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Fu una scena orribile, presagio di nuovi orrori, quella del linciaggio del leader libico Muhammar Gheddafi nelle vie di Sirte, il 20 ottobre di quindici anni fa – ma sembra passata una era geologica. Perché fu subito chiaro che l’uscita di scena del dittatore non era affatto la piazzale Loreto dei libici: a Milano era stato l’atto conclusivo ed eroico di una guerra di resistenza popolare, a Sirte la violenta conseguenza di un imperialismo ormai avviato alla sua fase barbarica.
In quel momento sul volto sanguinante dell’uomo che aveva fatto torturare ed uccidere molti innocenti si concentravano tante immagini di un tempo che la sua stessa morte si stava portando via: Gheddafi era stato un interlocutore privilegiato dell’Italia, noi sempre in cerca di una alleanza mediterranea, lui sempre pronto al ricatto. Tante volte Roma gli aveva letteralmente salvato la vita da quando nel 1971, dopo la sua presa del potere di due anni prima che lo aveva reso padrone dei pozzi petroliferi dell’Eni, l’allora ufficiale del Sid Roberto Jucci, poi comandante generale dei Carabinieri, andò in missione speciale in Libia incaricato dall’allora ministro degli esteri Aldo Moro di incontrare il nuovo leader e sancire la nuova amicizia con l’Italia, gli inglesi si arrabbiarono moltissimo, per il Colonnello una occasione imperdibile.
Eppure un anno prima in un famoso discorso a Misurata si lanciò nelle richieste di risarcimenti all’Italia per il passato coloniale, Moro definì a suo modo il discorso anti italiano, disse che era “inesplicabile”, ma poi quello che seguì fu un continuo ondeggiare di alti e bassi, con picchi di intensità altissimi nella relazione tra noi e loro, tanto che Bettino Craxi, come ha testimoniato l’ambasciatore Antonio Badini, suo consigliere diplomatico, intervenne tempestivamente ad avvertire Gheddafi dei bombardamenti americani del 1986, che lo avrebbero sicuramente centrato senza quel provvidenziale intervento, episodio confermato anche dall’ex ambasciatore ed ex ministro degli esteri libico Abdelraman Shalgam.
Secondo Giuliano Amato, Craxi avrebbe messo in guardia Gheddafi anche nel 1980, quando gli americani avrebbero tentato di ucciderlo scatenando la guerra nei cieli di Ustica e provocando l’orrenda strage. Tra alti e bassi, tra montagne di tangenti (il caso Mi.Fo.Biali, acronimo di Miceli, Foligni, Libia, il mega dossier scoperto sulla scrivania dell’ormai ucciso Mino Pecorelli, con intercettazioni commissionato da Giulio Andreotti), mentre i nostri servizi colpivano i dissidenti libici e Gheddafi stringeva rapporti con la pancia molle del potere mafioso, soprattutto quella massonica che imperava del trapanese, a noi non mancò mai il petrolio libico.
Quando poi nel 2011 Washington decise che si doveva intervenire, perché a loro conveniva così, con la segretaria di Stato Hilary Clinton che sembrava una signora alle prese con una eccitante esperienza, trascinandosi dietro tutta la Nato, neanche l’amico Berlusconi poté salvare Gheddafi, ospitato a Roma poco prima con una operazione scenografica che comprendeva l’ostentazione di spendite amazzoni al fianco del dittatore e la sua tenda piantata dentro Villa Pamphili: Berlusconi in realtà avrebbe potuto fare tutto ma preferì non fare niente, soprattutto non mischiarsi, troppo faticoso mettersi contro il Dipartimento di Stato. Fu così che la Libia perse il suo dittatore ma anche la sua dignità, la sua integrità, ogni sua speranza. Da allora le storiche tribù che Gheddafi non aveva saputo riunire, hanno riacceso una guerra fratricida, mercenarie quinte colonne dell’Europa a cui chiedono soldi in cambiò dei lager per fermare i migranti. E l’orrore continua oggi sotto i nostri occhi.
Di tutto dunque è accaduto tra noi e loro ma nulla è stato più cinico della riconsegna a Tripoli del criminale e torturatore Al Masri che la Corte penale internazionale voleva arrestare: nessuno degli sporchi traffici del tempo della Guerra fredda è paragonabile a quel gesto vigliacco del Governo Meloni.
L'articolo Neanche l’amico Berlusconi poté salvare Gheddafi. Così finiva il Colonnello sempre pronto al ricatto proviene da Il Fatto Quotidiano.




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