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C’è un’immagine che racconta meglio di molti discorsi la contraddizione italiana sull’immigrazione. Da una parte papa Leone XIV, che insiste sulla dignità della persona e rifiuta l’idea che la risposta alla migrazione possa essere semplicemente quella di “mandare via” chi arriva. “Prima dei confini ci sono sempre le persone”, ha detto il Pontefice al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, mettendo in guardia dalla tentazione di “lavarsi le mani del problema”.
Dall’altra parte c’è il Governo italiano che continua a trasformare il soccorso in mare in un terreno di scontro politico e amministrativo. È accaduto ancora con Sea Watch: una nave impegnata nel salvataggio di persone in pericolo, per non aver cooperato con le autorità libiche durante un’operazione di soccorso, è stata sanzionata con 45 giorni di fermo e una multa di 7.500 euro.
Il punto non è stabilire che le Ong siano infallibili, né che ogni scelta operativa compiuta in mare debba essere sottratta a qualsiasi controllo. Il punto è: che cosa viene prima? La burocrazia delle frontiere o la vita delle persone?
Il diritto internazionale del mare impone obblighi di soccorso a chiunque si trovi davanti a una persona in pericolo. E proprio su questo principio si fonda l’intero sistema della ricerca e del salvataggio marittimo. Quando una nave salva esseri umani da un naufragio, il primo risultato dovrebbe essere una vita sottratta alla morte, non una pratica amministrativa aperta contro chi ha prestato soccorso.
È difficile non vedere in questa vicenda il sintomo di una malattia politica più generale: l’Italia continua ad affrontare l’immigrazione prevalentemente con la logica dell’emergenza, della deterrenza e della paura. Una logica che guarda al migrante come a un problema da respingere, invece che a una realtà da governare.
La realtà, quella vera, fondata su dati di fatto inconfutabili, è molto diversa dalla propaganda. L’Italia è un Paese che invecchia rapidamente, con sempre meno giovani e sempre più anziani. La popolazione diminuisce e il mercato del lavoro incontra difficoltà crescenti nel reperire personale. Nel frattempo già da tempo milioni di cittadini stranieri vivono, lavorano e costruiscono qui la propria vita. Sono nei campi, dove senza manodopera straniera molte produzioni agricole avrebbero difficoltà enormi. Sono nelle fabbriche, nei cantieri, nella logistica, nella ristorazione e nell’assistenza alla persona.
Secondo il Ministero del Lavoro, nel 2025 gli occupati stranieri sono stati quasi 2,6 milioni, il 10,7% dell’occupazione complessiva. Le imprese hanno programmato oltre 1,3 milioni di assunzioni di lavoratori stranieri, pari al 23% del totale, incontrando difficoltà di reperimento.
Al 1° gennaio 2026 i residenti di cittadinanza straniera erano 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione. Dunque, sulla base di questi dati non sembra che l’Italia stia diventando un Paese multietnico: lo è già, a dispetto degli slogan lanciati da Salvini e Vannacci.
Questi dati non autorizzano a sostenere che l’immigrazione sia una bacchetta magica capace di risolvere ogni problema. Ma rendono francamente insostenibile l’idea che possa essere trattata soltanto come un problema. È questo il grande paradosso italiano: la politica racconta di un’invasione insostenibile, mentre l’economia parla di bisogno di lavoratori.
Continuare a fingere che gli immigrati siano soltanto un problema significa non voler vedere ciò che accade davanti ai nostri occhi. L’Italia ha bisogno di giovani. Ha bisogno di lavoratori. Ha bisogno di persone che contribuiscano al sistema previdenziale, paghino tasse e contributi, facciano impresa, consumino, studino, formino famiglie. Per questo serve una politica radicalmente diversa.
Servono ingressi regolari programmati sulla base delle esigenze economiche e demografiche. Servono percorsi rapidi di formazione e integrazione. Serve il riconoscimento delle competenze professionali. Serve una vera lotta al caporalato e allo sfruttamento. Serve soprattutto la capacità di distinguere tra criminalità e immigrazione, invece di alimentare una continua sovrapposizione propagandistica tra le due cose. E serve smettere di considerare l’integrazione come una concessione fatta agli stranieri. Nell’Italia di oggi l’integrazione costituisce un vero e proprio investimento.
Perciò, la vera domanda non è se l’immigrazione esisterà, perché esiste già ed è un fenomeno globale. La vera domanda è se sapremo governarla con intelligenza oppure continueremo a trasformarla in una guerra permanente contro i migranti, contro le Ong e contro chi salva vite.
In questo senso le parole di Leone XIV hanno un significato che va persino oltre la dimensione religiosa: ricordano alla politica una cosa elementare che rischiamo di dimenticare. Prima delle frontiere vengono le persone e il dovere di non lasciare morire chi è in pericolo. E dopo aver salvato una vita, viene il compito molto più difficile: costruire una società capace di accogliere, integrare e valorizzare chi arriva. Perché i migranti non sono soltanto persone da salvare in mare. Sono anche persone con cui costruire il futuro.
L'articolo Migranti, la politica parla di invasione insostenibile ma l’economia ha bisogno di lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.




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