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Si è tenuta nelle scorse ore a Ginevra, all’interno della 84esima sessione del Comitato contro la tortura (CAT) delle Nazioni Unite, la considerazione periodica dell’Italia per quanto riguarda il rispetto dell’omonima Convenzione da parte del nostro paese.
Antigone era lì a portare al Comitato le nostre considerazioni (insieme a una componente di Medici Senza Frontiere in rappresentanza della rete ReSST). Perché crediamo profondamente nel multilateralismo. Perché la rinuncia a parte del potere sovrano in nome dei principi più alti di pace e dignità umana sono la sola speranza dell’umanità per non distruggere se stessa, come l’attuale momento storico ci sta tragicamente dimostrando. Perché il diritto internazionale, checché ne dica il nostro ministro degli Esteri, non vale solo “fino a un certo punto”.
???????? #CAT84 : Today, CAT experts raised their concerns regarding detention conditions in #Italy, including the juvenile facilities. They highlighted severe prison overcrowding reportedly reaching 138%, noting that such conditions result in poor sanitation, inadequate healthcare,… pic.twitter.com/pPWSAIoOzL
— World Organisation Against Torture (OMCT) (@omctorg) April 15, 2026
Il CAT è stato istituito dalla Convenzione Onu contro la tortura del 1984 con lo scopo di monitorarne l’applicazione in giro per il mondo. Ciclicamente interroga ciascuno Stato su alcuni punti critici delle proprie politiche interne, avanzando raccomandazioni quando necessario e richiamandolo al rispetto degli impegni internazionali assunti. In questo aprile è toccato all’Italia.
Il Comitato ha posto molte questioni pressanti alla delegazione del governo italiano presente in aula. Si percepiva l’amarezza e lo stupore di fronte a un’antica e solida democrazia europea oggi incurante dell’idea universalista dei diritti umani e pronta a mettere a rischio gli stessi principi dello stato di diritto.
Il tema dell’immigrazione è stato al centro di una buona parte dei rilievi mossi dal CAT. Si è esaminato il documento redatto dal governo italiano insieme a quello danese – e firmato da molti paesi del Consiglio d’Europa – nel quale si chiede che le garanzie riservate ai cittadini europei in riferimento all’art. 3 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (proibizione della tortura e delle pene e trattamenti inumani o degradanti) non valgano allo stesso modo per gli immigrati.
I governi devono avere mani libere nei respingimenti, sostiene il documento di Giorgia Meloni. E il Comitato si chiedeva con stupore se ciò significasse che le persone devono poter essere respinte anche in quei paesi dove possono subire torture e maltrattamenti. Questo è lo stesso spirito che ha informato l’elenco dei paesi sicuri redatto dal governo italiano in vista proprio dei respingimenti, elenco che include Stati quali l’Egitto o il Bangladesh e che ha costituito un altro punto all’ordine del giorno del CAT.
Le condizioni di vita all’interno dei centri di detenzione amministrativa per gli stranieri, i Cpr, sono anch’esse state oggetto di considerazione da parte del Comitato, raggiunto dalle informazioni relative al loro estremo degrado. E grandissima preoccupazione è stata manifestata rispetto all’esternalizzazione di tali centri in Albania, in particolare per quanto riguarda i rischi di mancanza di superivisione legale e di efficace monitoraggio.
In aula si è parlato ovviamente anche delle carceri italiane, sovraffollate e dalle condizioni indegne. Il governo è tornato a promettere che costruirà 10.000 posti aggiuntivi entro il 2027. Cosa che dice ogni anno da quando è in carica e che comunque non risolverebbe alcun problema. Il piano di edilizia penitenziaria governativo fu lanciato all’inizio del 2025. Eppure oggi abbiamo 460 posti effettivi in meno rispetto a un anno fa.
Il Comitato si è sorpreso dell’introduzione del reato di rivolta penitenziaria, configurabile anche in caso di resistenza passiva a un ordine impartito e punito con pene molto severe, e ne ha chiesto in tale forma la depenalizzazione. Ben ha compreso come una simile fattispecie serva a togliere la parola alle persone detenute, sempre più incapaci di difendere i propri diritti e di denunciare abusi.
Il CAT si è soffermato inoltre sui problemi delle carceri minorili italiane, per la prima volta nella storia sovraffollate e raggiunte da ben due processi per tortura nei confronti dei minorenni reclusi, uno a Milano e uno a Roma.
Un altro tema sul quale il Comitato Onu ha mostrato la sua preoccupazione è quello della possibilità di fermo preventivo introdotta dal governo italiano con l’ultimo decreto sicurezza, ennesimo strumento per reprimere le espressioni di dissenso. Chi si sta recando a una manifestazione può oggi essere soggetto a fermo di polizia per dodici ore a causa del mero sospetto che abbia intenzione di fare qualcosa che non va nel corso della protesta. Con buona pace del diritto penale del fatto e non delle intenzioni.
Come si vede, i rilievi del Comitato delle Nazioni Unite nei confronti del nostro paese sono stati nel complesso estremamente duri. Vedremo quali saranno le risposte del governo italiano e se soddisferanno l’organismo.
L'articolo Molto duri i rilievi all’Italia del Comitato Onu contro la tortura: così sono emerse forti preoccupazioni proviene da Il Fatto Quotidiano.




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