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Esiste un’arte in cui l’uomo fa un passo indietro, posa i pennelli e cede il ruolo di creatore agli elementi primordiali. È un processo di ascolto e di attesa, dove l’artista prepara il palcoscenico e lascia che sia il mondo a manifestarsi. Questa è l’essenza delle “Naturografie“, una pratica artistica concettuale e materica che Roberto Ghezzi, artista nato a Cortona nel 1978, ha messo a punto in circa vent’anni di ricerca. Attraverso questo metodo, Ghezzi realizza opere a quattro mani con l’ambiente, installando teli bianchi in tessuti naturali e lasciando che sia la natura stessa a “dipingere” le proprie forme e i propri ritmi.
La ricerca di Ghezzi, le cui origini affondano nello studio di scultura di famiglia e si sono perfezionate all’Accademia di Belle Arti di Firenze, ha sempre avuto al centro l’indagine del paesaggio. Dopo gli esordi legati alla rappresentazione pittorica, l’artista è passato a una sperimentazione “sul campo”, dove il supporto diventa uno spazio di comunione reale tra l’uomo e la terra. Pur creando con la natura, l’artista supervisiona l’intero processo, determinando le variabili iniziali e calcolando il fondamentale fattore del tempo.
Oggi, questa indagine si è spinta fino ai confini dell’Asia profonda. In queste settimane, Roberto Ghezzi è infatti protagonista del progetto “Mongolian Stories”, una residenza artistica di 45 giorni supportata e realizzata in collaborazione con l’Erdenesiin Khuree – Mongolian Calligraphy and Art Center. A garantire il rigore antropologico del progetto c’è la consulenza scientifica di Nadia Breda e Sabrina Tosi Cambini, studiose del Centro Interuniversitario di Ricerca naMec.
Il respiro del Baigal: dove uomo e natura sono una cosa sola
Il cuore pulsante di “Mongolian Stories” risiede nell’incontro tra l’arte contemporanea materica di Ghezzi e la saggezza millenaria delle comunità nomadi. A circa 350 chilometri a ovest della capitale Ulan Bator, nella città di Harhorin, l’artista vive in una tradizionale abitazione mongola (la ger), a stretto contatto con gli abitanti e con le aree selvagge che circondano la valle del fiume Orhon.
In questa immensità di steppe, deserti e montagne, l’indagine artistica assume un respiro antropologico. Per i pastori dell’Asia interna, infatti, la natura non è un semplice scenario o un elemento di sfondo, ma una dimensione inseparabile dall’esistenza umana, capace di guidare la vita quotidiana, la gestione degli armenti e le rotte degli spostamenti. Tutto questo è racchiuso in una parola precisa: baigal, il termine mongolo utilizzato per indicare la natura. Questo concetto originale descrive un sistema onnicomprensivo in cui è inclusa anche l’esistenza umana, il tutto regolato dal Tenger, ovvero il cielo o paradiso.
Un libro corale scritto dal fango e dall’inchiostro
Come si traduce questa filosofia in un’opera d’arte? Ghezzi affida lunghe tele di cotone all’abbraccio della steppa, lasciandole per circa 30 giorni immerse tra le colline e i fiumi della valle dell’Orhon. In questo arco di tempo, l’ambiente scrive la sua storia sul tessuto depositando sedimenti, creando stratificazioni e lasciando crescere materia organica.
Parallelamente, in un atto di totale assenza di gerarchie, l’artista offre lo stesso tessuto bianco agli abitanti del luogo. A loro viene chiesto di scrivere il proprio nome utilizzando l’antica e fluida calligrafia verticale mongola, portando la propria sapienza e la propria lingua sulla tela. L’intento di Ghezzi è quello di chiedere a uomini, montagne, animali, boschi e fiumi di autoproclamarsi, lasciando la propria firma su un’unica, grande opera corale. La scrittura fluida dell’acqua e quella lenta dei monti si intrecciano così con l’inchiostro dei calligrafi, dando vita a un libro che può essere letto dall’alto verso il basso, scritto dalle mille lingue di chi abita il mondo. Il risultato di questa profonda immersione è stato infine esposto in una mostra personale allestita all’interno della grande ger del Centro Erdenesiin Khuree.
Le parole dell’artista: “Nessuna differenza tra me e un filo d’erba”
L’impatto emotivo e visivo di questo viaggio è stato restituito dallo stesso Ghezzi attraverso parole che suonano come una vera e propria dichiarazione di poetica. L’artista descrive la Mongolia come un luogo dominato dal “verde e blu”, attraversato da “incursioni bianche” e dal salto perenne di milioni di cavallette rosse. È uno spazio in cui il sibilo della pioggia e del vento si manifesta all’improvviso, sfidando la percezione del tempo.
Nel racconto di Ghezzi, il paesaggio è disseminato di teschi di cavalli morti che non vengono sepolti affinché il loro spirito possa continuare a vivere, e di rovine millenarie che restano intatte perché, nella cultura locale, “scavare è come scrivere in faccia a Dio”.
Partito dall’Occidente con l’intento di trovare connessioni tra le linee dell’antica calligrafia della steppa e le impronte di fango delle sue Naturografie, Ghezzi ha raggiunto durante la residenza una consapevolezza assoluta. “L’inchiostro nero dei maestri calligrafi”, scrive l’artista, non riporta ciò che si sa, ma “ciò che siamo”. Ed è qui, nel vento e nei fiumi in piena, che il confine tra l’uomo e l’ambiente svanisce del tutto: “Non c’è alcuna differenza tra me, questa collina, questo filo d’erba. […] Sono arrivato da Occidente cercando punti di contatto e analogie […] Ma, ecco, qui non potrai trovarne, perché esse sono semplicemente la stessa cosa”.
L'articolo “Non c’è nessuna differenza tra me e un filo d’erba”: tele lasciate per 30 giorni nei fiumi della Mongolia, l’incredibile esperimento artistico di Roberto Ghezzi proviene da Il Fatto Quotidiano.




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