Nucleare, l’ultima di Pichetto sul deposito: “Se non arrivano candidature, ci sono le aree militari”. Ma dimentica la lezione di Scanzano

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Deposito nazionale delle scorie nucleare, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ne spara un’altra: “Stiamo riaprendo la fase delle candidature (dei Comuni per ospitarlo, ndr). Se non ci fossero candidature, ci sono le aree militari”. Lo ha detto, intervenendo all’Assemblea di Confindustria Energia, a Roma. Premessa: l’Italia ha bisogno di quel deposito per non essere costretta a continuare a pagare a caro prezzo lo stoccaggio tra Francia e Regno Unito e per tenere le scorie in un posto più sicuro almeno rispetto ai depositi temporanei. Ma le parole del ministro aprono all’ennesima ipotesi ventilata negli ultimi anni, anche dallo stesso Pichetto Fratin. Il fatto è che la partita delle candidatura è da giocare tutta in salita. Una manciata di giorni fa, nel corso di un incontro organizzato alla Provincia di Viterbo, il territorio ha fatto fronte comune: nessuno dei siti della Carta Nazionale delle Aree Idonee (Cnai) individuati nella Tuscia – che sono ben 21 su un totale di 51 – rispetta i criteri di sicurezza richiesti. Da anni comitati, sindaci, Provincia di Viterbo e associazioni osteggiano l’ipotesi che il deposito possa finire nel Viterbese, tanto che a giugno scorso la protesta è arrivata anche nella Capitale. Così Pichetto esplora nuove possibilità, ossia le aree militari. Ma dimentica la storia recente del Paese. Perché c’è un precedente storico: non riguarda un sito militare, ma una decisione calata dall’alto, quella sì.

Il ministro Pichetto Fratin la spara grossa ma dimentica la lezione di Scanzano

Era il 2003, quando con il decreto-legge 314 il Governo Berlusconi dell’epoca decise d’imperio che le cave di salgemma di Terzo Cavone, a Scanzano Jonico (Matera), in Basilicata, avrebbe ospitato il sito nazionale per le scorie nucleari accumulate dalla dismissione delle centrali italiane e da attività di ricerca. Il decreto era intitolato “Disposizioni urgenti per la raccolta, lo smaltimento e lo stoccaggio, in condizioni di massima sicurezza, dei rifiuti radioattivi” e definita il deposito come un’“opera di difesa militare di proprietà dello Stato”. Il sito quindi, come assicurava il governo non si sa su quali basi, avrebbe dovuto accogliere “in condizioni di massima sicurezza” scorie di seconda e terza categoria, rispettivamente quelle di bassa e media attività e quelle di alta attività che richiedono migliaia di anni per perdere pericolosità. Sono, per intenderci, le scorie che in futuro verranno trasferite definitivamente in un deposito geologico a centinaia di metri di profondità. Quella decisione, presa senza consultare la popolazione locale, scatenò una rivolta popolare di massa, mobilitazione che durò 15 giorni. Iniziò la mattina del 13 novembre, quando i cittadini della Basilicata appresero dai giornali del decreto. I primi blocchi furono organizzati il giorno stesso da un comitato spontaneo di cittadini, agricoltori e sindaci. La protesta si trasformo in pochi giorni in una insurrezione pacifica di tutta la regione: venne occupata la strada statale 106 Jonica che collega Taranto a Reggio Calabria, oltre alla stazione di Metaponto. Vennero montate tende sui binari e la popolazione si organizzò in turni di giorni e turni di notte, cucinando in strada e offrendo solidarietà a chi manifestava. Il 23 novembre 2003, il momento storico, la ‘Marcia dei centomila’, un corteo sterminato sul litorale ionico. Alla fine, il secondo Governo Berlusconi dovette arrendersi: il 27 novembre il decreto venne emendato in Parlamento, ma il riferimento a Scanzano Jonico fu ufficialmente cancellato dal testo.

L’extrema ratio e le altre proposte (con meno ratio) di Pichetto

La domanda è lecita: cosa sarebbe accaduto se le comunità locali non fossero insorte? Di fatto, da allora, è nato un certo orientamento tecnico all’interno dei vari ministeri secondo cui, senza il consenso della popolazione, l’extrema ratio potrebbe essere la zona militare off-limits. Un’area su cui sindaci e presidenti delle province vari non hanno potere, ma comunque un’area del territorio, in alcuni casi interne agli stessi centri urbani. Lo sa bene Pichetto che, prima di parlare delle aree militare, le ha dette tutte. Una delle proposte più eclatanti è stata quella di cui ha parlato a settembre 2024: “Il deposito delle scorie nucleari non lo vuole nessuno? E allora ne facciamo tre: uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud. E i rifiuti più radioattivi, quelli delle vecchie centrali, li lasciamo all’estero. A pagamento”.

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