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“Soggetto alternativo allo Stato”. È il termine utilizzato dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Borrelli per descrivere la cosca Costa-Filippone di Melicucco, in provincia di Reggio Calabria. Non soltanto il pizzo. A queste latitudini, secondo la ricostruzione della Dda, la ‘ndrangheta decideva ogni cosa: chi poteva vendere un terreno, interveniva nelle liti tra privati, recuperava crediti, imponeva forniture alle imprese e arrivava fino dentro il Comune, dove sindaco e assessori sarebbero stati sottoposti alle pressioni della cosca.
I carabinieri del Gruppo Gioia Tauro hanno eseguito 12 arresti. Il giudice Claudio Treglia parla di un controllo “asfittico e capillare” del territorio esercitato dalla cosca guidata da Rosario Costa detto “Angelo” che, secondo l’accusa, dalla seconda metà degli anni Novanta insieme al fratello Carmelo avrebbe conquistato il controllo del locale di Melicucco dopo i contrasti con la fazione riconducibile a Rocco Santo Filippone, il boss condannato in via definitiva per mafia nel processo “’Ndrangheta stragista” dove in Appello, per l’omicidio di due carabinieri avvenuto nel gennaio 1994, ha rimediato anche una condanna all’ergastolo per la quale attende l’esito della Cassazione.
Sette persone sono finite in carcere: oltre a Rosario e Carmelo Costa, la stessa misura cautelare è stata disposta dal gip nei confronti di Salvatore Ammazzagatti, Pasquale Costa, Salvatore Costa, Salvatore Mangiaruga e Dario Varamo. Ai domiciliari sono, invece, finiti Domenico Antonio Napoli, Gabriele Bruzzese, Domenico Giuseppe Galatà, Giuseppe Politanò e Giorgio Varone. Il giudice per le indagini preliminari, infine, ha disposto il sequestro dell’impresa D&D Costruzioni di Varamo Dario e di un terreno utilizzato come cava. È soprattutto il capitolo riguardante il Comune a restituire, secondo gli inquirenti, il livello raggiunto dalla cosca. La Dda contesta agli indagati di aver costretto sindaco e assessori, con minacce e facendo leva sulla forza intimidatrice mafiosa, “ad operare in conformità al volere della ’ndrina Costa”. Un metodo che, per il procuratore Giuseppe Borrelli, avrebbe trasformato il gruppo criminale in un vero e proprio “soggetto alternativo allo Stato”, al quale i cittadini si rivolgevano persino per risolvere questioni private.
I carabinieri sono riusciti a ricostruire anche una delle vicende più emblematiche: l’apertura di un nuovo caseificio. Pasquale Costa, secondo l’accusa, voleva subentrare nei locali di un’attività precedente sulla quale gravavano però pendenze tributarie. Dopo i primi tentativi con l’amministrazione, Dario Varamo, su ordine di Rosario Costa, avrebbe prelevato il sindaco Francesco Nicolaci (non indagato) dagli uffici comunali e lo avrebbe accompagnato nella masseria dei Costa, in contrada San Fili. Lì il primo cittadino avrebbe spiegato gli ostacoli amministrativi all’apertura del caseificio. La risposta non lasciava adito a dubbi sulle intenzioni degli indagati: se l’ente avesse fatto mancare loro “il pane”, sarebbero “usciti pazzi” e sarebbero andati negli uffici comunali a “spaccare gli armadietti in testa a tutti”. Nei giorni successivi Varamo avrebbe continuato a sollecitare il sindaco affinché l’autorizzazione venisse sbloccata. Ma il passaggio più delicato dell’indagine riguarda Gabriele Bruzzese, assessore ai Lavori pubblici, che non è accusato di associazione mafiosa ma di un episodio di estorsione aggravata e per questo finito agli arresti domiciliari.
La vicenda nasce dai lavori di rifacimento del manto stradale della provinciale 5 in occasione del passaggio del Giro d’Italia. Dario Varamo, detto “Tamburino”, avrebbe voluto che la ditta Loprete Costruzioni Stradali asfaltasse anche una zona esterna alla carreggiata e non compresa nel progetto, utilizzata come parcheggio vicino alla sua abitazione. Secondo il gip, l’indagato avrebbe chiesto l’intervento dell’assessore dopo le resistenze della ditta. “Lungi dal rifiutare la proposta”, l’assessore al contrario la sosteneva “affermando che avrebbero dovuto provvedere essi stessi ad ‘addomesticare’ il titolare della ditta per costringerlo ad estendere i lavori anche al tratto non incluso nel progetto. La risposta attribuita a Bruzzese è secca: “Avimu u mu n’domitamu nui” (“Dobbiamo addomesticarlo noi”, ndr).
Non sarebbe rimasta soltanto una frase. Per il giudice, Bruzzese avrebbe poi fatto leva proprio sul nome di “Tamburino” nei confronti degli operai. Uno di loro, infatti, avrebbe riferito: “A noi il Comune ha detto che Tamburino vuole fatto un lavoro là e glielo dovete fare”. Il tratto alla fine fu asfaltato e il gip nell’ordinanza scrive che l’assessore Bruzzese avrebbe “strumentalizzato la propria carica di assessore ai lavori pubblici” per favorire Varamo. E non sarebbe stato, secondo il gip, un episodio isolato. Quando Varamo si lamentava perché alcuni lavori in una piazza erano stati affidati a una ditta di un altro paese, Bruzzese gli avrebbe spiegato che quell’appalto era poco conveniente e per il futuro ha promesso di individuare occasioni migliori: “Io so quando ti devono rimanere le cento e come ti devono rimanere le cento euro a te senza neanche sporcarti le mani”. Proprio per il rischio che potesse “strumentalizzare ulteriormente la propria carica pubblica per fini privatistici”, il gip ha ritenuto necessari gli arresti domiciliari.
Le contestazioni vanno però molto oltre il Comune. Nell’ordinanza viene descritta una cosca che avrebbe imposto il pizzo o forniture alle imprese impegnate nei lavori pubblici, condizionato le compravendite di terreni e utilizzato la violenza contro chi non rispettava i dictat del clan che, secondo gli investigatori, manteneva rapporti con altre importanti famiglie di ’ndrangheta. Nell’ordinanza compaiono i Piromalli di Gioia Tauro, ai quali Rosario Costa e Varamo si sarebbero rivolti anche per tentare di ottenere l’assunzione di un parente nel centro Amazon che non è mai nato e che è oggetto dell’inchiesta “Res Tauro”, coordinata sempre dalla Dda di Reggio Calabria. Sono stati documentati anche rapporti con i Mancuso di Limbadi, mentre sul fronte del narcotraffico gli inquirenti ricostruiscono contatti con una famiglia di Africo per fornire appoggio logistico in relazione a un carico di stupefacenti da far uscire dal porto di Gioia Tauro.
“Abbiamo ricostruito una pluralità di estorsioni e dalle indagini è emerso un condizionamento degli organi comunali realizzato dalla cosca”, ha spiegato Borrelli. Per il procuratore l’inchiesta rappresenta anche la linea che la Dda di Reggio Calabria intende seguire nei prossimi anni: non limitarsi a ricordare la pericolosità storica delle cosche, ma dimostrarne l’attuale operatività, sia nelle nuove forme dell’agire mafioso sia nelle dinamiche tradizionali del controllo del territorio, fondate su “assoggettamento, violenza e intimidazione”.
L'articolo ’Ndrangheta, 12 arresti a Melicucco: “Era soggetto alternativo allo Stato, Comune sotto pressione”. Agli arresti un assessore proviene da Il Fatto Quotidiano.




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