotiana diventino interamente di fabbricazione cinese”. Sarebbe un bel colpo per l’industria bellica di Pechino, scivolato dal quarto al quinto posto nell’ultima classifica mondiale dei fornitori di armi compilata dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI)
I soldi però non sono tutto. L’annuncio parrebbe segnalare anche un cambio posturale. Non solo perché, mentre Gibuti e Ream sono entrambi avamposti navali, Bam Keun è il primo centro dell’aeronautica cinese all’estero. La Cambogia, impegnata in un difficile equilibrismo diplomatico tra Pechino e Washington, ha sempre negato di voler concedere alla Repubblica popolare una stazione militare permanente. Rassicurazioni sostanziate negli ultimi mesi con l’attracco a Ream di navi giapponesi e americane. Il Laos che, a differenza di Phnom Penh, ha un “corteggiatore” solo potrebbe invece offrire alla Cina una base logistica in cui dislocare stabilmente aerei e altri mezzi impiegabili nelle varie esercitazioni regionali, come le operazioni Falcon Strike condotte ogni anno con la Thailandia. Soprattutto considerato che Bam Kuen dista in media appena 500-700 chilometri dalle principali città della penisola indocinese ed è servita da collegamenti ferroviari costruiti proprio dalla Cina. Per Sebastian Strangio, esperto di ASEAN, “da questa posizione, le forze cinesi avrebbero una certa portata operativa verso il Myanmar e più a sud verso Singapore”.
La crescente presenza militare di Pechino nel Sud-est asiatico non è soltanto il sintomo di una maggiore proiezione all’estero. È anche la conferma di una strategia che privilegia un’espansione a distanza ravvicinata. Molto più ravvicinata rispetto a Gibuti. Con la guerra in Medio Oriente, c’è chi si sarebbe aspettato un nuovo avamposto logistico nel continente africano. Del resto, da anni il Pentagono prevede l’apertura di una seconda base cinese nell’Africa occidentale che consentirebbe a navi e sottomarini di allungarsi verso l’Atlantico e la costa statunitense. Il bis in Indocina – specialmente in Laos, Paese escluso dalla lista americana – sembra invece segnalare una crescente attenzione/apprensione per il vicinato asiatico con cui Pechino non ha proprio rapporti idilliaci: dai contenziosi con Filippine, Vietnam e Giappone nel mar Cinese meridionale e orientale, alle schermaglie lungo il confine con l’India. Le incursioni di Stati Uniti e alleati nel Pacifico occidentale completano un quadro tutt’altro che rassicurante per la leadership cinese. “In futuro”, scrive Strangio su The Diplomat, “la struttura di Ban Keun potrebbe essere utilizzata anche per complicare le operazioni militari americane nel Golfo di Thailandia, nel mar delle Andamane e persino nello Stretto di Malacca. Questa è la più ampia importanza geostrategica dell’aeroporto”.
Va poi considerata la tipica prudenza dei “principianti”. È forse proprio questa a bloccare Pechino nel cortile di casa. “Si tratta di uno sviluppo interessante, anche se non vedrei un collegamento diretto con le tensioni con gli Stati Uniti”, spiega a Ilfattoquotidano.it Simone Dossi, professore associato di relazioni internazionali presso l’Università di Milano nonché autore di La grande muraglia d’acciaio. Le Forze armate cinesi tra cambiamento e continuità. “Piuttosto – aggiunge l’esperto – mi sembra un ulteriore passo in una strategia di lungo termine per il rafforzamento delle capacità di proiezione cinesi”. L’apertura della prima base aerea all’estero segnala ora che il rafforzamento delle capacità di proiezione non riguarda la sola Marina. “È una strategia graduale di più ampio respiro – conclude Dossi – secondo un approccio orientato alla cautela, la scelta è caduta su di un Paese nell’immediata periferia della Cina e in strettissimi rapporti politici con Pechino”.
L'articolo Pechino alza un muro in Indocina: nuova base militare in Laos. “Così il Dragone apre un nuovo capitolo della proiezione fuori dai suoi confini” proviene da Il Fatto Quotidiano.





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