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Il woke è una questione seria. Razzismo, sessismo, discriminazioni, diritti delle persone Lgbtqia+ e tutte le forme di oppressione e marginalizzazione sono questioni che hanno un impatto concreto sulle vite delle persone. Non è una moda culturale della sinistra bianca da salotto, come invece è stato negli ultimi anni.
Quindi, che ora il dibattito sia così acceso dentro il campo largo e tra i suoi sostenitori mi infastidisce parecchio, perché in Italia, quando si parla di questi temi, la si butta sempre in caciara: ne devono parlare politici e professori che non ne sanno una mazza e non vivono quella condizione, e non ci si ritrova mai, neanche per sbaglio, a fare un dibattito maturo, ma sempre nel modo più superficiale e autoreferenziale possibile.
Ma la mia domanda è: perché il dibattito progressista ha deciso che la cosa più urgente da fare sia commentare cosa pensa Giuseppe Conte del woke? Perché, francamente, la sua opinione sul woke mi interessa pochissimo.
Conte non ha mai costruito la propria identità politica sui diritti civili, né ne ha fatto il centro della propria agenda. Non è certo diventato improvvisamente un’autorità culturale su questi temi. La sua uscita su Repubblica, con la quale ha aperto la polemica, va letta come una mossa politica dentro la partita per la leadership del centrosinistra. Repubblica stessa ha poi collegato esplicitamente il suo intervento alla corsa alle primarie del campo largo. E non c’è niente di scandaloso. I politici fanno calcoli politici.
Conte sta cercando di costruirsi uno spazio distinguendosi da Schlein – che ancora non ha detto niente, come usa fare ogni volta che ci sono questioni così polarizzanti – parlando a quell’elettorato che vuole sentir parlare soprattutto di salari, povertà e disuguaglianze e vuole una posizione molto più netta contro il riarmo e sulla guerra in Ucraina. Schlein invece sta facendo i suoi calcoli e sta cercando un modo per uscire pubblicamente su questa questione cercando, come sempre, di mantenere i piedi in ottocento scarpe; Ocasio-Cortez, che per prima ha fatto partire la polemica negli Stati Uniti e nel mondo, fa i suoi negli Stati Uniti, dove ora lei parla anche ad un elettorato di centro, non solo allo spazio militante.
Quello che trovo più becero è quanto rapidamente questi calcoli politici diventino calcoli anche per chi commenta la politica: improvvisamente ci si indigna moltissimo per una dichiarazione di Conte e molto meno per altre posizioni politiche che hanno conseguenze assai più concrete.
Ripeto: l’opinione di Conte sul woke, da sola, non cambia la vita a nessuno: è un’opinione, non una decisione di governo. Al contrario del riarmo, che, invece, impatta le nostre vite concretamente e tragicamente.
Elly Schlein, nell’intervista a Il Foglio di luglio, ha dichiarato che ha intenzione di continuare a sostenere militarmente l’Ucraina. Questa sì che è una posizione politica su cui valeva la pena discutere aspramente per giorni. Invece siamo stati noi quattro soliti a parlarne, mentre gli indignati di oggi erano nascosti e parlavano di altro.
Sostenere militarmente l’Ucraina significa continuare a sostenere una guerra che ha già provocato migliaia di morti, che ne provocherà altre migliaia, e significa anche accettare costi economici enormi. Significa destinare risorse crescenti alla spesa militare in un Paese che ha già enormi difficoltà a finanziare sanità, istruzione e ricerca. Perché ogni euro destinato al riarmo è un euro che non può essere contemporaneamente destinato ad altre priorità pubbliche.
E significa avere un’agenda molto diversa da quella di Conte, che invece insiste sulla necessità del negoziato e considera il riarmo un punto dirimente per qualsiasi alleanza politica. La distanza tra i due leader, infatti, è già esplosa pubblicamente proprio su questo tema.
Eppure eccoci qui: Conte viene massacrato per il woke. Schlein sul riarmo molto meno. E questo doppio standard dice molto su quanto la guerra sia una priorità per certi intellettuali da salotto televisivo ed esponenti del Pd.
A luglio, quando a Napoli Potere al Popolo e il Movimento dei Disoccupati 7 Novembre contestarono il campo largo, si iniziò con il ricatto emotivo e morale di sempre: “se critichi noi dividi il fronte e indebolisci l’alternativa a Meloni. Fai il gioco della destra”. In quella occasione la discussione sulle contestazioni finì per essere accompagnata dalla solita accusa: chi attacca il centrosinistra starebbe oggettivamente aiutando la destra.
Poi però gli stessi massacrano Conte per una posizione sul woke che non cambia la vita a nessuno.
Se bisogna stare attenti a non indebolire la coalizione, perché questa prudenza scompare proprio quando Conte diventa il bersaglio? E perché la stessa attenzione non viene riservata a Schlein quando parla di continuare a sostenere militarmente l’Ucraina?
Conte è opportunista. Sta facendo una precisa operazione per prendere voti e vincere contro Schlein. Ma questo è il modus operandi di tutti i personaggi presenti in quella coalizione.
Il mondo sta letteralmente esplodendo. E la guerra è la cosa che più mi spaventa al mondo. Non riesco quindi a capire perché dovrei trascorrere le mie giornate a discutere dell’opinione di Conte sul woke quando, nello stesso campo politico, esiste una frattura molto più concreta sulla guerra, sul riarmo e sulla politica estera.
La discussione sul woke ti permette di indignarti, prendere le distanze, dissociarti e sentirti “sveglio”. Il riarmo, invece, è una questione molto più scomoda. Perché obbliga a discutere di soldi, armi, industria, bilanci, Nato, Europa, Ucraina e soprattutto di quale soluzione politica si voglia davvero per una guerra che continua da troppo tempo.
L'articolo Mi importa poco l’opinione di Conte sul woke: la posizione del Pd sul riarmo mi spaventa molto di più proviene da Il Fatto Quotidiano.




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