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Il tempo che modella e trasforma, la vertigine metropolitana, l’incandescenza solare e la vulnerabilità sartoriale. Le nuove collezioni Primavera/Estate 2027 presentate nel secondo e terzo giorno Milano Fashion Week tracciano traiettorie visive distanti ma accomunate da un desiderio di decostruzione e rinegoziazione dei codici stilistici.
Emporio Armani: le tracce del tempo
Materica e tangibile, ruvida come il cemento dell’Armani/Teatro progettato da Tadao Ando. La nuova collezione Primavera/Estate 2027 di Emporio Armani ruota tutta intorno all’azione scultorea del “tempo minerale”, che scorre, leviga e plasma la materia. E per la prima volta non sfila in passerella, ma si svela passo dopo passo nel lungo corridoio centrale della struttura, appesa a delle grucce che lasciano spazio all’immaginazione. Che vita ci sarà in questi vestiti? La palette é essenziale, nasce dal bianco, si espande nelle infinite sfumature del grigio architettonico e culmina nel nero assoluto. Il focus è tutto sulle superfici e sui tessuti, che si fanno memoria visiva: cristalli di sale che corrodono e decorano, lini effetto trompe-l’œil, velluti screziati e un tailoring liquido che destruttura le giacche in forme senza peso, mescolando i codici del guardaroba maschile e femminile in totale fluidità. Pochissimi orpelli e totale assenza di forzature, per una scelta estetica ben precisa che riflette l’anima di chi l’ha disegnata: “È il mio modo di essere. Io non metto gioielli e la mia donna inevitabilmente finisce per assomigliare un po’ a me”, racconta Silvana Armani. “È una donna normale, sicura di sé. La cosa più importante è sentirsi bene nei nostri vestiti, perché altrimenti si diventa manichini”.
Roberto Cavalli: il caos febbrile di Los Angeles
Los Angeles non è un luogo ma uno stato d’animo. La fuga verso l’eccesso consapevole è la cifra scelta da Fausto Puglisi per Roberto Cavalli. La collezione House of Prints – Le Muse a Los Angeles è un inno alla vertigine californiana: “Un accumulo viscerale, un caos costruito, febbrile, e proprio per questo vivo”, spiegano le note di sfilata. “Credo che questo sia un momento estremamente favorevole al mondo Cavalli”, ha dichiarato Puglisi. “Si desidera leggerezza, colore, sexiness, forza. Ho voluto lavorare su un mix and match di pezzi contrastanti che diventino la nuova uniforme della libertà e dell’audacia”. Il fulcro è la riappropriazione del DNA originario del brand — la stampa e il denim italiano — filtrato da proporzioni dei primi anni Duemila, con micro-gonne vertiginose e pantaloni low-waisted.
Le stampe, vere protagoniste (“rappresentano l’escape di Cavalli, il viaggio e la festa”), fondono suggestioni disparate: dal tributo rinascimentale ad Antonello da Messina ai devoré con pesci tropicali e razze, fino ai fiori psichedelici e agli iconici motivi jaguar e cheetah. Un massimalismo tradotto anche nell’uso 3D fotografico sul denim, accelerato da ricami in cristallo, piume ed eco-pelliccia intagliata, con borse e calzature (i celebri sabot gioiello e le declinazioni pitonate) che celebrano fieramente il corpo esposto. L’hanno già fatto Tom Ford e lo stesso Roberto Cavalli nei primi anni Duemila? Certamente. Ma è esattamente questo che vogliono le clienti del brand. E Fausto Puglisi sa perfettamente come accontentarle. Prepariamoci a vedere questi capi sfoggiati da Lady Bezos la prossima estate.
Etro: la luce sfocata dell’estate
Mentre la maison naviga una fase di transizione creativa (orfana al momento di un direttore creativo), la collezione di Etro si rifugia nella purezza di una giornata estiva in cui la luce accecante smaterializza i segni storici del brand. I celebri paisley e le fantasie bohémien appaiono sfocati, “scoloriti dal sole”, trasformandosi in aure appena percettibili. Il ritmo della sfilata segue cromaticamente l’andamento della giornata: dai toni cipriati e nude dell’alba, in cui i tessuti sembrano mimare la pelle, all’esplosione di gialli, arancioni e blu del solleone, per scivolare poi nei burgundy e nel nero della notte. La fluidità domina le forme, con abiti vaporosi dai lunghi strascichi posteriori, frange leggere e un gioco continuo di velature e trasparenze, interrotto improvvisamente da scatti di nitidezza sartoriale con pantaloni asciutti e giacche dal taglio affilato. Ai piedi, ballerine e sandali gladiator con listini a forma di foglia per un incedere fluido, dove “la storia di Etro diventa materia da sfumare, stratificare, sfocare e ripensare”.
Jil Sander: l’uniforme vulnerabile
La sfilata di Jil Sander (applaudita in front row dal collega Alessandro Michele, con cui Bellotti ha lavorato in passato) è stata concepita dal direttore creativo Simone Bellotti come un esercizio di distorsione del rigore. “Creare una collezione è come andare in terapia. Smonti le cose per capire cosa vuoi conservare. Poi le rimetti insieme”, ha spiegato il designer. Il punto di partenza è il concetto di uniforme, elemento fondante del vocabolario assertivo di Jil Sander, che viene però progressivamente destrutturata fino a perdere la sua tradizionale autorevolezza. Il tailoring si fa distorto, la maglieria si arriccia e gli abiti assumono volumi aerei che si staccano dal corpo, esplorando l’idea di vulnerabilità strutturale. Bellotti gioca con i colletti delle camicie e con l’abbottonatura della giacca. Una logica della scomposizione applicata puntualmente anche agli accessori, caratterizzati da calzature appuntite e borse geometriche accese da inattesi lampi di colore, a conferma che “di fronte a ciò che appare incoerente si capisce più chiaramente ciò che si vuole”.
L'articolo Milano Fashion Week 2026, il tempo “minerale” di Armani, il caos vitale di Cavalli e l’uniforme vulnerabile di Jil Sander: “Creare una collezione è come andare in terapia” proviene da Il Fatto Quotidiano.




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