ARTICLE AD BOX
Convinto votante NO al referendum del 22/23 marzo, il cui obiettivo reale era quello di salvare la Costituzione dall’ennesima manomissione truffaldina, non certo appoggiare cacicchi e poltronisti del Pd e neppure impedire la separazione delle carriere in magistratura, assisto perplesso allo stupore per la definitiva redenzione di Nicole Minetti a mezzo della signora giudice della Procura di Milano che ne ha reiterato la beatificazione: la dottoressa Francesca Nanni, che mi ricorda l’ineffabile copy lookologico di sciura meneghina incarnato dall’immigrata genovese Letizia Brichetto in Moratti (una perbenista – la leader berlusconiana – con palesi pulsioni verso quelli/e che piacciono alla gente che piace).
Dunque, lo stupore per chi credeva che la corporazione dei giudici fosse composta da Arcangeli Gabriele, pronti con la spada di fuoco a scacciare i reprobi dalle loro tane dorate. Quando chi come me – educato da una nonna àpote al criterio scettico del “denaro e santità/ metà della metà” – ha sempre considerato la Giustizia un prezioso contrappeso degli altri poteri, prudentemente concentrato sui movimenti in atto nei Palazzi del Potere; commisurando le proprie strategie agli equilibri vigenti. Ergo – come diceva il poeta milanese Nelo Risi – sempre “attenti dove il potere sta”. A Roma come a Cologno M. (Torino è messa fuori gioco dalla furia liquidatoria degli Elkann).
Un disincanto che, per quanto ricordo, risale a mezzo secolo fa: il 13 febbraio 1974 un trio di giovani magistrati, che poi vennero denominati “pretori d’assalto” – Mario Almerighi, Carlo Brusco e Adriano Sansa – avevano aperto un’indagine su presunti finanziamenti occulti da parte dei petrolieri tramite la loro associazione, l’Unione petrolifera, alle segreterie amministrative dei partiti di governo (DC, PSI, PRI e PSDI). Stando alle accuse si trattava di una tangente del 5%, ripartita sul peso politico dei vari partiti, sui vantaggi derivati alle aziende del settore da una politica energetica contraria alle centrali nucleari. Si scatenò una tempesta (caduta del governo Rumor IV quando il leader del PRI Ugo La Malfa ritirò la sua delegazione ministeriale, varo nel marzo 1974 della disciplina in materia di finanziamento dei partiti: la legge Piccoli) destinata a chetarsi rapidamente. Per cui il 24 gennaio 1979 la commissione inquirente assolse gli inquisiti, non riscontrando a loro carico elementi di reato.
Qualche mese dopo ospitai a cena uno dei tre pretori, che mi riferì un aspetto poco noto dell’accaduto: nei giorni caldi della vicenda il trio era stato ricevuto al Quirinale dal presidente Sandro Pertini, e loro si presentarono all’incontro portandosi dietro una cassa di documenti probatori. Per tutta risposta l’ospite non fece altro che avvertirli: si preparassero alla messa a tacere di tutta la faccenda, perché il sistema partitico della Prima Repubblica era ancora troppo forte.
Messaggio ricevuto: difatti vent’anni dopo scatta Mani Pulite – sotto la regia del Procuratore della Repubblica Milanese Francesco Saverio Borrelli – per far piazza pulita di una corruzione ambientale nota da tempo al Palazzo di Giustizia, solo perché in quel momento il sistema di potere dominante – il CAF dell’alleanza tra Craxi, Andreotti e Forlani – era andato in crisi a Milano, dove la Lega di Umberto Bossi scalzava il sindaco socialista Pillitteri, eleggendo il proprio candidato Formentini.
L’occasione per avviare una nuova Tangentopoli in condizione politiche più favorevole di quelle al tempo dello scandalo petroli. E fu il crollo della prima Repubblica. Forte di questo risultato la magistratura italiana, che ancora nei primi decenni del secondo dopoguerra era appiattita (porto delle nebbie) sul sistema di potere dominante (Vaticano-DC-Confindustria?), imparava a barcamenarsi tra rapporti di forza, scambi e opportunità. Il caso più recente è stato la rimozione di Giovanni Toti, da anni notorio pivot di un intreccio concussivo partendo dal porto di Genova, sottoposto a indagini quando Giorgia Meloni gli rifiutò il terzo mandato, sancendone la vulnerabilità.
Come si giustifica ora il pasticciaccio per pulire le fedine e l’immagine di Minetti a Milano e Marcello Dell’Utri a Firenze? Ci si può leggere la Fase Uno di un nuovo disegno, messo a punto negli alambicchi degli apprendisti stregoni della politica – con in testa il vecchio cuore doroteo di Mattarella (quello che da Vice premier avallava i bombardamenti della Serbia e ora predica pace) – come sbiancatura del passato di Silvio Berlusconi (Bunga Bunga e collusioni mafiose) per accreditare Forza Italia a gamba sostitutiva di un nuovo centro senza i disturbatori Conte e Fratoianni. E la Schlein confinata nel ruolo di segretaria “voce che grida nel deserto”. Un restyling con il fattivo contributo di una magistratura dalle marcate attitudini tattiche.
L'articolo Nella magistratura un contropotere con forti attitudini tattiche proviene da Il Fatto Quotidiano.




English (US) ·