Occhiuto, Bergamini, Craxi e… Berlusconi. La nuova geografia del consenso in Forza Italia

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Una soglia psicologica separa la pura e semplice conservazione dall’ambizione di incidere realmente sui destini di una coalizione. È lungo questo confine che si consuma oggi la crescente fibrillazione tutta interna a Forza Italia.

Riconoscere ad Antonio Tajani il merito storico di aver evitato la dissoluzione del partito all’indomani della scomparsa del suo fondatore è un atto di onestà intellettuale che nessuno, in Forza Italia, si sente di negare. Pretendere, però, che la linea della mera sopravvivenza governativa possa bastare a una forza liberale proiettata verso il futuro costituisce un errore di prospettiva che appare ormai, per molti versi, insostenibile. Il partito galleggia, mantiene le proprie posizioni nei sondaggi, ma rischia di smarrire quell’istinto propulsivo che ha rappresentato il marchio di fabbrica del berlusconismo delle origini.

È questo il refrain che filtra dai tavoli riservati dove si comincia a discutere concretamente del dopo-Tajani. Non si tratta, almeno per ora, di organizzare congiure di palazzo o di alimentare un clima di rivolta, ma di prendere atto che il partito non può permettersi di restare con le braccia conserte, riducendosi a subire l’agenda politica altrui.

L’organizzazione di una vera e propria corrente o un assalto “armato” alla segreteria restano, per ora, scenari lontani. Eppure, da qualche tempo, all’interno del partito che fu del Cavaliere, la geografia del consenso sta cambiando pelle.

Da un lato emerge la figura lucida e misurata di Roberto Occhiuto, governatore della Calabria, che sul terreno politico ed economico ha iniziato a dettare un’agenda alternativa di stampo liberale, ammonendo pubblicamente sulla necessità di uscire dall’angolo della subalternità. Dall’altro si colloca quella di Deborah Bergamini, figura di garanzia e di forte levatura istituzionale, custode di quel liberalismo pragmatico che rischia di finire soffocato dalle sabbie mobili del conservatorismo. Accanto a lei, in una posizione non meno significativa, spicca il nome di Stefania Craxi, il cui profilo politico si colloca naturalmente nell’area riformista e garantista e potrebbe rappresentare un punto di riferimento anche per quell’elettorato moderato che Forza Italia non può permettersi di lasciare scoperto.

Sia chiaro: l’asse che lentamente prende forma non punta necessariamente a delegittimare l’attuale segretario, quanto piuttosto a superare la fase della gestione ordinaria. Il ragionamento che serpeggia tra i parlamentari azzurri più irrequieti appare limpido: Forza Italia non può ridursi a fare da notaio alle scelte altrui, né può affidare la propria identità alla sola gestione della contingenza governativa. Servono idee forti, un profilo riformatore netto e incisivo e una classe dirigente capace di tornare a esercitare autorevolezza sui grandi temi dello Stato, dalla giustizia alla modernizzazione del Paese.

Ma ogni discorso sul futuro di Forza Italia è destinato, inevitabilmente, a fare i conti con chi sembrerebbe aver raccolto, almeno a livello familiare, il testimone politico del fondatore: Marina Berlusconi.

Interventi sempre più puntuali sui temi cardine della cultura liberale — dal garantismo ai diritti, passando per il merito e la centralità dell’impresa — hanno alimentato attorno al nome della primogenita del Cavaliere un’aspettativa politica che non accenna a svanire. Nessuno, ben s’intende, può confermare una sua imminente discesa nell’arena partitica. Malgrado ciò, risulterebbe miope ignorare come il giudizio della famiglia continui a rappresentare il vero baricentro emotivo e strategico della comunità azzurra, soprattutto in vista della delicata stagione delle candidature e del rinnovo dei ranghi parlamentari.

La verità che emerge dalle pieghe di questo scorcio d’estate è dunque che il nodo della leadership non rappresenta più un tabù indicibile. Se Forza Italia vuole evitare il logoramento di una lenta irrilevanza, la risposta dovrà passare necessariamente attraverso un cambio di passo radicale. Che si tratti di dare ascolto alle istanze di rinnovamento incarnate da amministratori di peso o di guardare con speranza a un richiamo alle origini, una certezza rimane: nella galassia forzista, il tempo dei rinvii è ufficialmente scaduto.

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