Padova, l’antenna telefonica vince contro l’oratorio vincolato con gli affreschi del Mille. La Sovrintendenza: “Forte impatto, ma basta verniciarla di azzurro”

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L’antenna telefonica sconfigge l’antico campanile. E l’oratorio con gli affreschi precedenti perfino a Giotto. “Di continuo spuntano piccoli campanili romanici”. Così lo scrittore trevigiano Giovanni Comisso ha descritto la sua pianura veneta. Quel susseguirsi di campanili, appuntiti nel paesaggio dolce e piatto. In fondo è uno dei segreti del Veneto e dell’Italia: i grandi tesori delle città e quelli più discreti quasi dimenticati, disseminati ovunque. Ma oggi, ecco cosa ci racconta questa storia, all’antico patrimonio sembriamo preferire le antenne telefoniche. Parliamo dell’antico oratorio di San Michele Arcangelo a Pozzoveggiani (nella frazione di Salboro che è ancora comune di Padova). I volontari dell’associazione SalboroIncontra, che ogni settimana dedicano il loro tempo a tenere aperto e vivo l’oratorio, raccontano con passione del tempietto romano che era nato proprio qui. E dell’oratorio dove decine e decine di generazioni di padovani hanno pregato da quando l’edificio fu costruito nel V-VI secolo in epoca longobarda (fu ampliato nel XII secolo). Ma soprattutto raccontano dei due cicli di affreschi precedenti perfino al maestro Giotto. Il primo, che risale circa all’anno 1000, raffigura gli apostoli tra gli archi di un colonnato. Il secondo, un piccolo anonimo capolavoro, ritrae un Cristo Pantocratore. Nel registro inferiore una teoria di apostoli con san Prosdocimo e, nella fascia inferiore, un torneo di due cavalieri con intorno un bestiario medievale.

Oggi, però, il campanile, che per secoli è stato un punto di riferimento per viandanti e fedeli, è sovrastato da un’antenna telefonica azzurrina. Tutto comincia, come racconta l’ex sindaco di Padova, Ivo Rossi, quando una società telefonica presenta la domanda per installare un enorme ripetitore proprio accanto all’oratorio. Il Comune, come poi è stato dichiarato in giudizio, sostiene “che l’oratorio non risulta nemmeno classificato tra i beni di interesse culturale”. Come se soltanto ciò che è tutelato dalle norme meritasse di essere protetto. Ma non sarebbe nemmeno così, come riferisce qualcuno: il Ministero della Cultura – Commissione Regionale per il patrimonio culturale infatti ha accertato “la sussistenza dell’interesse culturale nell’immobile” per il quale l’oratorio doveva essere sottoposto a disposizioni di tutela. Ma intanto arriva la prima sorpresa: il comune di Padova dà il via libera al ripetitore. Tocca, come spesso succede in Italia, alle associazioni e ai comitati degli abitanti, provare a difendere quel patrimonio che le istituzioni sembrano non curare. Viene così presentato un ricorso amministrativo. Alla fine il Consiglio di Stato dà ragione ai comitati: “Con una sentenza del giugno 2026”, ricorda Rossi, “viene annullata l’autorizzazione, rendendo l’antenna priva di titolo”.

Anche il Comune, tardivamente, si accorge del guaio. Qualcuno storce il naso e ammette l’errore. Peccato che l’impianto sia già stato realizzato. Ma la parabola del campanile non è ancora finita. Nei giorni scorsi ecco arrivare la decisione della Sovrintendenza. Piuttosto sorprendente: si “riconosce… l’effettivo impatto percettivo determinato dalla realizzazione dell’opera”. Un’espressione burocratica per dire che l’antenna non ci sta proprio bene, accanto all’oratorio millenario. Dunque l’impianto dovrà essere rimosso? No, arriva la soluzione, per così dire, all’italiana. Dipingere il palo. Si può procedere, scrive la Sovrintendenza, alla “colorazione dell’impianto in tutto il suo spiccato fuori terra […] sulla scorta di idonee campionature da produrre in opera. La cromìa dovrà essere individuata nella gamma dell’azzurro e del grigio ceruleo, in modo da ridurre la complessiva percettibilità del palo rispetto allo sfondo in essere”. Vincono i cellulari, per farla breve. Anche se l’assessore alla Cultura di Padova, Andrea Colasio, cerca di correre ai ripari: “La prima autorizzazione, a nostro avviso, è arrivata in assenza di vincolo. Oggi il vincolo c’è”. Quindi? “Ho chiesto la rimozione dell’antenna o, almeno, il suo spostamento centocinquanta metri più in là”.

E pensare che non era la prima volta che l’oratorio di San Michele veniva minacciato. Nel 1866 il Veneto era stato infatti annesso al Regno d’Italia. Appena un anno dopo, con una legge del 15 agosto 1867, insieme con altri abbattimenti e acquisizioni al demanio, era stata prevista la demolizione dell’oratorio di San Michele. Ma il combattivo parroco di Salboro, don Giovanni Rizzo, si era ribellato alla decisione del Regno e aveva scritto addirittura al sindaco di Padova, Andrea Meneghini. A quei tempi, però, la decisione del primo cittadino era stata diversa da oggi: con una nota del 7 agosto 1869, il Comune annunciò che la “Direzione Compartimentale del demanio e Tasse di Venezia ha dichiarato l’oratorio di San Michele in Pozzoveggiani debba ritenersi immune dalla devoluzione al Demanio”. L’oratorio era salvo. Un’altra epoca. Allora, verrebbe da dire, il nostro patrimonio artistico era più curato di oggi. Proprio Rossi ricorda la storia da molti dimenticata della Cappella degli Scrovegni; proprio quella con il ciclo di Giotto che è diventata il simbolo della città e uno dei più noti tesori artistici italiani (ogni anno attira oltre 320mila visitatori). Un secolo fa abbiamo rischiato di perderla e di venderla all’Inghilterra. Era il 1880 quando i proprietari della Cappella, la potente famiglia Gradenigo-Baglioni, decise di venderla agli inglesi che avrebbero trasferito probabilmente i dipinti a Londra. “Per fortuna – conclude Rossi – la città poteva allora contare su un assessore di rara sensibilità e determinazione, quell’Antonio Tolomei che sarebbe diventato sindaco nel 1881, il quale si oppose alla vendita e aprì un durissimo contenzioso con i conti Gradenigo-Baglioni. Il Comune di Padova alla fine acquistò la cappella e la lasciò alla città”.

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