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“Non ha sfiorato Bongiorni”, “è stato un gesto di rabbia, non per uccidere”. Si apre con queste parole la linea difensiva dei due giovani fermati per la morte di Giacomo Bongiorni, il 47enne ucciso nella notte tra l’11 e il 12 aprile in piazza Palma a Massa. Davanti al giudice per le indagini preliminari, durante gli interrogatori di garanzia, le versioni degli indagati cercano di ridimensionare il ruolo dei singoli nella dinamica del pestaggio, riportando l’intera vicenda nell’alveo di una rissa degenerata. L’omicidio del 47enne è avvenuto davanti agli occhi del figlio di 11 anni. Il primo a parlare è stato il 23enne Ionut Alexandru Miron (a sinistra nella foto), che ha scelto di rispondere alle domande del giudice per le indagini preliminari. Attraverso il suo difensore, l’avvocato Giorgio Furlan, ha respinto ogni accusa di coinvolgimento diretto nell’aggressione mortale. “Il mio assistito contesta ogni addebito”, ha spiegato il legale, aggiungendo che il giovane “non ha sfiorato” la vittima ed è “estraneo alla parte dei fatti che hanno portato alla morte”.
Miron, secondo la ricostruzione difensiva, si sarebbe scontrato esclusivamente con Gabriele Tognocchi, cognato di Bongiorni, che ha riportato fratture al setto nasale e a una gamba. “Così parrebbe”, ha confermato lo stesso avvocato, lasciando intendere che il confronto fisico ci sia stato, ma su un fronte diverso rispetto a quello culminato nella morte del 47enne. La scena, nelle parole della difesa, è quella di un gruppo di giovani radunati davanti a un locale. Una bottiglia cade a terra, i vetri vengono raccolti, poi arriva un rimprovero. “Era una scena di giovani davanti al kebab”, ha detto Furlan. Un episodio banale che però innesca una tensione crescente, fino all’esplosione della violenza.
Una ricostruzione che trova punti di contatto con quella fornita dall’altro arrestato, il 19enne Eduard Alin Carutașu, assistito dall’avvocato Enzo Frediani. Anche lui, durante l’interrogatorio, ha descritto un inizio apparentemente innocuo: una bottiglia caduta, i ragazzi che raccolgono i vetri, un confronto che sembrava essersi chiuso senza conseguenze. “La cosa sembrava finita lì”, è la sintesi della versione difensiva. Ma secondo quanto riferito al gip, sarebbe stato proprio Bongiorni a tornare indietro e a riaccendere lo scontro, colpendo con una testata uno dei giovani. Un gesto che avrebbe fatto precipitare la situazione. A quel punto si sarebbero creati due distinti fronti di scontro. Da una parte, Carutașu e un altro giovane avrebbero affrontato il cognato Gabriele Tognocchi, bloccandolo e colpendolo. Dall’altra, si sarebbe sviluppata la colluttazione più violenta con Bongiorni, colpito da pugni dopo aver sferrato la testata.
È proprio in questa fase che si colloca uno degli elementi più delicati emersi dagli interrogatori: il calcio alla testa sferrato da Carutașu quando la vittima era già a terra. Il giovane non lo nega, ma lo ridimensiona. Lo definisce un gesto “di rabbia”, “modesto”, privo dell’intenzione di uccidere o anche solo di ferire gravemente. “Una cosa bruttissima”, ha ammesso il suo difensore, sottolineando però che, secondo la tesi della difesa, quel colpo non avrebbe avuto un ruolo causale nella morte. L’ipotesi è che Bongiorni fosse già stato messo fuori combattimento dai pugni ricevuti in precedenza, forse già in condizioni irreversibili dal 17enne fermato, che fino a qualche anno fa praticava la boxe.
Un elemento che potrebbe trovare riscontro nelle immagini delle telecamere di sorveglianza, già acquisite dagli investigatori. Nei filmati si vedrebbe la vittima crollare a terra improvvisamente, come in seguito a un ko, prima del calcio. Un dettaglio che ora sarà cruciale per stabilire la sequenza esatta dei colpi e, soprattutto, quale di essi sia stato determinante. Le difese dei due arrestati convergono su un punto: non si tratterebbe di un’aggressione mirata, ma di una rissa tra gruppi contrapposti, nata da un episodio fortuito e degenerata rapidamente. Una linea che punta a escludere la volontà omicidiaria e anche l’aggravante dei futili motivi. Resta però il peso delle accuse, che parlano di omicidio volontario in concorso. E resta, soprattutto, una verità ancora da definire: chi ha colpito davvero a morte Giacomo Bongiorni e se quella morte sia il risultato di un singolo gesto o della somma di più azioni violente. Sarà l’incrocio tra le versioni degli indagati, le immagini e gli esiti delle consulenze medico-legali a fornire una risposta. Secondo i primi risultati dell’autopsia il 47enne è morto per una “emorragia cerebrale” ed è stato sicuramente ripetutamente con calci e pugni, anche quando era a terra.
Di segno totalmente opposto il racconto diretto di Gabriele Tognocchi: “Voglio dire solo una cosa: Giacomo è stato ammazzato. Chi dà una versione diversa, mente. Ma presto, quando saranno analizzati i filmati delle telecamere e fatte le analisi, sarà tutto chiaro” ha dichiarato. Dimesso dall’ospedale con una frattura sotto il ginocchio, Tognocchi parla di “un momento molto difficile”, segnato soprattutto dal dolore. Secondo la sua ricostruzione, il gruppo di giovani sarebbe diventato via via più aggressivo durante una discussione in centro a Massa. “Mi sono avvicinato per difenderlo, ma mi sono trovato addosso più persone”. Poi la scena più drammatica: “Ho visto Giacomo in ginocchio, che veniva colpito. L’hanno buttato a terra, lo hanno picchiato e gli hanno rotto l’osso del collo”. Una versione che contrasta anche con l’ipotesi di una caduta accidentale: “È falso. Lo hanno ammazzato di botte, a calci e pugni, sotto gli occhi di suo figlio”. L’aggressione, racconta, sarebbe durata “al massimo una ventina di secondi”, in mezzo a urla e confusione. “Erano tanti e ci sono venuti tutti addosso”. Tognocchi dice di non aver visto alcuna testata iniziale come dichiarato dal 17enne fermato: “Non l’ho vista. Quando sono intervenuto la discussione era già iniziata”.
L'articolo “Non l’ho sfiorato”, “Il calcio? Per rabbia, non per uccidere Giacomo Bongiorni”, i due fermati al gip di Massa: “È stata una rissa” proviene da Il Fatto Quotidiano.






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