Modena, né a destra né a sinistra hanno capito cosa significhi curarsi della salute mentale

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Ho avuto la speranza che il tragico fatto di Modena potesse aprire la strada a un nuovo modo di riflettere su concetti come quello della salute mentale, intesa come bene prezioso da tutelare, e quello dell’utilizzo mediatico della diagnostica, troppo spesso adoperata con superficialità o rigidità. Ma mi sbagliavo.

C’è stata una torsione nella mente dell’uomo che ha compiuto la strage? E, se sì, di quale natura? Delirante? Oppure lucida, consapevole, scelta? Non lo so. Nessuno, oggi, può dirlo con certezza. Qualcosa sanno i clinici che hanno avuto a che fare con lui; qualcosa potranno chiarire, a tempo debito, i periti giustamente invocati dalla difesa. Saranno loro a stabilire se il soggetto soffra o meno di un disturbo mentale. Sarebbe stato forse più prudente, in assenza di dati clinici solidi o di un’anamnesi documentata, affidarsi al silenzio. Invece si assiste, ancora una volta, alla proliferazione mediatica di interpretazioni diagnostiche costruite su frammenti, su frasi isolate, su spezzoni decontestualizzati. Così una frase come “non mi danno un lavoro, mi sento perseguitato” finisce per essere letta quasi automaticamente come segno patognomonico di un quadro psicopatologico. Ma questo slittamento è metodologicamente scorretto. La diagnosi non è un gesto linguistico: è un processo clinico, lungo, strutturato, e vincolato al contesto.

Ma ancor più avvilente è l’uso trasversale del concetto di salute mentale evocato quasi esclusivamente come strumento di contenimento del danno sociale. Da un lato si tende a spostare tutto sul versante clinico, come se la violenza potesse essere integralmente spiegata dalla malattia mentale; dall’altro la salute mentale viene richiamata soprattutto in chiave preventiva, come mezzo per ridurre eventi estremi. In entrambi i casi si perde il centro: la salute mentale come dimensione della vita ordinaria, non come categoria emergenziale o di sicurezza.

Nessuno, dico nessuno, che abbia avuto la forza di dire che la salute mentale dei cittadini va salvaguardata come bene primario di una nazione civile, al pari della salute fisica. Che riguarda chi soffre di isolamento, depressione, distacco dalla realtà, fragilità, tendenze distruttive o autodistruttive. Una sofferenza diffusa, trasversale, intergenerazionale e interclassista, che attraversa il tessuto sociale molto prima degli eventi estremi.

Da destra si dice: non era terrorismo, era un ‘caso psichiatrico’. Da sinistra si risponde: se lo Stato investisse di più in salute mentale, queste cose non accadrebbero, auspicando soldi per la mente degli italiani al solo scopo che non ci scappi il morto o che non si faccia casino in piazza. Ma così perde il suo statuto più profondo. Uno Stato dovrebbe investire molto di più nella salute mentale, non solo per prevenire eventi estremi, ma perché essa è un bene in sé. Cura, sostegno, accesso ai servizi, continuità assistenziale, riduzione delle disuguaglianze: tutto questo non riguarda soltanto il rischio sociale, ma la qualità stessa della vita collettiva. La salute mentale è la salute di un paese, prima ancora di essere una risposta all’eccezione.

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