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Se la Nazione occitana avesse un’identità contemporanea, girerebbe con i documenti di Michel Maffrand. Nato nel 1948 a Cier-de-Luchon (Haute-Garonne), Maffrand ha trascorso la vita tra due vocazioni apparentemente distanti: l’insegnamento della matematica e la musica folk impegnata.
Insieme al gruppo Nadau, fondato nel 1973 (da Michel e dalla moglie Nina Paloumet, fondamentale quanto, e per certi versi più, lui nella band), è diventato un simbolo di resistenza culturale e orgoglio regionale, trasformando canti rurali in inni capaci di riempire gli stadi e i teatri più prestigiosi di Francia, come l’Olympia di Parigi.
La storia di Jan de Nadau inizia in un clima di fermento sociale. Negli anni ’70, la sua musica era il megafono della lotta dei viticoltori e dei contadini del sud della Francia. Con il tempo, però, il suo stile si è evoluto: la rabbia politica ha lasciato spazio a una narrazione più poetica e universale. Le sue canzoni non parlano solo di terra, ma di sentimenti umani profondi.
Sul palco, Jan è un narratore magnetico. Non si limita a cantare; racconta storie in francese per introdurre i suoi brani in occitano, permettendo anche a chi non parla la lingua di entrare nel suo mondo. La sua forza sta nell’uso di strumenti tradizionali (come la cornamusa landese e la ghironda) mescolati a una sensibilità moderna.
Pur essendo ormai un’icona, Michel è rimasto un uomo profondamente legato alla sua terra, vivendo lontano dai riflettori della metropoli e continuando a difendere l’idea che “una lingua che muore è un mondo che scompare”.
A.A.
Mi sono alzata
Quando mi sono alzata, presto presto,
nel momento in cui la notte diventa mattina,
fuori era freddo, e tutto imbiancato di neve,
e per un po’ ti ho guardato dormire.
Senza far rumore sono andata in cucina
e ho messo il caffè a scaldare,
poi ho strappato una pagina
dai giorni del calendario.
Quella è l’ora delle donne,
quella in cui della vita si vede solo l’ombra,
e si soppesano gioie e dolori,
e si pensa al tempo che va tanto di fretta.
Tra poco ti alzerai anche tu,
e io sentirò i tuoi passi.
Sveglierai la casa,
e spezzerai il silenzio.
Allora ti dirò che giù nel ripostiglio
c’è un chiavistello da riparare;
e tu mi chiederai di nuovo:
“ma dove hai ficcato il mio berretto?”
Non voglio protrarre troppo a lungo
tutto quello che abbiamo vissuto insieme,
dico solo che voglio andarmene per prima,
perché non riuscirei a tirare avanti senza te.
*
Maria
Sole del primo giorno,
E dell’ultimo istante,
Maria di ciascun giorno,
Maria tu eternamente,
Lassù dalla montagna,
Maria mostri il cammino,
Fino all’estremo oceano,
Maria del pellegrino.
Ave, o Maria,
Nella gioia e così nel dolor,
Sopra di noi, tutti i giorni,
Posa il tuo sguardo d’amor.
Sopra lo specchio danzi,
Per chi ora si è perduto,
Nella disperazione,
Sei il faro intravveduto,
Quella cintura azzurra,
Ch’è uno spicchio del cielo,
Un raggio della luna,
Che brilla sopra il gelo.
Ave, o Maria,
Nella gioia e così nel dolor,
Sopra di noi, tutti i giorni,
Posa il tuo sguardo d’amor.
Maria tu che consoli,
Chi ha perso la speranza,
Maria tu che guarisci,
Pace è la tua sostanza,
Nostra Signora bianca,
Conforto ai bisognosi,
Maria che dà alla luce
Chi salva nei marosi.
Ave, o Maria,
Nella gioia e così nel dolor,
Sopra di noi, tutti i giorni,
Posa il tuo sguardo d’amor.
*
Giulietta
Dormi angioletto,
dormi bellina,
la notte si riempie di tanti bei sogni,
soffia la candela,
accendi le stelle,
stringimi il dito, e chiudi gli occhi.
Che hai un papà,
un papà musicista,
mercante di sciocchezze,
un pochino pazzo,
che può disegnare per te
una casa azzurra
o posarti la luna sul lenzuolo.
Dormi angioletto,
dormi bellina,
la notte si riempie di tanti bei sogni,
soffia la candela,
accendi le stelle,
stringimi il dito, e chiudi gli occhi.
Cosa sarai tu da grande?
Una principessa o una pastorella,
una montagna o una pianura,
quello che conta è il tuo cuore.
Dove sarai,
dove porterai la tua ombra,
qui, o nel vasto mondo?
In libertà…
Dormi angioletto,
dormi bellina,
la notte si riempie di tanti bei sogni,
soffia la candela,
accendi le stelle,
stringimi il dito, e chiudi gli occhi.
*
Così
Da tanto tempo ormai
non era più tranquillo
e faceva viaggiare i
suoi sogni sopra il mare
diceva che era il mare a
far danzare le isole
o non ricordo bene
può essere il contrario
così.
Mi sono spesso detta
che amavo la sua assenza
quei giorni silenziosi
di cui non ho paura
a volte anzi la gioia
viene dalla distanza
a volte via dagli occhi
si è più vicini al cuore
così.
Se sapessi volare
io volerei da te
senza fare rumore
così.
Nei giorni percorrevo
il vecchio pavimento
volevo saper tutto
quello che ci aspettava
sì la piastrella bianca
che è quella delle nozze
che quella tutta nera
quella dei funerali
così.
Tutte le sere a letto
sfioro la sua camicia
racconto al buon Signore
che io sono di lui
è lui, ch’è Beniamino
bisogna che lo dica
e presto sarà qui
chissà dopodomani
così.
Se sapessi volare
io volerei da te
senza fare rumore
così.
Lancio dei sassolini
nell’acqua del torrente
si fa sempre così
quando si è innamorati
mi pettino i capelli
metto l’abito bianco
so bene che lui è qui
quando io chiudo gli occhi
così.
Sento lontano il suono
rintocca una campana
ogni albero ha il colore
del sole che va giù
mi sento sola immersa
nel miele dell’autunno,
ed il mio cuor mi dice
che è il suo cuor
che io attendo
così.
Così.
L'articolo Michel Maffrand, la musica resistente dell’occitano (Traduzione di Alessandro Agus) proviene da Il Fatto Quotidiano.






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