Milano chiude i campi rom, Pavia ne costruisce uno nuovo: una miopia che non fa ben sperare

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Neanche 40 chilometri separano due aree che in Lombardia stanno facendo discutere. Due spazi diversi tra loro, uno che ha cessato di esistere, un altro in piena costruzione; uno frutto di lungimiranza politica, un altro di miopia; uno condiviso bipartisan, un altro contestato a tutti i livelli; uno che porterà a importanti risparmi economici migliorando la vita delle persone, un altro che peserà non poco sulle casse comunali per spese volte a segregare. In comune hanno solo il colore politico delle Amministrazioni che li stanno realizzando: centrosinistra.

Partiamo dal primo: il superamento del campo rom di via della Chiesa Rossa a Milano.
L’area di via della Chiesa Rossa, nel Municipio 5, nasce nel 1999 come “area autorizzata” destinata a nuclei rom, in prevalenza provenienti dall’ex Jugoslavia. Nel tempo è diventata uno dei principali insediamenti formali della città, arrivando a ospitare quasi 250 residenti, in una configurazione definita di “macroarea”, con moduli abitativi e spazi comuni regolamentati dal Comune. Come molte altre aree autorizzate sorte in Italia tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, anche Chiesa Rossa rappresentava una risposta amministrativa emergenziale e separata rispetto all’ordinario sistema abitativo pubblico.

Dal 2018 in Italia c’è stata una forte accelerazione sul superamento degli insediamenti per soli rom o sinti. Se ce n’erano 260, con 40.000 persone all’interno, nel 2010, oggi ne restano meno di 100, abitati da meno di 10.000 persone. È su questa tendenza, ormai consolidata in tutta Italia, che si inserisce il percorso di superamento del campo di Chiesa Rossa voluto dal Comune di Milano e impostato come un processo graduale, fondato sull’accompagnamento sociale individualizzato e sull’offerta di Soluzioni Abitative Temporanee (SAT), con l’obiettivo di garantire una transizione ordinata verso percorsi di autonomia.

A Milano, dopo il superamento dei campi rom di via Bonfadini 38 (anno 2021), di via Martirano (anno 2021), di via Vaiano Valle (anno 2022) e di via Bonfadini snc (anno 2024), con la imminente chiusura definitiva dell’insediamento di Chiesa Rossa, resteranno da superare solo due insediamenti, quello di via Negrotto e quello di via Impastato, abitati da un totale di appena 140 persone.

Passiamo alla seconda vicenda che riguarda il Comune di Pavia. Dovendo liberare un’area dove da decenni vivono famiglie sinte, l’Amministrazione Comunale, invece di procedere a processi di superamento definitivo, sull’esempio di Milano, ha individuato un terreno in località Bivio Vela, alla periferia est della città. Qui ha iniziato con i lavori di un nuovo campo per trasferire una quarantina di persone, parte della comunità oggi residente a Piazza Europa. L’intervento prevede una spesa stimata di 33mila euro per gli allacciamenti infrastrutturali di base e altri 600mila euro per la realizzazione completa del campo.

Presentato come un progetto di risanamento e miglioramento delle condizioni abitative, il piano di Bivio Vela mantiene tuttavia la logica di un insediamento separato, riservato esclusivamente a famiglie sinte, con costi pubblici elevati rispetto alle soluzioni abitative ordinarie e con il rischio di perpetuare un modello ormai considerato superato. Una decisione che sul territorio pavese ha trovato la contrarietà di tutti, perché giudicata anacronistica e discriminatoria. La realizzazione di “campi” monoetnici, anche a livello internazionale, è infatti da tempo considerata tale e dal 2018 non se ne realizzano più.

Sul piano economico, le ricerche mostrano che la creazione di un nuovo campo rom o sinto comporta costi almeno 7 volte superiori rispetto a quelli di un percorso di inclusione abitativa ordinaria. Del resto basterebbe dividere i più di 600mila euro impegnati per l’abitare di 40 sinti per comprendere che i 15mila euro pro capite potevano sicuramente essere investiti diversamente! Ma, soprattutto, il modello stesso dei campi è da anni superato dalle politiche nazionali ed europee: la Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom e dei sinti individua infatti nel superamento degli insediamenti segreganti una priorità, riconoscendo che la “politica dei campi” ha generato essa stessa marginalità ed esclusione sociale.

Ancora una volta il problema non sono i rom o i sinti, ma le politiche adottate nei loro confronti. E la miopia di certi amministratori non fa davvero ben sperare!

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