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“Con il nucleare possiamo abbattere del 30-40% la bolletta”. Gilberto Pichetto Fratin, ministro della Sicurezza energetica, marzo 2025. “Vogliamo proseguire speditamente sul ritorno dell’energia nucleare in Italia, puntando sulle tecnologie più innovative, come i minireattori nucleari” che ci consentano “di avere costi più bassi rispetto a quelli attuali”. La premier Giorgia Meloni, maggio 2026, davanti alla platea di Confindustria. “Il nucleare è l’unico modo per alleggerire e tagliare le bollette delle famiglie e delle imprese”. Matteo Salvini, ministro dei Trasporti, giugno 2026. La questione energetica entrerà di diritto nella campagna per le elezioni politiche del 2027 e il Governo si prepara così. Sparando promesse che non può mantenere, almeno stando a report e organizzazioni internazionali più autorevoli. E raccontando di come il “ritorno al futuro” del nucleare avrà il potere di abbassare le bollette degli italiani. L’Italia potrà anche arrivare a quel momento, si stanno preparando le condizioni, ma i conti non tornano sulle tempistiche “utili” ad aiutare gli italiani e sulla certezza di un reale effetto sulle bollette. Per inciso, si parla di fissione nucleare e non di fusione che, tra le due, è la strada più auspicabile ma anche quella più lontana. Concorda anche il ministro della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin (“La fusione è un qualcosa di molto avanti nel tempo, fra decenni”). Così, in vista delle prossime elezioni, l’Esecutivo si gioca la carta della fissione e, in particolare, degli Smr, Small modular reactor (Leggi l’approfondimento), più piccoli e con una potenza inferiore ai 300 megawatt, contro i circa mille di quelli tradizionali. Quindi apparentemente più “spendibili” in campagna elettorale.
I minireattori Smr diventano lo spot del Governo Meloni
A parte alcuni esponenti particolarmente ottimisti, il Governo Meloni conta di avere in Italia il primo reattore tra il 2034 e il 2035. Anche senza intoppi, che l’Esecutivo evidentemente non prevede, famiglie e imprese hanno bisogno di ridurre i costi già oggi e non tra dieci anni. Secondo molti esperti, però, stando alle tempistiche dei progetti in giro per il mondo e al particolare contesto italiano, sono scarse le probabilità di avere generazione prima del 2040. Uno studio di The European House Ambrosetti, in collaborazione con Edison e Ansaldo Nucleare, prevede però che tra il 2035 e il 2050 l’Italia potrà realizzare circa 15-20 reattori. Di fatto, gli Smr non sono ancora operativi per scopi commerciali su larga scala in Occidente. Le pochissime unità commerciali o semi-commerciali attualmente in funzione sono in Cina e Russia. Tutto è in evoluzione, certamente, ma se si parla di “bollette” e costi ridotti in vista della prossima campagna elettorale, è bene chiarire quali sono i tempi (e i costi) di questa evoluzione. Una certa ‘impazienza’, però, l’ha mostrata negli ultimi mesi anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ormai spinge affinché – durante la lunga attesa per il nucleare – si provveda ad accelerare sul fronte delle rinnovabili.
Le dichiarazioni della maggioranza sulle tempistiche
A ridurre i tempi di realizzazione di un Smr, almeno sulla carta, è soprattutto il fatto che vengono prodotti in serie e assemblati in fabbrica, per poi trasportarli al sito di utilizzo. Negli Smr accade ciò che accade in un reattore a fissione di grandi dimensioni: il nucleo di un atomo pesante, come l’Uranio-235, viene diviso in due parti più piccole tramite l’impatto di un neutrone. Si genera così un’immensa quantità di calore, utilizzato per trasformare l’acqua liquida ad alta pressione in vapore. Questo farà azionare le turbine, collegate all’alternatore che produrrà energia elettrica. Alcuni esponenti della maggioranza, tra cui il vicepremier Matteo Salvini, sono molto ottimisti. Ad aprile 2025 auspicava: “Se partiamo oggi come il governo vuole, tra 7 anni accendiamo il primo interruttore e le famiglie pagheranno meno”. Il ministro Pichetto Fratin ha dichiarato che “per poter produrre nella metà del prossimo decennio bisogna approntare gli strumenti oggi”. Quindi bisognerebbe aspettare più o meno il 2035 per l’accensione dei primi mini-reattori commerciali in Italia. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha parlato “di un piano di medio-lungo periodo”. Ma stando alle esperienze maturate nel mondo, per arrivare tra dieci anni ad accendere un reattore, bisognerebbe partire oggi. Anzi, prevedendo qualche intoppo, si sarebbe già dovuti partire.
