Pamela Genini, il racconto dell’ex fidanzato ai carabinieri tra un presunto riciclaggio e la tomba profanata come “minaccia”

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Nove ore in caserma, un racconto fitto e inquieto, che intreccia il delitto con una scia di episodi ancora senza spiegazione. Il caso di Pamela Genini, la ventinovenne uccisa il 14 ottobre, si arricchisce di nuovi elementi dopo l’audizione dell’ex fidanzato, ascoltato come persona informata sui fatti. Al centro delle sue dichiarazioni – come riporta Il Messaggero – ci sono mesi di presunte intimidazioni e un filo diretto che, a suo dire, conduce fino alla profanazione della tomba della giovane, avvenuta nel cimitero di Strozza. “Ho raccontato tutto quello che sto subendo”, ha spiegato, collegando apertamente le minacce alla decapitazione della salma, un gesto rimasto senza responsabili.

Il mistero si è aperto il 23 marzo, quando la tomba è stata riaperta per uno spostamento già programmato del feretro: solo allora è emerso che il corpo era stato mutilato. Da quel momento, i carabinieri del reparto investigativo di Bergamo cercano di capire chi abbia compiuto un atto definito dagli investigatori preciso e “certosino”. La bara sarebbe stata aperta con cura, così come il rivestimento interno, e poi richiusa senza lasciare segni evidenti: se non fosse stata riaperta, probabilmente nessuno se ne sarebbe accorto. Un’azione che farebbe pensare al coinvolgimento di più persone. Resta inoltre senza risposta una domanda centrale: che fine ha fatto la testa di Pamela Genini. Nessuno, tra i residenti della zona, ha riferito movimenti o rumori sospetti nei pressi del cimitero, e non è stato possibile stabilire con precisione quando la profanazione sia avvenuta. Anche le immagini delle telecamere di sorveglianza risultano cancellate, anche se gli investigatori stanno tentando di recuperare eventuali dati utili.

In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni dell’uomo, che fin dal giorno successivo all’omicidio si definisce “il testimone chiave” e oggi ribadisce: “Sono la memoria vivente di Pamela”. Durante l’audizione ha raccontato anche di aver consegnato materiale agli inquirenti, comprese fotografie della lapide su cui sarebbe stata effettuata una copia forense. “Le avevo scattate perché mi dispiaceva che fosse trascurata”, ha spiegato, aggiungendo di averle condivise anche con persone vicine alla vittima e con chi seguiva le indagini. L’uomo riferisce inoltre di essere stato ascoltato da un pool investigativo in cui era presente anche uno psicologo dellArma dei Carabinieri, che gli avrebbe posto domande anche sul suo stato personale, oltre che sulle frequentazioni della giovane. “Mi hanno chiesto delle persone che gravitavano intorno a Pamela”, racconta.

Secondo quanto emerso dall’autopsia, la donna è stata uccisa con 76 coltellate, in un delitto maturato nella relazione con l’ex compagno Gianluca Soncin, per il quale è stato chiesto il giudizio immediato da parte della procura di Milano. Ma l’ex fidanzato della vittima propone una lettura più ampia: sostiene che la 29enne possa essere stata coinvolta, suo malgrado, in un giro di riciclaggio con contatti nell’Est Europa. Una versione che al momento non trova riscontri ufficiali, ma che lui dice di poter sostenere con elementi concreti. “Chi c’era dietro ha paura che io parli”, afferma, ipotizzando la presenza di complici ancora in circolazione e leggendo anche la profanazione della tomba come un atto intimidatorio. A rafforzare i suoi sospetti, alcuni dettagli che dice di aver notato nel tempo sulla lapide, come piccoli cambiamenti nella struttura. Negli ultimi mesi, racconta, avrebbe presentato numerose denunce per minacce, pedinamenti e intrusioni, arrivando a cambiare abitazione. “Il giorno che è morta Pamela ho fatto una scelta: assicurare alla giustizia chi le ha fatto del male”.

L'articolo Pamela Genini, il racconto dell’ex fidanzato ai carabinieri tra un presunto riciclaggio e la tomba profanata come “minaccia” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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