Ecco come è andata in Cina e Russia
Il tempo medio stimato per la sola costruzione e l’assemblaggio in un sito di un singolo Smr, sulla carta, è di 3-4 anni. Considerando l’intero ciclo di vita del progetto, però, dallo sviluppo alla messa in funzione del primo esemplare di un nuovo design (il cosiddetto First of a kind) si arriva ad almeno 10 anni. Si può anche sorvolare sui fallimenti, a iniziare da quello del progetto NuScale in Idaho, negli Stati Uniti, dopo che la stima dei costi era arrivata da 3 a 9,3 miliardi di dollari per sei reattori modulari da 77 megawatt. Ma c’è un dato che fa riflettere. A livello globale, si contano oltre 120 progetti e concetti di design di Smr e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha censito circa 80 progetti commerciali (la maggior parte in fase embrionale o di studio preliminare), ma se si parla di Smr commerciali attivi, in tutto il pianeta ce ne sono solo tre. In Russia, ci sono due reattori ad acqua pressurizzata da 35 megawatt ciascuno che si trovano nella centrale nucleare galleggiante Akademik Lomonosov, situata nel porto di Pevek e affacciata sul Mare della Siberia Orientale. In Cina, nella centrale di Shidao Bay, nella provincia dello Shandong, è stato realizzato un reattore composto da due moduli che alimentano una singola turbina a vapore, da 210 megawatt complessivi. La costruzione è iniziata nel 2012: dovevano bastare tre anni ma ce ne sono voluti nove, più altri due di prove. Nel 2017 il costo di realizzazione si era già triplicati. Anche in Russia i tre anni si sono trasformati in 11, più un altro anno e mezzo per la connessione alla rete e perché i reattori operassero a fini commerciali. Anche qui, i costi sono triplicati rispetto alle stime iniziali.
I progetti sugli Smr (quelli in fase più avanzata) in giro per il mondo
Tra i progetti ancora in fase di realizzazione ci sono Carem 25, in Argentina e Linglong One (ACP100), anche questo in Cina. Il primo progetto ha subìto enormi ritardi e l’esplosione dei costi al 600 per cento rispetto alle stime iniziali. Terminerà probabilmente mezzo secolo dopo la sua ideazione per una potenza di 32 megawatt, la stessa generata da una quindicina di pale eoliche standard, su terraferma. Quello cinese si trova nelle fasi finali di collaudo e sta completando i test per l’avvio commerciale. Tra i Paesi del G7, il progetto più maturo è quello in Ontario (Canada), nel sito nucleare di Darlington. È considerato molto importante, perché si tratta del primo cantiere già aperto di un Smr commerciale (quindi già in costruzione) in tutto il mondo occidentale. Guidato da Ontario Power Generation in collaborazione con GE Vernova Hitachi, prevede l’installazione di 4 Smr, da 300 megawatt di potenza ciascuno. Il primo Smr dovrebbe entrare in funzione entro il 2030. In Canada, però, i tempi si sono ridotti perché il sito già possedeva l’autorizzazione ambientale per nuovi reattori. Negli Usa, progetti come quello di Kairos Power a Oak Ridge (Hermes 1 e 2), in Tennessee, riguardano impianti dimostrativi finanziati per servire clienti privati, come i data center di Google.
A che punto è l’Europa
Ma per capire come potrebbe andare in Italia e se le promesse del Governo Meloni hanno una base solida, occorre dare un’occhiata a ciò che accade in Europa. La Commissione Europea ha lanciato l’Alleanza Industriale Europea sugli Smr e stima che le prime installazioni saranno operative entro i primi anni del prossimo decennio, con l’obiettivo di arrivare, solo con questi reattori a una capacità che varia da 17 GW a 53 GW entro il 2050. Cosa è stato fatto? In Francia, il paese che su questo fronte è più avanti, il colosso Edf sta sviluppando il progetto Nuward. Solo che bisognerà aspettare tra il 2030 e il 2035 per vedere i primi prototipi. Anche Polonia e Repubblica Ceca, hanno l’obiettivo di installare le prime unità a ridosso del 2030. Secondo il think tank italiano Ecco Climate “le probabilità di avere generazione prima del 2040 sono verosimilmente nulle”. Il network di scienziati indipendenti, Energia per l’Italia, parla di “tecnologie non ancora disponibili, costi incerti e rischi sottovalutati”. Ne fa parte anche Nicola Armaroli, chimico e dirigente di ricerca presso il Cnr, tra i massimi esperti italiani di energia. E, parlando del mondo occidentale, ricorda: “Le tecnologie su cui il governo punta oggi – i piccoli reattori modulari e quelli a fusione – non esistono. Nemmeno negli Stati Uniti”. Per arrivare a essere operativo, in Italia il nucleare dovrà certo superare più di un ostacolo, come d’altronde hanno fatto energie molto meno discusse. E come dimostra quello che sta accadendo con il Deposito Nazionale per le scorie radioattive, per il quale non è stato ancora individuato il sito definitivo (Leggi l’approfondimento). Nel frattempo, il governo italiano ha rinnovato l’accordo con la Francia per estendere fino al 2040 (la scadenza precedenza era fissata per il 2025) il periodo di stoccaggio delle scorie prodotte dalle vecchie centrali italiane dismesse. L’Italia non pagherà penali, ma continuerà a pagare a caro prezzo lo stoccaggio. Secondo un report della Cgil, solo dal 2001 al 2019 sono stati pagati 1,2 miliardi per il trattamento del combustibile radioattivo in Francia e nel Regno Unito. Non facendo menzione alcuna della questione del deposito, Meloni parla degli Smr “sicuri e puliti”, ma Armaroli sottolinea anche la questione dei costi e della sicurezza. “Nessuno sa quanto costeranno. Di certo non abbasseranno le bollette. Per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima – ha poi aggiunto – servirebbero 120 piccoli reattori sparsi in tutta Italia. Chiedo ai parlamentari: è proponibile, in un Paese con il 95% del territorio a rischio sismico e idrogeologico, installare 120 mini-centrali?”.
Perché gli Smr non taglieranno subito i costi
A proposito di costi, nel report “The Path to a New Era for Nuclear Energy” pubblicato a gennaio 2025, l’Agenzia internazionale dell’Energia (Iea), ha spiegato quanto sia importante ridurre nei prossimi quindi anni i costi di costruzione degli Smr realizzando reattori su larga scala costruiti a budget (dunque con una certa standardizzazione), ma al momento questo obiettivo è molto lontano, anche perché ogni tipologia di reattore fa storia a parte. “Anche il progetto in Ontario, qualora fossero realizzati i quattro reattori identici nei tempi previsti, non direbbe nulla su tempi e costi degli altri progetti sviluppati nel mondo” spiega a ilfattoquotidiano.it Luigi Ventura, ordinario di Economia Politica all’Università La Sapienza di Roma. Per capire quanto costa produrre un megawattora con una certa tecnologia, considerando tutta la vita utile dell’impianto, si utilizza l’Lcoe (Levelized Cost of Electricity, ossia il costo livellato dell’elettricità), che varia molto da reattore a reattore. Le analisi di mercato e i casi reali indicano che il costo del capitale per questi primi modelli si aggira tra i 7mila e i 10mila dollari per kilowatt, con un Lcoe che oscilla tra i 130 e gli oltre 180 dollari (circa 155 euro) per megawattora. Le previsioni indicano che, con modelli successivi (Nth-of-a-Kind, Noah), si potrà scendere anche a 100 o meno. Ma la Iea stima che per penetrare stabilmente nel mercato e raggiungere la competitività economica, gli Smr dovranno raggiungere un intervallo di costo livellato compreso tra 52 €/MWh e 119 €/MWh, in teoria grazie ai processi di standardizzazione e alle economie di scala della produzione modulare. Ma nel report del 2025 ha anche spiegato che ad oggi, per rendere un impianto profittevole, “è necessaria “un’attività governativa – spiega Ventura – volta a regolare il mercato in modo da limitare fortemente la concorrenza da parte di meccanismi di generazione di energia molto più economici come le rinnovabili. Il rischio, insomma, è quello di drogare il mercato e non certo alleggerendo le bollette dei cittadini”.
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